Tina Modotti: fotografia e rivoluzione

La storia che state per leggere è la storia di una donna — una fotografa — che si intreccia con eventi storici, personalità e movimenti culturali che hanno segnato la prima metà del Novecento: si chiama Tina Modotti e il suo percorso parte da Udine. Qui nasce nel 1896 da una famiglia operaia, con simpatie socialiste, che, come molte altre simili, in quel periodo, per necessità si trova a lasciare l’Italia in cerca di una vita migliore. Tina approda nel 1913 a San Francisco, dove entra in poco tempo a far parte di una ricca scena culturale, conosce quello che sarà suo marito, il pittore e poeta Roubaix del’Abrie Richey (“Robo”), recita in alcuni film di Hollywood, viene fotografata da Edward Weston, che inizia, inoltre, a darle lezioni di fotografia. Tina è un’artista eclettica: scrive, dipinge, realizza i suoi abiti, ma il mezzo espressivo che l’accompagnerà per tutta la vita e che la renderà celebre è proprio quello fotografico. La sua opera, fino al 2 febbraio di quest’anno, è ospitata al Centro Italiano per la Fotografia di Torino, una mostra ricca e interessante anche per la presenza di importanti materiali inediti.

Crediti immagine: foto scattata da Giulia Menzio, Tina Modotti. L’opera, Centro Italiano per la Fotografia di Torino

Nel 1922 Tina e Robo si trasferiscono a Los Angeles dove si percepisce un interesse e un’eccitazione diffusa per ciò che stava succedendo in Messico, dove la rivoluzione aveva portato alla promulgazione di una Costituzione di stampo socialista e anticlericale. Sarà proprio a Città del Messico che Tina si trasferirà, con Weston, in seguito alla morte del marito nel 1923.

Crediti immagine: foto scattata da Giulia Menzio, Tina Modotti. L’opera, Centro Italiano per la Fotografia di Torino
Crediti immagine: foto scattata da Giulia Menzio, Tina Modotti. L’opera, Centro Italiano per la Fotografia di Torino

Per il suo libro Idols Behind Altars. The Story of the Mexican Spirit l’antropologa Anita Brenner contatta i due fotografi. Questa per Tina sarà l’occasione per conoscere il Messico popolare e rurale, per viaggiare attraverso il paese, per documentare come il popolo racconti sé stesso attraverso l’arte di strada. In particolare, resta affascinata dai marionettisti: la metafora della marionetta, del soggetto eterodiretto (il potere politico manovrato da quello economico, ma anche il popolo manovrato dai potenti) risulta efficace, per il suo potere simbolico, nel contesto di una critica sociale. Un altro elemento importante per la fotografa sono le mani, espressione del lavoro fisico come quello dei contadini, ma anche del lavoro di cura delle donne, lavori umili ma potenti. Proprio come il suo. Tina, infatti, rifiuterà di utilizzare il termine “arte” per la sua opera:

Sempre, quando si usano i termini “arte” e “artistico” in relazione al mio lavoro, ne ricevo un’impressione sgradevole […]. Mi considero una fotografa, niente di più, e se le mie fotografie si differenziano da ciò che generalmente si produce in questo campo è proprio che io non cerco di produrre arte, ma fotografie oneste, senza trucchi né manipolazioni.

Crediti immagine: foto scattata da Giulia Menzio, Tina Modotti. L’opera, Centro Italiano per la Fotografia di Torino
Crediti immagine: foto scattata da Giulia Menzio, Tina Modotti. L’opera, Centro Italiano per la Fotografia di Torino

Vale la pena notare che questo rifiuto del dibattito arte-non arte, in direzione, invece, di un impegno onesto e profondo nel proprio lavoro, mi ha subito fatto pensare a Franca Sozzani, un’altra grande donna italiana celebre nel mondo. E proprio il mondo femminile è uno degli interessi principali di Tina Modotti. Nel 1929 Julio Antonio Mella, fondatore del Partito Comunista Cubano e suo compagno, fu assassinato per strada proprio mentre erano insieme. Per questo viene accusata di complicità nell’omicidio e contro di lei si scatena una campagna stampa che intende sminuirla in seguito al ritrovamento da parte della polizia di alcune foto che la ritraggono nuda. Insomma, la fotografa subisce uno stigma che, passati gli anni, ancora subiscono le donne quando si dimostrano forti e sicure di sé. Per superare questo duro momento e riconnettersi alle radici della vita e del senso, parte per un viaggio nell’Istmo di Tehuantepec dove conoscerà e ritrarrà con le sue fotografie una società di stampo matriarcale, dove le donne ricoprono un importante ruolo sociale, politico ed economico.

La storia della sua vita e della sua arte è legata al Messico, la sua terra di adozione: Tina ha ritratto le tragiche conseguenze degli scontri tra i contadini e il movimento cattolico reazionario dei cristeros, ha dato dignità artistica ai poveri in coda al Banco Nazionale dei Pegni e a quelli costretti a dormire per strada, ha ritratto le opere dei più grandi esponenti del muralismo, tra i quali Diego Rivera, che a sua volta l’ha scelta come modella per i suoi murales. Proprio per questo la sua espulsione in seguito alla falsa accusa di attentato nei confronti del nuovo capo di Stato Pasqual Ortiz Rubio segna anche il progressivo allontanarsi dalla fotografia.

In seguito, si trasferisce in Germania, negli anni che precedono l’ascesa di Hitler, poi a Mosca e poi in Spagna, dove partecipa alla guerra civile in campo repubblicano, unendosi alle Brigate internazionali. Ci sarebbe ancora tanto da dire su questa donna straordinaria, nonostante la sua breve vita, terminata a soli 46 anni dopo il ritorno nel suo amato Messico. Vi invito per questo, nuovamente, a visitare la mostra alla Camera di Torino, ne rimarrete affascinati.

Giulia Menzio

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