Il Bel Paese è capitale indiscussa dell’arte mondiale. Su 1.223 siti UNESCO nel globo, distribuiti in 168 Nazioni, l’Italia ne possiede ben 60, circa il 5% del totale: 54 sono patrimoni culturali e 6 patrimoni naturali. Ciò rende l’Italia il Paese con il maggior numero di patrimoni, sia di tipo culturale che in assoluto. Non solo, il nostro Paese è anche al sesto posto nella top 10 globale per numero di musei (ben 4.908), subito dietro a giganti come Stati Uniti, Giappone, Francia e Russia. Eppure, malgrado la quantità di arte strabordante e a tratti sproporzionata che si può trovare nella penisola, oggigiorno si fa fatica a intercettare le nuove direttrici creative, specialmente a causa della politica. Quali sono gli atteggiamenti sbagliati? Perché l’arte è così stagnante, in Italia?

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Iniziamo col dire che non si salva nessuno: sia a destra che a sinistra non si riesce a dare all’arte un valore autenticamente storico, sociale, universale. Partiamo da destra. Come ampiamente dimostrato dall’attuale maggioranza di governo, l’approccio all’arte dell’intellighenzia conservatrice – se così si può definire – non è altro che uno sterile e vacuo ripetere luoghi comuni, basati su una cultura accademica carente e stantia, ormai non più al passo coi tempi. Lo stesso Sangiuliano aveva detto, in occasione dell’apertura della biennale di Venezia, il 27 febbraio scorso: «Il nostro ruolo rispetto alla cultura è […] rendere presentabile il nostro grande passato, ma dobbiamo anche […] costruire il passato del futuro». Questa è un’ottima sintesi dell’approccio artistico della destra. L’arte (solo quella classica e italiana) è un mero strumento politico: è importante perché dà lustro al Paese, non per i suoi messaggi, per il significato che aveva nel periodo in cui è stata concepita o per l’apporto che ha avuto nella corrente di cui faceva parte. È un’arte vuota, asettica, oggettificata: una bella copertina da sfoggiare per far vedere che si è migliori degli altri. E i videogiochi? Il cinema sperimentale? La new media art? Forme d’arte che scompaiono dietro al David di Michelangelo e alla Venere di Botticelli, perché quelle sono “canonicamente belle” e antiche. L’importante è che in futuro si continui a considerare quell’arte la migliore, senza preoccuparsi di farne nascere di nuova.

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Da sinistra, certo, non va meglio. Fin dagli anni ’60, infatti (ma forse addirittura prima), nei giornali e nei circoli di quell’area politica andava nascendo un certo snobismo, che vagliava e vivisezionava l’arte alla luce delle mode e degli equilibri politici del tempo. Questo atteggiamento viene criticato anche all’interno della stessa area progressista, con esempi famosi quali Edoardo Bennato e Nanni Moretti. Già Umberto Eco, poco più che trentenne, nel 1963 scriveva su «Rinascita» della necessità, contro l’estetica ortodossa di Partito, di interessarsi alle espressioni contemporanee del tempo, come quelle di Michelangelo Antonioni o Alberto Moravia, che mettevano in luce l’atomizzazione dell’uomo nella società dei consumi. Criticandone l’eccessivo realismo, Eco parlava di un P.C.I. simile all’«uomo borghese», che trattava la cultura come un privilegio di classe. Questa dinamica si riscontra anche nell’epoca della polarizzazione social in cui viviamo: l’arte deve essere morale (e la morale dev’essere quella della “nostra” parte), altrimenti non è meritevole di alcun riconoscimento, non vale la pena soffermarcisi, contestualizzarla, capirla, anzi: va censurata. È così che sorge una sinistra che parla solo a sé stessa, che non comunica con l’esterno e che bolla chiunque non capisca la sua visione artistica come ignorante, incompetente o retrogrado, senza analizzare se costoro abbiano avuto accesso agli strumenti critici necessari. Arte come privilegio di classe, appunto, ma spacciato come progressismo e avanguardia culturale.

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Entrambi gli atteggiamenti, che ricalcano quelli della politica di oltreoceano, sono problematici di per sé: da un lato c’è la faciloneria di chi non conosce realmente di cosa parla – malgrado si vanti della cultura italiana e di quanto sia superiore – e dall’altro la spocchia di chi crede di avere la verità in tasca e non cerca di capire il proprio presente, bensì di incastrarlo nella propria griglia di valori e di idee. In ambo i casi, il risultato è il mantenimento di un clima ammuffito e insensibile alle novità, grottesco quando cerca di adeguarsi e insopportabile quando rigetta ogni cambiamento. Ancora una volta, le potenzialità delle nuove generazioni e le novità che sono ansiose di apportare al mondo dell’arte non trovano terreno fertile nel nostro Paese. I giovani che vogliono sperimentare forme nuove devono farlo altrove e chi resta si ritrova costretto ad adeguarsi per sopravvivere. Oggi più che mai, si avverte l’esigenza di un cambio di passo, ma soprattutto di mentalità.
Vincenzo Ferreri Mastrocinque





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