
Dopo aver annunciato un accordo con gli Stati Uniti che prevede l’imposizione di una tariffa ridotta al 15% sui beni europei esportati oltreoceano, rispetto al 30% inizialmente minacciato, l’Unione Europea ha promesso un impegno di investimento pari a circa 600 miliardi di dollari. Una cifra impressionante, soprattutto se confrontata con i recenti deflussi dagli ETF (Exchange Traded Funds) statunitensi da parte di investitori europei: nella settimana conclusasi il 30 luglio, ad esempio, i fondi azionari europei hanno registrato deflussi netti per 41,1 miliardi di dollari, mentre quelli statunitensi hanno attirato afflussi per 6,3 miliardi. Si tratta del peggior saldo negativo per i fondi azionari europei almeno dal 2018.
Secondo la Casa Bianca, per le istituzioni europee i 600 miliardi rappresentano soltanto un impegno aggiuntivo rispetto agli investimenti privati già esistenti – stimati in 2,8 trilioni di dollari – e non costituiscono un obbligo vincolante. Il quadro che emerge, quindi, è duplice: da un lato, la ricerca di un’intesa che allenti le tensioni di una possibile guerra commerciale; dall’altro, una promessa europea che rischia di rivelarsi più simbolica che concreta. L’Europa sembra, in effetti, voler “giocare duro” sul piano retorico, promettendo investimenti extra per 600 miliardi di dollari, ma, di fatto, si affida al settore privato, senza strumenti reali per garantirne l’effettiva erogazione. Si tratta, perciò, di un equilibrio delicato e non è da escludere che i vertici dell’Unione Europea stiano sperando in un possibile dietrofront da parte di Trump, magari sostenuto da previsioni ottimistiche sull’aumento della volatilità che i dazi potrebbero generare.
Tuttavia, è irragionevole ritenere che dietro a un accordo del genere, che offre un vantaggio competitivo non trascurabile all’industria americana, la proposta europea di investimenti così ingenti sia solo una mossa disastrosa destinata ad accentuare il divario tra le due parti – soprattutto considerate le crescenti preoccupazioni per il riarmo del Nuovo Continente e il già ampio vantaggio tecnologico degli Stati Uniti nel settore degli armamenti. Sarebbe, dunque, più plausibile interpretare la proposta dell’Europa come uno strumento tattico all’interno del negoziato, in attesa di eventuali ripensamenti da parte dell’amministrazione Trump. Vale la pena ricordare, poi, che gli effetti economici dei dazi tendono a persistere anche dopo la loro rimozione e non vanno, quindi, interpretati come misure temporanee.
In vista di tali considerazioni, ci si può domandare quali siano le motivazioni che hanno spinto l’Unione Europea a proporre tali trattative. Tutti gli Stati membri dell’UE avevano interesse a evitare l’imposizione del 30% di dazi minacciata da Trump, ma forse nessuno quanto Germania e Irlanda, sostenute rispettivamente dai colossi dell’auto e dalle Big Tech americane. Però, gli accordi fiscali agevolati irlandesi e i piani di BMW e Mercedes di spostare parte della produzione negli Stati Uniti (anche per servire il mercato europeo) non possono rappresentare la strategia futura dell’Europa.
I governi dell’UE sono stati tutt’altro che determinanti nel costruire una posizione negoziale coerente. Alla fine, è stata Ursula von der Leyen a cedere e spetta a lei assumersi la responsabilità politica di questa decisione. Il suo entourage ha preso in mano il dossier nelle ultime settimane, arrivando all’incontro finale preparati, certo, ma solo per accettare senza discutere, rendendo inevitabile lo schiacciamento imposto da Trump. Si potrebbe attribuire la responsabilità della scelta all’inadeguatezza della Presidente della Commissione europea di fronte a uno scenario così complesso, oppure a una semplice paura delle possibili reazioni di Trump e delle conseguenti mosse che avrebbero potuto mettere in discussione settori chiave dell’economia europea.
Uno scenario simile era già stato affrontato in passato da von der Leyen: il caso richiama gli ultimi round dei negoziati sulla Brexit, quando la Presidente della Commissione cedette a richieste inaccettabili da parte di Boris Johnson, salvo poi fare marcia indietro sotto la pressione di un capo negoziatore europeo più determinato e di un gruppo di Stati membri più inflessibili.
Oggi il contesto appare mutato rispetto ad allora: Ursula von der Leyen ha certamente accumulato maggiore esperienza alla guida della Commissione europea e, forte dell’approvazione, seppur riluttante, da parte di grandi Stati membri come Germania e Italia, risulta nelle giuste condizioni per riuscire a concludere un accordo.
Per l’Europa la lezione appresa dai negoziati sulla Brexit è chiara: nulla è deciso finché tutto non è deciso. Ora si presenta un’opportunità concreta per l’UE di correggere il tiro e tornare al tavolo delle trattative con un’identità più definita: quella di un attore politico in grado di proteggere efficacemente gli interessi degli Stati membri che la compongono.
Rayan Badr
Fonti:
https://www.reuters.com/world/china/global-markets-flows-graphic-2025-08-01/
https://www.reuters.com/business/us-eu-avert-trade-war-with-15-tariff-deal-2025-07-28/
