I rischi nascosti del travel influencing

Viaggiare è diventato con il tempo un piacere alla portata di sempre più persone – basti pensare che quest’estate 36 milioni di italiani sono partiti per le vacanze. Viviamo poi in un periodo storico in cui è facile reperire informazioni sulla propria meta di soggiorno, grazie ai contenuti di molti travel influencers, ai siti web, ai video su YouTube. I social possono inoltre rivelarsi uno strumento molto utile quando permettono a molti di scoprire luoghi dove non sarebbero mai stati o di cui, altrimenti, non avrebbero mai saputo nulla. Una volta, invece, spesso la meta delle vacanze scelta era suggerita da amici e parenti, o trovata su una guida turistica.

Frequentemente, inoltre, alcuni influencer rinnovano con i propri contenuti l’interesse mediatico verso una località semisconosciuta, offrendole la possibilità di rilanciarsi – ciò che è importante, tuttavia, è la presenza sul posto di infrastrutture adeguate per accogliere i turisti in sicurezza. E non è sempre così. Infatti, talvolta, facendo conoscere luoghi particolarmente incantevoli ma isolati, il rischio è di mettere in pericolo sia la località stessa, sia le persone che l’andranno a visitare, se mancano strutture ricettive in grado di accogliere un ingente numero di turisti.

È l’overtourism, che, come spiegava Giovanni De Mauro in un editoriale di Internazionale di agosto, si distingue per tre caratteristiche: “1) quando l’eccesso di turismo pregiudica la conservazione di un’opera d’arte o di un territorio; 2) quando il numero di turisti degrada la qualità della visita stessa; 3) quando ci sono manifestazioni di rifiuto delle popolazioni locali”.

A questi criteri corrisponde il caso recente di Pomfret, città del Vermont di 900 abitanti, invasa dai turisti durante il periodo del foliage, tanto da indurre i suoi abitanti a chiudere ai non residenti le strade che portano a una suggestiva fattoria nella zona durante il periodo clou, sobbarcandosi un costo considerevole per l’affissione di divieti e cartelli.

Geotagging: sì o no?

Si pone quindi il problema del geotagging: un semplice gesto come taggare in una storia o in un post la location può portare a un effetto a catena dannoso e impensabile, che può avere come risultato estremo un incremento del traffico stradale e pedonale nel luogo, esposto così maggiormente al degrado ambientale e all’invasione di ecosistemi delicati. Alcuni infatti suggeriscono, invece di taggare posizioni precise, soprattutto in luoghi vulnerabili, di preferire un tag generico della regione o dello stato, o di evitare del tutto di usare questa opzione.

Anche se tautologico, va ricordato che ogni influencer ha il potere di influenzare il suo pubblico, verso il quale si deve inevitabilmente assumere una certa responsabilità. Non è una scelta da poco inserire o meno un geotag, perché si stima che in media un post con una location riceve il 79% di engagement in più, e questo engagement è importante per i creator e per i loro rapporti con i brand.

Ma rimane importante riflettere su come la popolarità di un luogo serbi in sé il potenziale di impattarlo negativamente. Un altro caso esplicativo è quello del Delta Lake nel Grand Teton National Park, nel Wyoming, che all’improvviso dal 2020 ha visto aumentare a dismisura il numero di visitatori, esponendoli tuttavia a molti rischi, poiché il sentiero di dodici chilometri per raggiungere il lago non è ben segnalato ed è molto ripido. Molti, basandosi solo sulla posizione salvata, erano quindi impreparati per l’escursione, finendo talvolta col perdersi o ferirsi.

In un articolo della rivista del Time uscito a giugno, si parla invece del canyon di Fjadrargljufur, sulla costa meridionale dell’Islanda, disabitato fino a 15 anni fa. Nel 2013 alcuni iniziarono a postare foto sui social, a volte taggando la posizione, finché nel 2015 Justin Bieber filmò il videoclip di “I’ll show you”, mostrando proprio quello scorcio in una scena del video, che ricevette 440 milioni di visualizzazioni. Negli anni successivi i visitatori aumentarono del 50-80%, ma il luogo era sprovvisto di parcheggio, bagni, marciapiedi. Il governo chiuse il canyon nel 2018 e lo riaprì nel 2019, ma potrebbe farlo di nuovo.

Molti rifiutano poi l’idea stessa di vedere un luogo come qualcosa da rivendicare sul proprio feed Instagram; alcuni, come lo studioso Sean Smith della Tilburg University (Paesi Bassi), hanno indagato queste dinamiche anche sotto la lente del proseguimento di motivi coloniali, come “lo sguardo del promontorio“ o “l’assimilazione fantasiosa“, come l’indossare un sari in un gruppo di donne indiane.

In breve, sarebbero auspicabili più consapevolezza e più rispetto per il luogo che si visita e le persone e gli animali che ci abitano, senza rinunciare a viaggiare e scoprire luoghi inediti, ma facendolo consci del potere dei nostri contenuti online. Secondo un sondaggio del 2019 condotto dall’azienda di marketing Stackla, citato dal Time, le persone prendono molto più spunto dalle foto di amici e conoscenti di quanto non crediamo nel programmare le vacanze. Anche noi, nel nostro piccolo, influenziamo chi ci circonda.

Anna Gribaudo

Fonte immagine in evidenza: https://www.formazioneturismo.com/

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