L’antropologo Ernesto De Martino pose a confronto l’apocalisse escatologica del terzo mondo e quella senza escaton dell’occidente in crisi, che per quanto possano essere differenti nelle proprie caratteristiche specifiche, trovano nelle proprie radici la medesima minaccia di disumanizzazione dell’umano.
Nell’opera incompiuta di De Martino, “La fine del mondo”, viene identificato come carattere essenziale della nostra epoca la consapevolezza che il mondo non deve finire, ma può finire; la vita deve avere un senso ma può anche perderlo, per tutti e per sempre e che l’uomo porta interamente la responsabilità di ciò, dal momento che non è garantito da alcun piano della storia.
Dalla riflessione demartiniana sulle apocalissi culturali e psicopatologiche emerge la necessità di sottrarre il patrimonio culturale al destino di essere strumento della classe dominante; si delinea così un’etnopsichiatria della “crisi” e del “riscatto” in cui la vita psichica della storia assume un ruolo centrale.
L’approccio di De Martino è caratterizzato dall’attenzione alla storicità e ai linguaggi del soffrire.
Viene a profilarsi così un’etnopsichiatria che dà valore al modo in cui l’esperienza della sofferenza e le strategie per governarla sono ricondotte all’ordito della storia, ai suoi strappi, ai suoi fili assenti. Tale etnopsichiatria, inoltre, si propone di costruire un discorso sulla memoria, in particolare quella traumatica.
L’analisi delle memorie culturali e del valore di riscatto che esse presentano, nella misura in cui ciò che era stato escluso ritorna sotto forma di “selvaggio”, di “osceno”, di “resistenza della superstizione”, o di sintomo, permettono di combinare storia, psichiatria e psicoanalisi.
Alla luce di quanto detto, risulta particolarmente preziosa la ricerca comparativa: come osservato da De Martino, per riuscire a conoscere in profondità le apocalittiche del terzo mondo, è necessario tematizzare le apocalittiche che coinvolgono gli occidentali: occorre che gli etnologi siano disposti a mettere in causa il proprio orizzonte culturale di riferimento.
L’importanza di decolonizzare il sapere psichiatrico è sottolineata dall’antropologo e psichiatra Frantz Fanon, che sostiene la necessità di lottare costantemente contro un’alienazione che continuerà a ripresentarsi e di tentare di sviluppare un pensiero nuovo, costruendo un uomo nuovo. Quando il passato incombe violentemente sul presente, sarebbe opportuno decolonizzare il futuro.
Nel potere trasformativo che il riconoscimento di forze oscure e fluttuanti “strutture di sentimento” rende possibile, Beneduce vede un mezzo per realizzare questo progetto di decolonizzazione, che deve iniziare con l’impegno di ascoltare la voce dei “fantasmi”.
De Martino condusse una ricerca etnografica in Puglia per analizzare il fenomeno del tarantismo. Addentrandosi nel territorio della sofferenza e della crisi, De Martino osserva il modo in cui la storia si presenta ai subalterni come minaccia alla proprietà più essenziale, quella della loro presenza nel mondo, e sotto il profilo cifrato del malocchio, dell’esperienza di “essere agiti da”, espressione che rimanda alla particolare forma di coscienza storica che essi hanno della propria condizione.
Nell’opera “La fine del mondo”, l’indagine di De Martino, si sofferma su quello che è il nucleo fondamentale che accomuna le tecniche culturali di difesa dal rischio di non esserci, utilizzate per gestire la crisi della presenza, la sofferenza, il sentimento di un’apocalisse, cogliendo il ripetersi di forme notevolmente simili in contesti ed epoche molto diverse tra loro.
I sintomi degli oppressi vengono espressi entro una sorta di codificazione subculturale e divengono una modalità di lotta e di ribellione nei confronti di una storia che angoscia i subalterni e li respinge sempre ai margini.
Per esempio, Frantz Fanon interpretava le danze di possessione dei colonizzati come delle potenti asserzioni di libertà che consentivano all’inconscio di sottrarsi alla colonizzazione e celarsi invece in luoghi cupi e spazi inaccessibili.
L’etnografia di matrice demartiniana si propone di non relegare le esperienze e le pratiche osservate esclusivamente all’ambito patologico, ma di riconoscere invece in esse una “volontà di storia”.
Quella “volontà di storia”, la volontà di esserci in qualche modo, in un mondo che opprime e mette all’angolo, non è molto diversa da quella dei colonizzati.
Nel mondo della notte e nella stregoneria, quei “corpi docili” delineano i contorni di uno spazio in cui regna un potere oscuro, che viene a contrapporsi al potere coercitivo esercitato dai bianchi.
Ciò che superficialmente potrebbe essere catalogato come mero “irrazionale”, “primitivo”, “superstizioso”, segnala un modo peculiare di “esserci”, di reagire nella storia.
Come ci insegna De Martino, per l’etnografia è essenziale una duplice tematizzazione della storia propria e della storia aliena, al fine di cogliere quel fondo universalmente umano in cui il “proprio” e l’“alieno” vengono riconosciute come due possibilità storiche di essere uomo.
Marina Palumbieri
