Nel dibattito contemporaneo sulla moda, la parola “sostenibilità” è diventata un mantra ripetuto con insistenza, spesso svuotato del suo significato originario. Eppure, il termine deriva dal latino sustinere, ovvero difendere, sostenere, prendersi cura. Un concetto che, prima di essere assorbito dal marketing globale, aveva una portata profondamente ecologica e politica.
Negli anni Sessanta e Settanta, con l’ascesa dei movimenti ambientalisti, sostenibilità significava soprattutto riconoscere i limiti della biosfera e denunciare le contraddizioni di un modello economico che consumava risorse a un ritmo superiore alla loro capacità di rigenerazione. Da allora, la nozione si è ampliata: dai limiti ecologici si è passati a includere la dimensione sociale ed economica, fino alla formulazione celebre del rapporto Our Common Future del 1987, che definiva lo sviluppo sostenibile come la capacità di soddisfare i bisogni presenti senza compromettere quelli delle generazioni future. Questa definizione sembrava offrire un equilibrio virtuoso tra crescita, equità e tutela dell’ambiente e negli anni ha permesso a governi e imprese di abbracciare, almeno formalmente, un’agenda “green”.

Tuttavia, l’interpretazione dominante della sostenibilità si è progressivamente piegata alle logiche del mercato. Oggi, un prodotto può dirsi sostenibile solo se è compatibile con la generazione di profitto. In altre parole, la sostenibilità è diventata una variabile economica, non un principio etico o ecologico. E quando viene inglobata nel linguaggio del capitalismo, si trasforma facilmente in uno strumento ideologico, in un mezzo per presentare come “responsabile” un sistema produttivo che continua a basarsi su estrattivismo, sfruttamento e disuguaglianze strutturali.
Il settore della moda – e in particolare quello del fast fashion – ha colto questa opportunità con straordinaria disinvoltura. Etichette come “eco”, “green”, “conscious” o “join life” sono ormai onnipresenti, ma spesso rappresentano poco più che operazioni di facciata. Il fenomeno del greenwashing mostra come molte multinazionali attribuiscano ai propri capi una presunta sostenibilità senza garantire verifiche indipendenti, senza assicurare trasparenza nelle filiere e utilizzando materiali solo marginalmente meno impattanti rispetto a quelli convenzionali. Così, la sostenibilità diventa un dispositivo discorsivo utile a preservare un modello produttivo iperaccelerato, in cui la produzione e il consumo crescono senza tregua.
Ed è proprio qui che si apre la domanda: un capo fast fashion può essere sostenibile? Se la produzione si basa su ritmi incessanti, fibre sintetiche, filiere globali opache e lavoro sottopagato, la risposta sembra essere strutturalmente negativa. Il fast fashion non è un’anomalia, è la forma più coerente del capitalismo contemporaneo: la logica dell’obsolescenza programmata, che rende i capi destinati a durare pochi lavaggi, non è una deviazione, ma una strategia. Il consumo compulsivo non è un effetto collaterale, ma un obiettivo programmato del sistema. Proprio per queste ragioni, è utile citare il filosofo e docente Kohei Saito che, nel suo libro “Il Capitale nell’Antropocene”, introduce il concetto di “comunismo della decrescita”, una proposta che non si limita a correggere le storture del sistema, ma che ne sovverte le fondamenta. Saito sostiene che la crisi socio-ecologica non possa essere risolta attraverso un capitalismo “più verde”, perché la frattura metabolica tra società e natura è insita nella logica dell’accumulazione illimitata. L’unica alternativa reale, afferma, è ripensare l’economia su basi collettive, comunitarie e non competitive, riconoscendo che la produzione non può crescere all’infinito su un pianeta finito. In questa cornice, il fast fashion non è semplicemente un settore industriale problematico: è un simbolo della catastrofe generata dal capitalismo estrattivo. La decrescita comunista, applicata alla moda, implicherebbe non solo la riduzione dell’impatto ambientale dei capi, ma anche l’interruzione della produzione superflua, il ridimensionamento della domanda, l’abolizione del marketing predatorio che alimenta il desiderio incessante di novità. Significherebbe, in altre parole, smettere di concepire l’abbigliamento come merce usa e getta e restituirgli un valore sociale, relazionale e culturale, che oggi è stato smarrito.
La rottura proposta da Saito non è un ritorno nostalgico a un passato preindustriale, ma una trasformazione politica che mira a restituire ai commons – alle risorse condivise – un ruolo centrale. Ciò implica anche un ripensamento del lavoro, della distribuzione della ricchezza e della partecipazione democratica alla gestione delle risorse. Nel caso della moda, significherebbe favorire materiali durevoli, pratiche di riparazione, filiere locali e trasparenti, modelli cooperativi e non competitivi. Tutto ciò implica un cambio di paradigma profondo, che va oltre l’idea di “comprare meglio”: si tratta di “comprare meno”, ma soprattutto di produrre meno. E allora, tornando alla domanda iniziale, si può dire che un capo fast fashion possa essere davvero sostenibile? La risposta, alla luce delle analisi riportate, non può che essere negativa. Ogni tentativo di rendere “verde” il fast fashion si scontra con la sua essenza: un sistema basato sulla velocità, sulla quantità, sulla sostituibilità e sull’iperproduzione. La sostenibilità, per essere reale, richiede tempo, cura, relazioni, trasparenza. Tutto ciò che il fast fashion, per sua natura, non può offrire.
Il nodo non è solo ciò che indossiamo, ma il modello di mondo che quel capo rende possibile. E in questa prospettiva, il comunismo della decrescita non appare come un’utopia astratta, ma come una delle poche visioni capaci di immaginare un futuro in cui la moda non sia più una macchina di sfruttamento, ma un linguaggio di cura, responsabilità e libertà condivisa.
Giulio De Meo
Fonti
Saitō, Kōhei. Il capitale nell’Antropocene. Einaudi, 2024.
