Anarcha, Lucy e Betsey sono tre nomi riemersi dall’oblio storico, appartenuti a giovani donne nere ridotte in schiavitù nelle piantagioni di Montgomery, Alabama, negli anni ’40 dell’Ottocento. I loro corpi divennero il terreno su cui il dottor James Marion Sims, considerato ancora oggi il vero e proprio padre della ginecologia, costruì la sua carriera. Senza consenso né anestesia, queste donne furono sottoposte a esperimenti atroci.
Quando la malattia diventò pretesto per la sperimentazione
Tutto ebbe inizio quando Anarcha, Lucy e Betsey svilupparono una condizione medica dolorosa e parecchio diffusa a quei tempi, la fistola vescico-vaginale (o retto-vaginale). Essa, sviluppata in seguito a un travaglio prolungato e complicato, causava un’incontrollabile perdita di urina e feci dalla vagina, provocando danni irreversibili al controllo della vescica e un’emarginazione sociale con cui avrebbero dovuto convivere per il resto della loro vita.
Nel 1845, i padroni delle piantagioni — interessati esclusivamente a recuperare la forza lavoro — chiesero consiglio al dottor Sims, noto per il suo interesse nella sperimentazione medica. Le tre donne vennero così consegnate al medico come cavie umane per i suoi tentativi chirurgici.
Le terribili conseguenze
Lucy subì un’operazione di circa un’ora — a seguito della quale contrasse una grave infezione — davanti a un pubblico di medici curiosi. Di Betsey, invece, sappiamo poco: negli scritti di Sims non è riportata alcuna traccia della sua operazione, lasciando immaginare, dunque, un calvario senza fine.
Tra tutte, però, fu Anarcha Westcott a pagare il prezzo più alto. Per volontà del medico statunitense, Anarcha subì ben 30 interventi chirurgici nell’arco di quattro anni, tutte senza trattamento antidolorifico. Gli anestetici, all’epoca, non erano di uso comune: gli unici antidolorifici conosciuti erano l’oppio e il protossido di azoto, che tuttavia fornivano un sollievo ridotto. Sims, però, ritenne che queste operazioni chirurgiche “non fossero abbastanza dolorose da giustificare il disturbo e il rischio”. Questa crudeltà era radicata in una credenza razzista del periodo, cioè l’idea che le persone nere avessero una soglia del dolore e una forza fisica maggiore rispetto ai bianchi.
La storica Deirdre Cooper Owens nel suo saggio Medical Bondage, Race, Gender, and the Origins of American Gynecology dichiara che:
[…] Le donne nere, specialmente quelle che furono schiavizzate, possono essere a buona ragione considerate le madri di questa branca della medicina per il ruolo che ebbero in quanto pazienti, infermiere delle piantagioni e ostetriche. I loro corpi resero possibili le ricerche che produssero i dati necessari ai dottori bianchi per scrivere i loro articoli sulle malattie, la farmacologia, i trattamenti e le cure ginecologiche.
Grazie al sacrificio forzato di queste donne, Sims divenne uno dei medici più celebri del periodo, venne nominato presidente dell’American Medical Association, viaggiò a lungo in Europa e fu più volte ospite nelle corti di re e di presidenti per curare l’élite bianca.
Oggi, alla ricerca di una giustizia storica
Presso l’Alabama State Capitol, nel 1939 venne eretta una statua in memoria di James Marion Sims, che è ancora oggi oggetto di polemiche e proteste ma non può essere rimossa a causa di una legge del 2017. Tuttavia, per ristabilire la realtà storica e ricordare le sofferenze patite da Anarcha, Lucy e Betsey, l’artista Michelle Browder ha eretto a Montgomery il monumento The Mothers of Gynecology, realizzato con metalli di scarto. Le figure femminili appaiono alte il doppio rispetto alla statua del medico: questa scelta simboleggia la volontà di non essere mai più sottomesse alla volontà di un uomo, di non essere più guardate dall’alto in basso. Inoltre, sono ricoperte da nomi di donne che hanno partecipato alla lotta al razzismo, da strumenti chirurgici e da altri frammenti metallici.
In seguito ad alcune proteste del 2018, un’altra statua in onore del dottor Sims a New York è stata eliminata, segnando un primo passo verso una giustizia storica tardiva ma comunque necessaria.

Deborah Solinas
