Intervista a Davide Quadrio, direttore del MAO

The Password ha avuto l’onore di intervistare Davide Quadrio. In qualità di direttore del Museo d’Arte Orientale di Torino, dal 2022 continua a lavorare per favorire uno spostamento di prospettiva in relazione allo sguardo che i visitatori hanno sul mondo asiatico. La mostra The Soul Trembles, visitabile fino al 28 giugno 2026, è la prima monografica su Chiharu Shiota in Italia ed espone, accanto a un’ampia documentazione delle foto e dei video realizzati a partire dal 1992, quando l’artista giapponese passò dalla pittura al mondo performativo e installativo, una serie di grandi opere progettate principalmente dopo il 2016 e collocate al MAO anche all’interno degli spazi della collezione permanente. L’aspetto installativo è predominante e porta il visitatore a immergersi nel mondo intimo e poetico di Chiharu Shiota. 
Questa grande mostra ha richiesto oltre due anni di lavoro e, fra gli effetti che ha prodotto sul museo, ha favorito un incremento straordinario di visitatori under 30. I giovani sono anche stati attratti dalla nuova narrazione museale e dalle attività collaterali alle mostre, in particolare dal public programme Evolving soundscapes, che porta in museo numerosi performer musicali della scena indipendente internazionale.
La mostra The Soul Trembles sta riscuotendo un grande successo e, in poche settimane, ha portato al MAO un numero di visitatori che, in altre occasioni, era stato raggiunto solo dopo diversi mesi di apertura.
Il progressivo spostamento dello sguardo a cui si accennava è favorito anche dalla partecipazione del MAO alla nuova rete MIPAM (Musei Italiani con Patrimonio dal Mondo), che permette alle istituzioni culturali italiane di ripensare il proprio approccio museologico. 

Sul vostro manifesto c’è scritto che il museo vuole proporsi come #MAOtempopresente. Quali sono le strategie che adottate per arrivare al pubblico contemporaneo?

L’intuizione è stata quella di interpretare il patrimonio che abbiamo — differente rispetto alla maggior parte degli altri musei in Italia — in modo da renderlo comprensibile al pubblico. Questo processo si è svolto in due fasi. La prima è stata quella di chiarire insieme al personale del museo che cosa significa lavorare nel tempo presente, quindi non occuparsi soltanto dell’aspetto scientifico e storico, ma anche di quello narrativo. Un lavoro di risorse umane che si è sviluppato durante tutto il primo anno della mia direzione. Contemporaneamente, abbiamo coinvolto artisti, studiosi, specialisti che non necessariamente si occupavano solo di arte orientale. Abbiamo lavorato partendo dalle nostre collezioni, espandendole attraverso operazioni capaci di offrire nuove interpretazioni del patrimonio del museo. Le opere che custodiamo non hanno soltanto un valore artistico. Le collezioni del nostro museo sono infatti legate al tema del gusto, connesso a un particolare periodo storico, e non rappresentano l’Asia tout court, ma riflettono piuttosto un gusto per l’esotico che gli europei hanno manifestato tra Ottocento e Novecento. Il museo non rappresenta l’Asia, ma lo sguardo con cui il mondo occidentale ha guardato all’Asia attraverso le epoche

Infatti, nella mostra di Chiharu Shiota non sorprende la scelta del MAO di accostarsi all’arte contemporanea, ma sembra il progetto più grande che il museo abbia realizzato finora…

Ritengo opportuno sottolineare che non ci accostiamo all’arte contemporanea, ma ci accostiamo agli autori contemporanei. È molto diverso, perché non trasferiamo semplicemente delle opere all’interno del museo: noi lavoriamo con artisti, creativi, studiosi, musicisti che operano all’interno del museo e lo trasformano. Mettere in dialogo opere contemporanee con le collezioni è un esercizio cosmetico, mentre quello che noi facciamo è un tentativo di cambiare la percezione dello spazio museale e la narrazione degli oggetti per il pubblico. Il desiderio del MAO non è quello di accostare oggetti ad altri oggetti, ma di trasferire quello che questi oggetti sono e hanno rappresentato attraverso delle azioni che muovono la collezione in direzioni innovative e spesso radicali. È su questo tipo di approccio che il museo si sta distanziando, rispetto ad altre pratiche museali, che riguardano il rapporto con l’arte contemporanea. 

Shiota Chiharu, Connecting Small Memories (detail), 2019 – Mixed media – Dimensions variable.
Installation view: Chiharu Shiota: The Soul Trembles, MAO Museo d’Arte Orientale, Torino, 2025 (Photo: Giorgio Perottino – Photo
courtesy: MAO Museo d’Arte Orientale)
Shiota Chiharu, State of Being (Kasaya), 2025. Painted fabric, red thread, wooden pedestal.
Installation view: Chiharu Shiota: The Soul Trembles, MAO Museo d’Arte Orientale, Torino, 2025 (Photo: Giorgio Perottino – Photo courtesy: MAO Museo d’Arte Orientale)

Per quali ragioni il MAO ha aderito alla nuova rete dei Musei Italiani con Patrimonio dal Mondo?

La nascita del MIPAM è stata una scelta condivisa con il MUDEC di Milano e il MUCIV di Roma. Siamo ancora all’inizio dell’esperienza, che vede, all’interno della rete, musei di natura diversa. Ci incontriamo ai tavoli di lavoro per riflettere su tematiche come conservazione, prestiti, aspetti legali e assicurativi, ma anche su possibili progettualità. Quella che può essere considerata la prima esperienza pubblica di questa collaborazione tra musei è la mostra Il senso della neve, che si terrà al MUDEC nel febbraio 2026, a cui noi contribuiremo con una selezione di opere tibetane

Il lavoro che state svolgendo all’interno della rete MIPAM potrebbe favorire in futuro progetti concreti per l’allestimento del MAO?

I confronti che abbiamo nelle riunioni sono molto fruttuosi, perché permettono di ripensare l’idea museale ed espositiva e di confrontarsi in maniera concreta sul tema dell’approccio museologico.

Da quasi quattro anni noi stiamo già lavorando su problemi di questo tipo, in un contesto che rimane fortemente ottocentesco, dalla suddivisione geografica dell’esposizione delle collezioni all’utilizzo di apparati come le teche. L’anno prossimo al MAO ci sarà una vera e propria rivoluzione per quanto riguarda la collezione cinese. Non si può (né deve) cambiare il museo ottocentesco, ma si possono proporre altre possibilità di avvicinamento alle collezioni, creando modalità di fruizione diverse per il pubblico. Attualmente stiamo lavorando a un riallestimento con un team di artisti e architetti con l’obiettivo di modificare drasticamente dell’uso delle teche, che in questo momento conservano e separano dallo spettatore in modo classico. 

Questo aiuta lo spettatore nella visita?

Stiamo lavorando sullo spostamento dello sguardo. Abbiamo già adottato alcune tecniche per creare un legame più profondo con il visitatore, come nei contenuti di approfondimento sui restauri eseguiti sulle tre armature dei samurai o quelli presenti nella sala dedicata ai frammenti dei monasteri tibetani, dove facciamo emergere gli aspetti storici legati alla distruzione dei reperti durante l’invasione cinese degli anni Cinquanta. Un’altra cosa sulla quale stiamo lavorando molto sono i testi delle didascalie, solitamente brevi. Questi non forniscono solo informazioni di tipo scientifico e storico, ma cercano di inquadrare le opere all’interno delle poetiche degli artisti. Invece di spiegazioni di tipo curatoriale, cerchiamo di fornire un percorso narrativo, che non appesantisca la visita e permetta al visitatore di entrare e uscire da questo sistema a suo piacimento. 

Lo spazio dedicato al Monastero di Densatil nella Galleria dell’Asia centro-meridionale, Regione Himalayana del Museo Arte Orientale di Torino. Il Monastero, fondato nel 1198, fu distrutto durante la “Grande Rivoluzione Culturale” della Cina di Mao Zedong (1966-1969), così come altre migliaia di istituti religiosi secolari. L’allestimento, recentemente ripensato, evidenzia la provenienza e la storia dei resti esposti (Photo courtesy: MAO Museo d’Arte Orientale)

È possibile, attraverso solo qualche ora al museo, mettere in discussione una visione di stampo ottocentesco che abbiamo nei confronti dell’arte non europea? In che modo?

La cosa che sicuramente si può fare in quel breve lasso di tempo è stimolare il dubbio. Secondo me, è questo il compito del museo. Non quello di insegnare qualcosa, bensı̀ di trasferire al visitatore una serie di possibili interpretazioni, creando un momento di cortocircuito che metta in discussione non solo quello che vede, ma anche quello che pensa. 

Angelo Susino

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