Sabato 20 aprile, presso il Politecnico di Torino, si è tenuto un incontro con Giuseppe Ortoleva, studioso di storia e teoria dei mezzi e della comunicazione. L’incontro intitolato “Culture della tecnica. Il pensiero nelle mani” evidenzia il collegamento tra attività pratiche e cognitive nella specie umana.
«L’essere umano è un animale politico» comincia Ortoleva citando Aristotele, intendendo con “politico” i significati di “cittadino, socievole”.
Alla fine del 1700 Benjamin Franklin dà anche un’altra definizione della nostra specie: quella di fabbrica strumenti. La specie umana usa gli strumenti come altre specie; è però l’unica a crearli e di conseguenza li conserva, tramanda ed evolve.
“Anassagora afferma che l’uomo è più intelligente degli animali grazie all’aver mani; è invece ragionevole dire che ha ottenuto le mani poiché è il più intelligente” pensiero del filosofo letto da Marco Cacciola, attore che affianca lo storico. La mano è versatile: permette di rapportarsi con una serie di strumenti e tecnologie.
L’attività pratica richiede immaginazione, costanza e pazienza; è conoscitiva quanto lo sono attività quali scrivere poesie o fare filosofia. Marco Cacciola legge poi un testo tratto dal libro “L’uomo artigiano” del sociologo e filosofo Richard Sennett riguardante la perizia tecnica e le capacità che ne stanno alla base quali: il localizzare problemi, porsi domande su di essi e infine quella di aprirli. «Tutte le attività tecniche umane sono attività profondamente mentali, oltre che manuali e pratiche, che richiedono una serie di forme di consapevolezza spesso sottovalutate per la divisione del lavoro, che faceva sì che la tecnica venisse considerata inferiore rispetto ad altre attività più privilegiate» spiega Ortoleva.
Attraverso un video raffigurante uomini che compiono attività apparentemente molto semplici (utilizzo di incudine e martello per produrre oggetti ndr), lo storico evidenzia il rischio di fare un errore di eurocentrismo: il pensare che le tecnologie avanzate dimostrino la scarsa qualità di tecnologie primitive come quelle illustrate nel video. Ortoleva prosegue parlando del «rischio di eurocentrismo»: contro questo si pronunciava già un filosofo del 1900, Ludwig Wittgenstein.
Legge Cacciola un suo testo, sintetizzato da Ortoleva: «la capacità di avere tecnologie efficaci, capaci di agire sul mondo, anche nella forma più atroce come l’uccidere, ma anche produrre linguaggi capaci di trasmettere contenuti più complessi, esiste in tutte le culture nonostante le differenze, che le rendono feconde nel dialogo reciproco».
«Perché tecnica e cultura sono pensati come due mondi differenti?» ci domanda. Un elemento che conta nella nostra cultura è la tendenza a opporre Materia e Spirito: si suole collocare l’universo dei simboli, delle grandi riflessioni e della poesia nel regno dello Spirito e la tecnica invece nel regno inferiore della materialità.
Presenta poi un’altra distinzione: l’opposizione sociale tra tecnica e cultura. Spesso la cultura viene considerata un privilegio di chi se la può permettere; la tecnica invece un dovere e spesso anche un’inevitabile schiavitù di chi vi è soggetto. A non avere un’opinione positiva della seconda nel 1900 è stato il filosofo Martin Heidegger: dichiarava che la tecnica fosse una grande perdita dello spirito umano.
«Il problema non è della tecnologia, bensì di chi la controlla» afferma Ortoleva.
Il problema del potere sulla tecnica è stato posto da Denis Diderot e Jean Baptiste Le Rond d’Alembert, fondatori de l’Encyclopédie: Enciclopedia della cultura, delle arti e dei mestieri. I due filosofi volevano pensare la tecnica come parte di una cultura universale, non controllata solo da qualcuno. «Il sapere e il sapere filosofico, poetico sono parte dello stesso grande sapere umano: la sapienza sta nelle mani come sta nella mente» conclude lo storico.
L’incontro si è rivelato un’opportunità preziosa per riflettere sulla complessa interazione tra tecnica e cultura, sottolineando come queste non debbano essere viste come mondi separati ma come componenti interconnesse della nostra esistenza. Ortoleva ha abilmente mostrato che il valore delle attività pratiche è pari a quello delle attività intellettuali, sfidando pregiudizi radicati nella società. La conclusione dell’incontro ha offerto una visione unificata del sapere umano, invitando tutti a riconoscere la dignità e l’importanza della tecnica nella costruzione di una cultura inclusiva e consapevole.
Giulia Frontino
