Il termine binge-watching, letteralmente traducibile come “maratona televisiva”, indica l’abitudine di guardare più episodi di una serie TV consecutivamente. Un comportamento che ai giorni nostri non sembra essere più anormale, grazie alle numerose piattaforme di streaming come Netflix, Amazon Prime Video, Disney+ e molte altre, che offrono intere stagioni a portata di clic. Il binge-watching non è un’abitudine recentissima perché, già con l’avvento dei cofanetti di serie TV in DVD negli anni 2000, si era manifestata, seppur in forma più limitata.
Grazie alle moderne piattaforme video, noi spettatori abbiamo la possibilità di scegliere cosa, quando e per quanto guardare ciò che ci interessa; comodità ben diversa rispetto a qualche anno fa. Infatti, tornando indietro nel tempo, seguire una serie televisiva richiedeva tanta pazienza, poiché gli episodi venivano trasmessi settimanalmente su reti tradizionali e solo in fasce orarie specifiche.
La pratica del binge-watching può essere estremamente gratificante. Spesso le serie TV sono costruite per creare suspence e curiosità, con finali di episodio che lasciano aperte molte domande. Questa struttura narrativa ci spinge a voler sapere subito cosa accadrà, attivando meccanismi psicologici legati alla ricompensa e al piacere. Inoltre, dedicarsi a lunghe sessioni di visione può rappresentare una forma di evasione dalla realtà quotidiana e dallo stress, offrendo una scappatoia nelle storie degli altri. Ma ci sono anche altri motivi, come ad esempio gli spoiler, la paura che qualcuno sveli dettagli sulla trama o sul finale, che spingono molte persone a guardare più puntate consecutivamente.
Tuttavia, questa pratica si presta ad essere anche molto dannosa se si superano dei limiti. Dal punto di vista psicologico, un consumo eccessivo di serie TV può portare a isolarsi socialmente e, in alcuni casi, contribuire a stati di ansia, depressione, alterazione del sonno. La psicologa statunitense Kimberly Young, che ha fondato nel 1995 il primo centro di studi per le dipendenze tecnologiche, il Center for Internet Addiction, ha etichettato il binge-watching come una dipendenza, similmente a quelle da social e smartphone. I sintomi si manifestano nella difficoltà nel controllare il tempo trascorso davanti allo schermo e la sensazione di vuoto una volta conclusa una serie. A questo proposito, esiste anche un termine per indicare la tristezza che subentra dopo la maratona di una serie che è post-binge watching blues. Spesso i personaggi diventano una presenza familiare, quasi come amici o membri della propria cerchia e, quando la loro storia si chiude, si può provare un vero e proprio senso di perdita.
Sebbene il binge-watching sia particolarmente diffuso tra i Millennials e la Generazione Z, anche le altre generazioni non ne sono immuni: si tratta di un fenomeno che non conosce limiti d’età. Inoltre, molte serie diventano veri e propri motori culturali, influenzando la moda, il linguaggio e persino il turismo. Basti pensare ai tour organizzati nei luoghi di ripresa di Game of Thrones o Emily in Paris.
Il binge-watching non è di per sé un’attività negativa. Come spesso accade, la differenza tra piacere e dipendenza sta nella misura. Se vissuto con consapevolezza, può trasformarsi in un’occasione di svago e arricchimento personale, senza rinunciare al contatto con la realtà che ci circonda.
E tu fai maratone di serie TV o preferisci gustartele poco per volta?
Chiara D’Amico
