Le parole sono come dei vasi di fiori che cadono dai balconi. Se sei fortunato li schivi e vai avanti sulla tua strada, ma se invece sei un po’ più lento, ti centrano in pieno e ti uccidono.
dal film Il ragazzo dai pantaloni rosa
Queste frasi, impossibili da dimenticare dopo la visione del film Il ragazzo dai pantaloni rosa, rappresentano tutto il dolore provato da un ragazzo in età adolescenziale, così intenso e distruttivo da spegnere la sua vita per sempre. Quel ragazzo si chiamava Andrea Spezzacatena, 15 anni appena compiuti e tanti sogni ancora da realizzare, e il 20 novembre 2012 si uccise dopo aver subito umilianti atti di bullismo e cyberbullismo omofobo da parte dei compagni di scuola.
La sua tragica storia è stata raccontata dalla madre Teresa Manes in un libro intitolato Andrea, oltre il pantalone rosa e oggi ha ispirato il lungometraggio diretto da Margherita Ferri e presentato alla Festa del Cinema di Roma l’ottobre scorso.
Fin dalle prime scene, l’intento del film è molto chiaro: c’è la volontà, tanto simbolica quanto forte, di restituire la voce ad Andrea, affinché questi possa raccontarsi un’ultima volta. Il ragazzo, dunque, diviene voce narrante e, con grande spontaneità, ci ricorda che, se fosse ancora in vita, oggi avrebbe 27 anni, forse sarebbe andato in America a studiare, oppure si sarebbe trasferito nella sua amata Calabria, dove trascorreva le estati con la famiglia; poi ci introduce all’interno di quello che era il suo mondo, una quotidianità condivisa da tanti adolescenti di ieri e di oggi: un fratello minore molto legato a lui, un padre sfuggente e una madre premurosa costantemente in conflitto tra loro.
Nonostante le difficoltà in famiglia, quello che emerge è il ritratto di un giovane caratterizzato da una gioia e da una vivacità contagiose. I suoi sorrisi non possono far altro che provocare la stessa reazione in chi li osserva, sia dentro che fuori dallo schermo; allo stesso tempo, si percepisce tutto il suo amore per la musica, una preziosa alleata per non sentire le rumorose liti dei genitori e un mezzo per esprimere la sua sensibilità.
La musica accompagna anche le scene di assoluta complicità tra Andrea e sua madre, i quali si ritrovano a cantare insieme, davanti al pianoforte o in auto, rigorosamente a squarciagola, un brano che parla del legame speciale che li unisce.
All’inizio della terza media, tutto sembra andare per il meglio: Andrea si impegna con dedizione allo studio e ottiene risultati eccellenti, il suo talento per il canto gli permette di essere selezionato per un coro che si esibirà perfino di fronte al Papa e i suoi genitori non possono che essere fieri di un figlio così brillante.
A scuola riesce a trovare la persona giusta con cui condividere piacevoli pomeriggi al cinema e lunghe chiacchierate distesi sull’erba, senza alcun timore di essere etichettato come “strano”. La sua migliore amica Sara, infatti, si definisce “strana” a sua volta e lo fa con orgoglio, non perdendo mai l’occasione di strappargli una risata e di dimostrargli quanto ci tenga a lui.
Tra un gossip e l’altro, i due amici si scoprono entrambi attratti (romanticamente o platonicamente? Poco importa) dallo stesso compagno di classe apparentemente perfetto, con il suo fascino e il suo carisma.

Crediti foto: https://www.wired.it/article/il-ragazzo-dai-pantaloni-rosa-libri-storia-vera/
Così, Christian si insinua subdolamente nella vita del coetaneo, presentandosi inizialmente come un amico sul quale fare affidamento. In realtà, il rapporto che si instaura tra i due è tutt’altro che paritario: Christian trae vantaggio dal compagno estorcendogli compiti già pronti e soluzioni durante le verifiche, mentre l’attrazione che prova Andrea gli impedisce di opporsi a quelle richieste insistenti.
La prima coltellata da parte del bullo, metaforica ma non meno violenta, non tarda ad arrivare e, purtroppo, rappresenta solo l’inizio di una serie di umiliazioni sempre più crudeli, studiate nel dettaglio e incoraggiate anche da altri compagni di classe.
L’imperdonabile “colpa” attribuita ad Andrea è quella di essere omosessuale.
Emblematica la scena che dà il titolo al film, avvenuta anche nella realtà: un giorno il ragazzo si reca a scuola con un paio di pantaloni scoloriti a causa di un lavaggio sbagliato e diventati rosa. Così, un semplice capo d’abbigliamento è in grado di provocare insulti e derisione da parte di chi ha scelto di escludere i colori dalla propria vita.
Ad Andrea, però, indipendentemente dal fatto di essere eterosessuale, omosessuale o bisessuale, i colori e lo smalto nero sulle unghie piacciono e continua a indossarli, perché non è giusto che vinca chi non trova altro modo di interagire con quanto è diverso se non tramite la derisione e l’emarginazione.
Sul finale le scene si susseguono con tutto il loro carico di disperazione: l’ultimo incontro con Sara, il quindicesimo compleanno festeggiato al luna park, l’abbraccio alla madre per ringraziarla e dirle addio. E poi un silenzio profondo, come quello che inonda la sala anche dopo i titoli di coda e che persiste all’uscita dal cinema.
Ciò che rimane de Il ragazzo dai pantaloni rosa è il ricordo delicato e necessario di una giovane vita interrotta troppo presto. Un ricordo che si trasforma in manifesto contro l’omofobia, in un Paese dove si minimizza o addirittura si incoraggia la discriminazione di chi è considerato “deviante”.
Inoltre, la storia di Andrea Spezzacatena suscita una profonda riflessione su noi stessi, sul bullismo al quale abbiamo assistito durante gli anni della scuola, su cosa avremmo potuto fare diversamente. Ma, soprattutto, ci indica che cosa possiamo fare adesso: abbracciare le persone che amiamo e ricordare loro che non saranno mai sole.
Ilaria Vicentini
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