Fino a qui tutto bene

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene”. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.
Le parole emblematiche di La Haine riecheggiano da qualche giorno nelle sale italiane. Il 13 maggio L’odio è tornato al cinema, restaurato in 4K. Il film indipendente, scritto e diretto da Mathieu Kassovitz (che vinse il premio per la miglior regia al Festival di Cannes, nel 1995) è ambientato nelle banlieue di Parigi. La pellicola mostra uno spaccato di vita quotidiana in un contesto di periferia; il realismo che emerge dalle scene è nuovo, fresco e tagliente. Vinz, Hubert e Saïd sono i tre amici, protagonisti di una giornata movimentata.

I giovanissimi Vincent Cassel, Hubert Koundé e Saïd Taghmaoui portano davanti alla cinepresa il disagio sociale di quell’ambiente, negli anni Novanta. Abdel, un ragazzo di sedici anni, è in fin di vita a causa delle violenze subite dalla polizia; la città è scossa da proteste e la tensione cresce. Gli eventi rappresentati con disinvoltura e immediatezza, si ispirano alla morte di Makome M’Bowole, ucciso dalla polizia nel 1993. La rabbia dei giovani francesi, le condizioni e il disordine circostante dipingono una realtà scomoda, disadattata, lasciata a sé stessa. La troupe ha vissuto alcune settimane nel quartiere per adattarsi allo stile di vita e imparare il gergo del posto. Infatti, nel film molti dialoghi sono costellati di parole in verlan (slang francese che inverte le sillabe nelle parole). I tre incarnano diverse personalità che si bilanciano tra loro: Vinz è istintivo, arrabbiato col mondo; Saïd non sta fermo un istante, iperattivo e spesso scherzoso; il pugile Hubert, rispetto agli altri due, è riflessivo e (forse) più responsabile. La scontrosità, soprattutto in Vinz, si ritrova in tutta la storia; l’incomprensione e l’odio verso i “PS”, la polizia e la sua brutalità fanno da sfondo.

I long take, i piani sequenza, il dolly zoom, il bianco e nero, a tratti sfocato, rendono L’odio un racconto senza tempo e veritiero. Kassovitz descrive la vicenda con un singolare distacco: crea un documentario urbano. La musica hip-hop, la break dance, i graffiti e lo street style sono i fenomeni culturali nei quali sono immersi i personaggi. Le musiche di Mc Solaar, IAM e Sens Unik accompagnano la meravigliosa fotografia di Pierre Aïm.

All’orizzonte la torre Eiffel, i tre, così legati e complici, hanno perso il treno per tornare a casa. Sono finiti lì, in alto, sopra la città: riflettono su ciò che uno sconosciuto ha raccontato loro poco prima. Mi sento come una formica persa nello spazio intergalattico! Così esclama Vinz, in risposta a Hubert. Poco dopo, con i ragazzi fuori campo, le luci della torre Eiffel si spengono in lontananza. La scena seguente mostra i tre camminare e Saïd modificare la scritta su un poster Le monde est à vous in Le monde est à nous. “The world is yours”, come in Scarface di Brian De Palma, ritorna dunque in un’altra veste.

Il regista omaggia anche Taxi Driver, di Martin Scorsese, nella scena allo specchio in cui Vinz si comporta come Travis (Robert De Niro). I due parlano allo specchio: Travis si chiede “Stai parlando con me?” e Vinz: “Dici a me?” e aggiunge “Ce l’hai con me?”. Un confronto con il loro io; due personaggi molto diversi tra loro, ma al tempo stesso molto simili perché entrambi inquieti.

Le ambientazioni nella loro semplicità sembrano portare lo spettatore all’interno della scena, proprio dentro la storia. Aldilà delle scelte tecniche, ciò che impressiona è l’apparente spontaneità degli attori. Kassovitz sceglie attori giovani e fa recitare anche gli abitanti del posto, non professionisti. Questo porta il film ad avvicinarsi ad essere una realtà oltre la finzione scenica, una storia inventata, ma realisticamente impressa nella storia del cinema e delle generazioni a venire.

Cecilia Blunda

Fonte immagine di copertina: Pinterest https://pin.it/8u8MbZaRZ

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