(In)certezza sul futuro della Tunisia

La mattina del 17 dicembre 2010, Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante di prodotti ortofrutticoli, aveva appena iniziato la sua giornata lavorativa a Sidi Bouzid, una cittadina rurale della Tunisia. Gli si avvicinarono degli agenti di polizia e con la scusa che non possedeva nessun permesso di vendita gli confiscarono la merce, il carretto e le sue bilance: tutto ciò che permetteva la sopravvivenza a lui e alla sua famiglia (la madre, lo zio, i fratelli più piccoli e le sorelle). Umiliato, andò sotto all’edificio del governatore della cittadina per chiedere di poter riavere indietro i suoi strumenti di lavoro, ma gli fu negata l’udienza. Disperato, acquistò una tanica di benzina e si diede fuoco, proprio davanti al cancello d’ingresso dell’edificio.

Questo gesto estremo diede inizio a quello che sembrava essere un momento di cambiamento radicale della politica e della società tunisina: la rivoluzione dei gelsomini. Nacquero grosse proteste e manifestazioni (soprattutto da parte dei giovani) che chiedevano più lavoro, più soluzioni contro la corruzione della classe politica e meno repressione da parte delle autorità. Zine El Abidine Ben Ali, il presidente autocratico che governava da 23 anni il paese, fu costretto all’esilio in Arabia Saudita. Ennahdha, il partito islamico moderato che vinse la maggioranza dei seggi al parlamento, formò un governo di coalizione con i partiti laici per scrivere una nuova costituzione, ma a causa di alcune divergenze sui diritti delle donne, l’assassinio del leader laico Chokri Belaid e a grandi proteste popolari, Ennahdha lasciò il posto a un governo tecnico. Solo in seguito alle prime elezioni libere si sarebbe unito alla coalizione di Beji Caid Essebsi, alla fine del 2014.

Negli anni successivi il paese sprofondò sempre di più verso una nuova crisi economica e sociale, portando rabbia e scontento nella popolazione. Come spesso accade in queste situazioni, ad approfittarne sono gli “outsider”; coloro che si pongono al livello della gente, chi convince l’elettorato attraverso l’efficace formula “contro la corruzione e contro il sistema”. L’uomo che incarnava tutto ciò salì alla ribalta nelle elezioni del 2019, diventando presidente: si chiamava Kais Saied.

Il suo nome ci richiama al presente; dopo aver sospeso il parlamento nel 2021, Saied ha nominato un nuovo governo, ma senza cercare l’appoggio del parlamento, necessario secondo la costituzione tunisina. Si è autonominato autorità suprema dei giudici, estromettendone a decine perché in disaccordo con le sue decisioni, e infine ha indetto un referendum (poi vinto) per far entrare in vigore una nuova costituzione, nella quale i suoi poteri si sono maggiormente ampliati; ha così inizio l’iperpresidenzialismo di Saied.

Da allora la vita di oppositori politici e giornalisti critici dell’operato del presidente è diventata estremamente complicata. Le pressioni e le minacce sono le armi che le autorità pubbliche usano ormai da anni per reprimere il legittimo dissenso dei cittadini. Secondo l’International Federation of Journalists (IFJ), sono 30 i giornalisti che sono stati arrestati nel 2023, tutti a causa del proprio lavoro. Khalifa Guesmi è stato arrestato e condannato a 5 anni di carcere, la condanna più lunga per un giornalista dai tempi della rivoluzione, per aver divulgato delle operazioni di antiterrorismo e non aver voluto rivelare le proprie fonti. La situazione è talmente tesa che la Tunisia viene considerata come parzialmente libera, dato che le libertà d’espressione sono evidentemente limitate.

Nel frattempo l’Unione Europea (guidata dalla presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, la presidente del consiglio Giorgia Meloni e il premier dimissionario olandese Mark Rutte) non si è fatta troppi scrupoli per firmare un memorandum d’intesa proprio con Saied, promettendogli sostegno economico in cambio di un maggiore controllo delle sue frontiere. I gruppi per i diritti umani affermano che non c’è nessuna garanzia che i migranti vengono trattati umanamente, e il pericolo è quello che succedano nuovamente episodi criminali come quello accaduto a luglio del 2023, quando centinaia di migranti subsahariani sono stati trasferiti con la forza da Sfax e sono stati lasciati in una zona desertica al confine con Algeria e Libia, senza cibo e assistenza medica.

Crediti: Open https://www.open.online/2023/06/11/meloni-rutte-von-der-leyen-visita-tunisia-migranti/

Le elezioni che si terranno a ottobre sono sostanzialmente già decise. Se un mese fa i candidati alla presidenza erano 17, oggi ne rimangono 3; uno è finito in prigione il giorno stesso che era stato accettato per partecipare alle elezioni, un altro verrà probabilmente arrestato a breve, e poi rimane l’ultimo, Kais Saied, ormai certo della sua vittoria. Se il risultato di queste presidenziali appare evidente, non si può dire altrettanto per il futuro della Tunisia.  

Fabrizio Mogni

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