Quando il valore della vita umana si aggira attorno a quello di una colazione al bar
Silenziose, apparentemente inesistenti, nascoste nel terreno delle zone di conflitto si trovano migliaia di mine antiuomo: disposte in modo irregolare in base alla strategia militare, sono strumenti di guerra economici, silenziosi e spietati. Possono rimanere inesplose per anni come eredità di conflitti attuali e passati. Nessuna è innocua e solo alcune possono essere riconosciute grazie a un piccolo cerchio verde sulla parte superiore, che però un occhio non attento difficilmente nota. Tutte sono capaci di mutilare o uccidere una persona, e non solo tra i militari, ma soprattutto tra i civili: donne, bambini e anziani sono tra i più colpiti.
Sono progettate per esplodere in risposta alla presenza, alla vicinanza o al contatto di una persona, ma la ruggine le rende più sensibili e bastano 3-6 chili perché si attivino.
“Le mine costano poco. Sono gli ordigni più facili da produrre, lo strumento più economico che un esercito possa usare per fermare l’avanzata di un nemico” dice Riaan Boshoff, il dirigente del Mag (Mines Advisory Group), una delle organizzazioni che si occupa dello sminamento di campi minati. Il costo per la produzione di una singola mina antiuomo è veramente basso: da 3 a 75 dollari al pezzo a seconda del modello. E così, in molte aree del mondo, basta fare un passo sbagliato, e un ordigno del valore di una manciata di monete può mutilare o uccidere un essere umano. Questo è il costo irrisorio della morte. Un’economia della violenza il cui bilancio è sempre in rosso per i civili dei paesi in cui sono state posizionate, con cui dovranno fare i conti anche dopo la fine del conflitto.
Il costo per rimuoverle e bonificare i campi minati già esistenti può arrivare fino a 5000 dollari, rendendo questo processo estremamente lungo, faticoso e costoso, ma è essenziale perché le mine che rimangono nel terreno provocano inevitabilmente dolore e sofferenza, uccidendo migliaia di persone innocenti. Secondo i dati riportati dalla Croce Rossa Internazionale solo il 13% di feriti da mine antiuomo si registra durante azioni militari, il restante 87% racchiude coloro che sono stati feriti durante il gioco, il lavoro nei campi, i viaggi, le azioni di sminamenti e azioni non militari. Oltre ai feriti si contano più di 1500 vittime ogni anno nel mondo, di cui almeno una su cinque è un bambino.
Ad oggi sono dodici i Paesi che continuano a produrre questo tipo di armi: Cina, Cuba, India, Iran, Myanmar, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Singapore, Corea del Sud, Stati Uniti e Vietnam. Ma sono ancora più di 72 gli stati in cui ci sono aree disseminate di mine antiuomo: regioni del mondo in cui la popolazione subisce danni fisici quotidiani, e in cui viene impedito lo sviluppo economico.
Nel 1997 si assistette a una svolta epocale: il premio Nobel per la pace, quell’anno, fu assegnato a “International Campaign to Ban Landmines” e all’attivista americana Jody Williams, che con il loro lavoro avevano permesso di arrivare alla firma del trattato di Ottawa. Con questo si era bandito l’utilizzo, la produzione, lo stoccaggio e il trasferimento delle mine antiuomo. Questo è stato un momento storico: la decisione di un impegno collettivo contro l’impiego nei conflitti di queste armi letali. Quando entrò in vigore, nel marzo del 1999, non solo si vietarono completamente le mine, ma si chiese ai Paesi di distruggere le scorte, ripulire le loro aree e aiutare le vittime.
Prima dell’entrata in vigore della Convenzione, le vittime nel mondo erano circa 22 mila ogni anno, dopo il 1997 c’era stata una riduzione del 95%, scendendo a circa mille vittime ogni anno, ancora molte, ma sicuramente la giusta direzione da intraprendere. La Convenzione ottenne la firma di 122 Stati il 3 dicembre 1997, attualmente sono 164. Però, già nel 1997 il trattato non era perfetto: alcune delle maggiori potenze militari mondiali avevano deciso di non aderire e dunque continuare a utilizzare queste armi, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, India, Pakistan, Israele, Libia e altri ancora…
Ma un ulteriore passo indietro è stato fatto tra maggio e giugno di quest’anno: alcuni Paesi che avevano firmato l’accordo, per lo più confinanti con la Russia, hanno deciso di rinnegarlo sostenendo che “le minacce per i paesi della Nato confinanti con la Russia e la Biellorussia sono significativamente aumentate. Bisogna mandare un messaggio chiaro: i nostri Paesi sono pronti a usare ogni mezzo per difendere il nostro territorio e la nostra libertà”. Dunque il 19 giugno il parlamento della Finlandia ha votato a favore dell’uscita dal trattato, seguito, sei giorni dopo, da quello polacco e dai tre paesi baltici. Anche l’Ucraina il 29 giugno ha dichiarato di aver firmato un decreto per ritirare il paese dall’accordo.
Gli stati che vogliono ritirarsi dal trattato, dopo averlo notificato alle Nazioni Unite, devono aspettare un tempo di 6 mesi perché effettivamente scadano gli obblighi del Paese. Human Rights Watch (Hrw) ha commentato che il ritiro dei cinque paesi europei da questo trattato internazionale mette inutilmente a rischio i civili ed è una sconfitta rispetto ai progressi compiuti per sradicare questo tipo di armi: in più si alimenta il rischio di un disimpegno progressivo da parte di altri Stati firmatari.
La posizione dell’Italia in questo scenario inizialmente era “ambigua”, poiché nei primi anni Novanta era uno dei principali produttori di mine antiuomo e terrestri. Con la firma del trattato nel 1997 ne ha proibito la produzione e si è dotata di una legge a riguardo, la 374 del 29/10/97, che oltre a vietare l’utilizzo di queste armi, impedisce la ricerca tecnologica, la fabbricazione, la vendita, la cessione a qualsiasi titolo, l’esportazione, l’importazione e la detenzione di esse e sancisce severe sanzioni civili e penali. Nel gennaio del 2003 l’Italia ha annunciato di aver ultimato la distruzione delle scorte delle mine antiuomo.
Le mine antiuomo sono la manifestazione più crudele dell’equilibrio tra economia e violenza. Se si continua a tollerare questo tipo di barbarie, anche se in nome della “sicurezza nazionale”, continueremo a vivere in un epoca in cui la morte ha lo stesso valore di una colazione al bar, prezzo per lo più scontato dai civili innocenti.
Giulia Costa Medich
FONTI
[1] https://www.internazionale.it/notizie/sally-hayden/2025/07/18/trattato-mine-antiuomo
[2] https://www.wired.it/article/mine-antiuomo-ritiro-trattato-bando-ottawa-polonia-paesi-baltici/
[3] https://www.nobelpeaceprize.org/laureates/1997
[4] https://parstoday.ir/it/news/world-i194574-la_tragedia_dimenticata_delle_mine_antiuomo
[5] https://www.womenews.net/mine-antiuomo-approvata-la-legge-per-contrastare-i-finanziamenti-a-chi-le-produce/
[6] https://it.euronews.com/2025/03/19/i-paesi-baltici-e-la-polonia-annunciano-il-ritiro-dal-trattato-sulle-mine-antiuomo
[7] https://www.apminebanconvention.org/en/
[8] https://www.maginternational.org/what-we-do/clear-landmines-clusterbombs/
[9]https://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2025/07/01/news/mine_antiuomo_cinque_stati_europei_si_ritirano_dal_trattato_per_la_messa_al_bando-424704225/
[10] http://www.sancara.org/2012/04/mai-piu-mine-antiuomo.html
[11]https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1997-10-29;374
[12]https://www.pressenza.com/it/2025/03/polonia-e-paesi-baltici-lasciano-la-convenzion e-di-ottawa-sulle-mine-antiuomo-in-nome-della-deterrenza/
[13]https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_internazionale_per_la_proibizione_dell%27uso,_stoccaggio,_produzione,_vendita_di_mine_antiuomo_e_relativa_distruzione
[14] https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_internazionale_per_la_proibizione_dell%27uso, _stoccaggio,_produzione,_vendita_di_mine_antiuomo_e_relativa_distruzione
