Cosa è successo alla COP30 di Belém?

Il 22 novembre 2025 si è tenuta la plenaria di chiusura della COP30, letteralmente Conference of the Parties, cioè l’incontro annuale dei negoziatori degli Stati parte della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). La conferenza ha segnato un momento simbolico importante: a dieci anni dall’Accordo di Parigi, la comunità internazionale era chiamata a fare un bilancio sullo stato dell’azione climatica globale.

Belém come simbolo politico

La conferenza, iniziata il 10 novembre, si è tenuta a Belém, in Brasile, alle porte della foresta amazzonica, con un forte significato politico: in primo luogo, si è riportato all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della deforestazione, e di come la crisi climatica non sia solo una questione energetica, ma coinvolga territori, biodiversità e sistemi ecologici complessi.

La COP30 era infatti attesa come la “COP dell’adattamento”, con l’obiettivo di ridare centralità alle istanze dei Paesi più vulnerabili del Sud globale e di rafforzare il discorso sulla giustizia climatica. La sede amazzonica ha favorito una presenza significativa di popolazioni indigene e organizzazioni della società civile, contribuendo a spostare l’attenzione dalle sole soluzioni tecnologiche ai diritti e ai contesti locali.

Ospitare la COP a Belém è stato anche il segnale di un rinnovato impegno del Brasile come leader climatico: il presidente Lula ha convocato capi di Stato e di Governo il 6 e 7 novembre, prima dell’apertura ufficiale dei lavori, invitando ad aumentare l’ambizione dell’azione climatica, in particolare su deforestazione e transizione dai combustibili fossili.

La scelta della sede ha tuttavia sollevato anche numerose criticità. Le infrastrutture temporanee e permanenti costruite per l’evento hanno avuto impatti ambientali rilevanti, e la sostenibilità di una conferenza di tale portata in una città con capacità infrastrutturali limitate è stata ampiamente messa in discussione. La COP30 ha richiesto investimenti ingenti in una regione già fragile e ha comportato lunghi viaggi intercontinentali e complessi spostamenti interni, evidenziando le contraddizioni strutturali del formato stesso delle COP.

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Il Global Mutirão: ambizioni e limiti

Nonostante le aspettative elevate, la COP30 ha parzialmente deluso.

Una delle principali novità è stata la creazione di uno spazio negoziale parallelo, il Global Mutirão (“Sforzo comune globale”), pensato per affrontare i temi più controversi ed evitare il consueto stallo dell’agenda. In particolare, quattro questioni erano rimaste fuori dall’agenda ufficiale della COP30, così come era già accaduto agli incontri SB62 di Bonn: il gap nell’ambizione e nell’implementazione delle NDC – nationally determined contributions, piani nazionali di mitigazione – , l’attuazione dell’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi sulla finanza climatica e le misure carbon border adjustment, come la CBAM europea. Questi temi sono stati discussi nel Global Mutirão, con negoziati a porte chiuse nella seconda settimana, sotto il controllo diretto della Presidenza, e sono confluiti nel testo finale.

Il documento riafferma l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, ma senza introdurre strumenti concreti per raggiungerlo. Sul fronte delle NDC sono state lanciate due iniziative: il Global Implementation Accelerator, piattaforma volontaria di supporto all’attuazione dei piani nazionali, e la Belém Mission to 1.5, finalizzata ad accelerare cooperazione, investimenti e implementazione.

Sul tema della finanza climatica, si è parlato di almeno triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2035, deludendo le richieste più ambiziose dei paesi del Sud globale e ancora distante dall’obiettivo di mobilitare almeno 300 miliardi di dollari l’anno fissato a Baku.

Ancora più deboli i risultati sul tema delle carbon border adjustment measures: l’accordo si limita all’organizzazione di dialoghi tra il 2026 e il 2028 e richiama un principio della Convenzione, secondo cui le misure climatiche unilaterali non devono trasformarsi in strumenti di discriminazione commerciale.

Ma quello che più ci si aspettava da questo testo era una Roadmap sulla transizione dai combustibili fossili, tuttavia la proposta del Brasile, sostenuta da oltre ottanta Paesi, non ha superato il veto dei petrostati, e nel testo scompare anche qualsiasi riferimento alle risorse fossili.

Le proteste e il caso Colombia

L’approvazione del Global Mutirão non è avvenuta senza tensioni. Il presidente della COP, André Corrêa do Lago, ha adottato il testo finale omettendo i riferimenti alla deforestazione e alla transizione dai combustibili fossili, battendo il martelletto nonostante alcune delegazioni avessero sollevato le targhe nazionali in segno di protesta.

La Colombia aveva più volte preso la parola per esprimere la propria contrarietà al testo con le omissioni e alle modalità di conduzione della plenaria, seguita da Panama e Uruguay. Il governo colombiano ha inoltre annunciato l’organizzazione, insieme ai Paesi Bassi e ad altri Stati particolarmente ambiziosi, della prima conferenza internazionale dedicata al phase-out (letteralmente, eliminazione graduale) dei combustibili fossili, prevista per aprile 2026 a Santa Marta.

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Altri risultati: luci e ombre

Il testo finale del GGA segna alcuni avanzamenti sul fronte della giustizia sociale, includendo le persone di origine africana tra le categorie vulnerabili, mentre in quello della Just Transition viene rafforzato il linguaggio sui diritti umani. Più debole appare invece il Gender Action Plan, che, pur riconoscendo l’impatto differenziato del cambiamento climatico sulle categorie vulnerabili, elimina riferimenti chiave a salute sessuale e riproduttiva, violenza domestica e identità non binarie.

È stata posta grande enfasi sulla lotta alla disinformazione climatica, che continua a ostacolare decisioni politiche ambiziose, e i Paesi si sono impegnati a promuovere comunicazioni trasparenti e scientificamente fondate. Al tempo stesso, il dibattito sul ruolo dell’IPCC, emerso durante la conferenza, rappresenta un segnale preoccupante: mette in discussione il riferimento alla best available science, l’unico linguaggio condiviso su cui dovrebbe fondarsi l’azione climatica.

Le critiche rivolte alla Presidenza per la scarsa trasparenza e per una gestione procedurale contestata hanno ulteriormente alimentato la sfiducia nel processo negoziale. In questo contesto, l’emergere di iniziative esterne al quadro ufficiale delle COP – come il primo vertice internazionale sul phase-out dei combustibili fossili – segnala la crescente necessità di ripensare un sistema multilaterale percepito da molti come inefficace.

Serena Savarese

Fonti

Italian Climate Network, “COP30, THE ANALYSIS BY ITALIAN CLIMATE NETWORK”, 22 novembre 2025, ultima consultazione: 28 dicembre 2025, link: https://www.italiaclima.org/en/cop30-the-analysis-by-italian-climate-network/

Perrone Tommaso, “Quanto successo alla Cop30 è un terremoto geopolitico. Ora dobbiamo capire come ricostruire un sistema rotto, come il clima”, Wired, 22 novembre 2025, ultima consultazione: 28 dicembre 2025, link: https://www.wired.it/article/cop30-terremoto-geopolitico-ricostruire-sistema-rotto-come-il-clima/

Scott Alexandra, Zanini Valeria, “Cos’è successo alla COP30 di Belém”, ECCO, 24 novembre 2025, ultima consultazione: 28 dicembre 2025, link: https://eccoclimate.org/it/cose-successo-alla-cop30-di-belem/

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