Qualcuno scoprì che il capitalismo non è democratico

È passato ormai quasi un anno da quando The Password ha pubblicato The American Blizzard, il primo articolo da me scritto per il giornale degli studenti dell’Università di Torino. Era il tempo del grande gelo invernale negli States e, mentre i venti freddi facevano registrare fino a -57°C in alcuni stati del Centro-Nord, diversi studiosi iniziavano a interrogarsi seriamente, di fronte a un paese spaccato politicamente e dilaniato dalle disuguaglianze, sull’eventualità di una prossima secessione come preludio del processo di disintegrazione degli Stati Uniti d’America.

“Se la storia è per un paese quello che è il carattere per una persona”, scrivevo, “l’America, fondata sul culto religioso dell’individuo, necessita, perlomeno, di un buon analista. In attesa delle elezioni presidenziali del 2024, il mondo resta col fiato sospeso”.
Ed eccoci qui, a elezioni compiute, a dovere tirare le somme di una tragedia. Le considerazioni da fare per capire come Trump sia arrivato alla Casa Bianca sono numerose, e forse passeranno mesi prima che si possano formulare analisi approfondite.

Certo è che il programma della Harris — incentrato sui diritti delle donne e sulla promessa di miglioramento del tenore di vita del ceto medio attraverso una politica di tagli fiscali e di agevolazioni sull’acquisto immobiliare — non ha convinto la working class, che ha votato in massa per i repubblicani, partito storico delle élite, conferendo così al miliardario dalla gaffe facile, condannato a maggio per trentaquattro reati gravi, il primato del voto popolare, negli ultimi vent’anni sempre tra le mani dei dem.

Molto più efficace, agli occhi dell’elettorato bianco, maschile, over 45 (ma non solo, visto l’inquietante flusso di latinos, neri, donne e giovani tra le fila dell’elefantino), la promessa di risollevare le sorti dei lavoratori chiudendo le frontiere e innalzando le tariffe sui beni cinesi, un programma che l’economista Jeffrey Sachs ha reputato superficiale e inadeguato, poiché incapace di far fronte alla reale causa del peggioramento dello status della working class, rappresentata dalla pressione al ribasso esercitata dal mercato del lavoro sui lavoratori non specializzati, in un contesto di forti cambiamenti tecnologici come l’automazione.

Crediti immagine: https://www.salon.com/2024/08/04/kamala-harris-must-lean-in-the-left-doesnt-have-to-pick-between-woke-and-working-class/(KAMIL KRZACZYNSKI/AFP)

La “bidenomics” è sana e va a gonfie vele, titolava ad agosto l’Economy Magazine. Era vero, peccato però che l’andamento in crescita del PIL statunitense evidenziato all’interno dell’articolo dicesse poco o nulla della distribuzione della ricchezza prodotta e, in conseguenza, delle disuguaglianze economico-sociali interne al paese. Se fosse stato condotto uno studio storico, demografico e occupazionale serio, sarebbe emerso che il 50% della popolazione americana — i lavoratori, la gente normale, insomma — non ha tratto giovamento dalla crescita economica degli ultimi quattro decenni e si è anzi ritrovato in uno stato di impoverimento e di progressiva perdita del potere contrattuale sul mercato del lavoro, mentre i salari dei manager delle grandi industrie hanno registrato, dagli anni Settanta ad oggi, un aumento pari al 1000%.

Come evidenziato dalla professoressa Elisabetta Grande, docente ordinaria di Diritto presso l’Università del Piemonte Orientale e autrice del libro Guai ai poveri. La faccia triste dell’America, il potere d’acquisto di un americano medio della working class nel 2019 è nettamente inferiore rispetto a quello registrato nel 1973. Inoltre, nel paese dell’American Dream, l’Oxfam America ha stimato che, nel 2016, circa il 50% degli occupati ha ricevuto uno stipendio da povero, a malapena sufficiente per garantire la sussistenza. Oggi, il 60% dei lavoratori americani vive paycheck to paycheck (di stipendio in stipendio) e si dichiara in difficoltà ad acquistare i beni di prima necessità in caso di ritardo, anche solo di pochi giorni, della consegna dello stipendio.

Chi ha letto il bestseller americano Deaths of Despair and the Future of Capitalism, scritto dall’economista Anne Case e dal premio Nobel Angus Deaton, sa che la Rust Belt repubblicana, che ha cancellato ogni speranza di vittoria democratica, è nota per il numero di morti per disperazione tra i lavoratori bianchi di sesso maschile, schiacciati dalle conseguenze della deindustrializzazione massiva della zona.

Quello che la classe politica italiana ha cercato di importare dalla potenza a stelle e strisce, introducendo il Jobs Act, è un sistema fatto di precariato, di lavoretti a ore sottopagati, di welfare inesistente o comunque ridotto ai minimi termini. E se la classe lavoratrice americana, dopo la pandemia, era riuscita dopo quarant’anni a ottenere un aumento degli stipendi, trovando la forza di essere, finalmente, un po’ esigente (un po’ choosy, direbbe forse la nostra ex ministra), l’inflazione ha pareggiato i conti.

Crediti immagine: https://wisconsinexaminer.com/2024/10/11/democrats-problem-with-working-class-voters-in-wisconsin/

Qui sta, almeno in buona parte, il perché della sconfitta di Kamala Harris: il partito democratico dei grandi clan familiari (Biden, Clinton, Obama, Kelly, eccetera), finanziato dalle corporation, non ha mai avuto il coraggio di rimettere in discussione dalle fondamenta un sistema economico che si fonda sulla massimizzazione dei profitti di pochissimi ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici, bacino (ormai solo teorico) elettorale dem.

Così, dato che come scrive Steinbeck in Furore il confine tra fame e rabbia è sottile, la working class ha votato in blocco per un miliardario di estrema destra dalle tendenze fortemente antidemocratiche, con la cieca convinzione che solo l’uomo forte possa ribaltare una volta per tutte il sistema e con la speranza, condivisa dai tanti operai che nel 1994 sostennero Berlusconi, che un ricco, capace di fare tanti quattrini per sé, possa (e soprattutto voglia) farli fare anche agli altri.

Mai nulla fu più sbagliato…

Micol Cottino

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