L’Italia è uno degli Stati europei dal patrimonio linguistico più ricco e diversificato: nel nostro Paese sono infatti attestate tutte le lingue indoeuropee attualmente presenti in Europa (tranne quella baltica e celtica). Molte di queste lingue presenti sul territorio costituiscono delle minoranze linguistiche, a volte presenti già dal primo Medioevo, ma la storia della loro tutela è piuttosto recente. L’art. 6 della Costituzione italiana già nel 1948 dichiarava che “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, senza tuttavia specificare quali esse fossero. Negli anni si sono succedute varie normative regionali a loro tutela, ma è solo nel 1999, con la legge n. 482, “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, che viene emanata una legge nazionale, a riempire un vero e proprio vuoto legislativo: una norma che tuttavia non è stato esente da critiche nel corso del tempo, soprattutto da parte degli esperti di linguistica. Ma vediamole nel dettaglio.
12 minoranze, e le altre?
Il problema principale della legge è l’insieme chiuso di minoranze linguistiche ammesse a tutela, 12, per cui al di fuori di queste non c’è possibilità per altre di godere della stessa protezione. La 482 è poi stata accusata di essere storicista e territorialista: come recita il nome, sono solo le minoranze storiche a essere tutelate, in particolare quelle radicate sul territorio italiano, in una determinata area, da diversi secoli. Ecco quindi che rimangono escluse lingue come la LIS (Lingua Italiana dei Segni, formalmente riconosciuta dallo stato italiano soltanto nel 2021), le lingue delle minoranze “non territorializzate” (romanì, armeno, ebreo-giudaico), le lingue dei migranti (come il rumeno, anche se spesso il progetto di immigrazione delle comunità che lo parlano è di lunga durata) o anche minoranze presenti sul territorio da diversi secoli, come il tabarchino in Sardegna o le varietà “alto-italiane” (occitano e francoprovenzale) nel Mezzogiorno (come Basilicata, Calabria, Sicilia). Insomma, la legge è un grande passo avanti in materia, ma le criticità restano molte.
Etnobusiness, o l’identità linguistica come merce
Forte oggetto di critica è stata anche la modalità di richiesta di tutela, di competenza dei singoli comuni (per questo la procedura è stata tacciata di territorialismo), che prevede tre possibili meccanismi: un’inchiesta che coinvolga almeno il 15% di cittadini iscritti alle liste elettorali, o di un terzo dei consiglieri comunali, o in alternativa, un referendum. Una modalità che, se da un lato si fa portavoce del diritto all’autodeterminazione delle minoranze, dall’altro spesso ha portato a fare soltanto affidamento sull’autopercezione dei parlanti, non chiedendo quasi mai la verifica da parte di esperti.
Questo ha dato origine a situazioni alquanto pittoresche, in cui alcuni amministratori, avendo percepito i vantaggi economici e turistici dell’ascrizione a una minoranza, hanno promosso la richiesta di tutela, adducendo motivazioni non sempre fedeli alla realtà dei fatti. Il caso più clamoroso è sicuramente quello dei comuni di Ischia, che nel 2006 volevano farsi riconoscere come sede di minoranza germanofona, per la presenza di molte donne tedesche e austriache sposate a pescatori ischitani, riuscendo a ottenere l’approvazione del consiglio provinciale, poi ritirata. Un caso a noi più vicino è poi sicuramente quello di Briga Alta, comune dell’alta Valle Tanaro dove si parla il brigasco, varietà di ligure alpino, falsamente presentato come varietà di occitano. Oppure ancora Castagnole Piemonte, che ha tentato di farsi riconoscere come sede di minoranza francoprovenzale, pur essendo un comune in piena pianura.
Se per le minoranze francoprovenzali le richieste sono state inferiori rispetto agli aventi diritto, per quelle occitane la situazione è opposta: su 109 comuni occitani tutelati, solo 68 ne avrebbero diritto (Regis 2020). Si tratta di pratiche che portano alla dispersione di risorse già esigue, e che, come sosteneva il linguista Fiorenzo Toso, “inducono a relativizzare il senso di appartenenza delle popolazioni interessate, e a rimodellarlo sulla base di convenienze vere o presunte, generando «confini» linguistici antistorici e arbitrari.” Lo stesso Toso è stato il primo a parlare per questi casi di “etnobusiness”, fenomeno di strumentalizzazione dell’identità culturale, per cui un’appartenenza diventa spesso occasione di marketing. Il rischio è che le minoranze che avrebbero davvero bisogno di tutela rimangano escluse, e che altre avviino sì eventi culturali, ma senza valorizzare le lingue minoritarie.
DeVulgare
Esistono tuttavia iniziative che fanno ben sperare, come DeVulgare, associazione di promozione sociale nata nel 2021, che porta avanti un progetto di raccolta di materiale orale, per costruire un’audioteca digitale aperta e accessibile, con registrazioni di tutte le lingue d’Italia, incluse quelle di minoranza. Il progetto si pone tre obiettivi legati tra di loro, come recita il loro sito: “preservare la ricchezza linguistica locale, valorizzarne il patrimonio e diffondere la conoscenza attraverso strumenti pratici e digitali”. Un’iniziativa per far uscire dal folklore lingue che in alcuni casi rischiano di veder sempre più calare il loro numero di parlanti. Un antico proverbio africano recita infatti: “Quando muore un anziano, è come se bruciasse una biblioteca”, e lo stesso vale per le lingue minoritarie.
Anna Gribaudo
Fonti:
Ilaria Fiorentini, Sociolinguistica delle minoranze in Italia. Un’introduzione, Carocci, 2022.
https://publicacions.iec.cat/repository/pdf/00000269/00000075.pdf
