Le difficoltà di Medea nel mito di Euripide non provengono solo dal suo essere donna.
Medea è anche una straniera, una non greca ossia, agli occhi dei Greci, una barbara.
La vicenda di Medea diviene la storia di una donna sì, ma proveniente dalla Colchide, una terra lontana e incivile. È una persona diversa e, fattore che agisce in modo importante, è una maga: proviene dalle coste del Mar Nero che, nell’immaginario di gran parte dei contemporanei di Euripide, rimaneva un luogo ignoto e misterioso al di là del mondo civilizzato.
In altre parole, un mondo barbaro.
Tuttavia il poeta greco gioca sull’ambiguità del termine “barbaro” e quindi sulla condizione di Medea.
Bàrbaros è chi non parla bene (“balbetta”) il greco, il che non si può certo dire della protagonista, che nella tragedia di Euripide lo padroneggia talmente bene da utilizzare una grande spregiudicatezza nell’omettere e nel mentire, nel guidare le conversazioni a suo piacimento.
Medea è diversa, ma la sua non è una diversità razziale bensì culturale: presenta delle caratteristiche che i Greci attribuivano genericamente ai barbari, quali la sensualità, la violenza, la doppiezza. Gli stessi stereotipi i Greci li applicavano a quelle donne che si comportavano in maniera diversa rispetto ai canoni che erano loro convenzionalmente attribuiti. Di questa alterità Medea, essendo sia donna sia straniera, è la massima espressione.
Altro aspetto centrale è il fatto che in Medea gli elementi di diversità/sapienza coincidano. E, per questo, lo stesso Creonte ammette di temerla.
Sophé è un termine generalmente utilizzato in accezione positiva, ma quando si tratta di Medea non lo è per niente.
La sapienza di Medea è occulta e dunque potenzialmente pericolosa: la dea, infatti, possiede una conoscenza che la contraddistingue da tutti gli altri esseri umani e che in parte è influenzata dalle sue origini divine.
La sua è una conoscenza da intendersi in senso polivalente: fa riferimento non solo all’uso che sa fare dei pharmaka, ma anche alla sua metis, ossia alla scaltrezza e alla capacità che ha di prevedere azioni e reazioni del prossimo e di comportarsi in modo da trarne vantaggio.
Quei pharmaka di cui Medea stessa si definisce esperta possono essere tanto veleni quanto rimedi, capaci di esercitare un’azione benefica o dannosa, a seconda dei casi. Nel mito greco è noto che Medea li usi su Egeo con intento terapeutico, donandogli un figlio dopo essere fuggita dall’ira degli abitanti di Corinto, mentre i pharmaka usati su Creusa e Creonte hanno un effetto omicida: il padre Creonte arriva e, disperato nel vedere la condizione in cui versa la figlia, si getta su di lei per rialzarla, ma cade nella stessa invisibile rete magica che ha impigliato la fanciulla, non può liberarsi e così brucia insieme a lei.
La maga quindi in quel mondo si muove con sicurezza, mostrando molte delle qualità che il maschio greco amava attribuirsi: coraggio, indipendenza, intraprendenza, fierezza, senso dell’onore.
Da questo punto di vista Medea è greca tanto quanto Giasone.
Medea è regina, semidea, donna, madre, amante. Un femminile molto complesso, che deve integrare all’interno di sé queste posizioni.
Contradditoria e consapevole, combattuta e responsabile, autodeterminata ad ogni svolta significativa, donna assoluta e uomo assoluto, Medea non può giustificare i suoi crimini più feroci come coercizione da una forza superiore e neppure come adesione a modelli di comportamento che la trascendono. Medea si definisce, per volontà di Euripide, soprattutto per disappartenenza e autonomia.
Il suo scandalo si lega anche alla sua devianza individuale, che ne costituisce tuttavia il positivo tragico e la novità drammaturgica.
Greta Sberna
