Attenzione! Articolo da leggere con cautela perché potrebbe contenere delle tracce di ironia e sarcasmo.
C’era una volta, tanto tempo fa, un silenzioso uomo primitivo che, munito di clava, andava a caccia per sopravvivere. Qualche tempo più tardi, con l’avvento di Internet, l’uomo, ormai evoluto e non più silenzioso, ha abbandonato la clava, ha comprato un microfono e ha aperto un podcast: benvenuti nella manosfera, il grande lunapark della virilità contemporanea.
Che cos’è questa “manosfera”?
“Manosfera” è un termine utilizzato per definire un gruppo eterogeneo di uomini uniti da uno stesso stato d’animo: la frustrazione derivante dalla convinzione che la società li stia perseguitando perché non possono più ruggire in ufficio o interrompere una riunione per spostare un mobile. La manosfera affonda le sue radici nei movimenti per i diritti degli uomini degli anni ’70 e ’80, ma il termine ha avuto una particolare diffusione a partire dall’inizio degli anni 2000, quando questi “maschi alfa” hanno iniziato a cercare i propri simili online per dare sfogo alla propria amarezza e insoddisfazione su vari siti web e blog o per scambiarsi consigli per la sopravvivenza (vedi la comunità Pick-Up Artist, che letteralmente significa “artista del rimorchio“).
Ma qual è l’obiettivo ultimo di questi soggetti così ingiustamente oppressi? Difendere la mascolinità. Da cosa? Un nemico imprecisato: il femminismo, la società, i ruoli di genere. Tutto pur di non dire “forse ho solo bisogno di terapia”.
Il Podcasterone: l’imitazione è la forma più sincera di inadeguatezza
Due uomini, due microfoni e un sogno: spiegare cosa significhi essere veri maschi nel 2025. È così che nasce il Podcasterone, podcast condotto da Petar Duper e Flavio Raponi, uno dei più recenti esempi di mascolinità tossica emerso negli ultimi tempi. Il format del programma è molto semplice, chiunque potrebbe condurlo. Basta sedersi, gonfiare il petto e partorire frasi come: “Noi siamo uomini testosteronici, primordiali, ormonali”, “se parla una donna bella l’ascoltiamo, se parla una brutta no”. Insomma, un TED talk neandertaliano. Il problema del Podcasterone, oltre al lampante maschilismo, è il suo essere una goffa copia dell’originale americano: Tate Speech, il podcast di Andrew Tate, anche lui soggetto di uomo evoluto che ha scambiato la sua clava per un microfono ma è ancora munito Flintmobile. Il programma italiano e quello americano hanno in comune la medesima critica: le donne moderne sono troppo indipendenti.
Oltre a risate amare, queste manifestazioni di mascolinità tossica suscitano anche delle riflessioni. Esse ci costringono infatti a confrontarci con una triste realtà: questi “uomini veri”, in un mondo moderno che si è evoluto senza loro, hanno perso il proprio senso di identità e, al posto di affrontare il problema con introspezione ed empatia, hanno optato per prendere la scorciatoia del maschilismo. Il futuro della manosfera è proprio questo: un teatro dove gli uomini interpretano il ruolo di “vero maschio” in una recita infinita fatta di virilità dichiarata e insicurezza inconsapevole.
Il Podcasterone, tutto sommato, può anche essere utile: ci mostra che la mascolinità tossica non ha più il fascino di un tempo ma è solo imbarazzante, e il ridicolo resta la punizione più elegante.
L’altra faccia della medaglia: Incel-land
Benvenuti nel magico mondo degli incel (abbreviazione di “involuntary celibates”, che letteralmente significa “celibi involontari”), un altro oscuro lato dell’Internet, dove la logica è morta ed è sempre colpa delle donne.
Gli incel nascono negli anni 2000 come gruppo di sostegno formato da persone mosse dal desiderio di confrontarsi sulle difficoltà relazionali, poi – come ogni cosa su Internet – la faccenda è degenerata. Oggi i forum popolati dagli incel sono paludi dove si vocifera che l’amore è un complotto e Tinder è la prova di un sistema che opprime gli uomini, tra chi si rammarica di non essere abbastanza bello e chi si lamenta perché “alle donne non piacciono più i bravi ragazzi”, dimenticando che essere gentili non è uno strumento di seduzione, ma il minimo sindacale per vivere in società.
In queste community l’autoironia è bandita, sostituita tassativamente da un vittimismo e risentimento per cui ogni fallimento diventa prova del complotto: se lei non risponde è perché “il femminismo ha rovinato tutto” e se non accetta di uscire è perché “le donne sono ipergamiche”. Si tratta a tutti gli effetti di un universo autoriferito in cui qualsiasi evento viene reinterpretato per confermare una teoria predefinita (Galileo, spostati). La vera tragedia è che molti di questi incel non sono mostri, ma ragazzi educati a confondere il sesso con il valore personale e la frustrazione con verità universale.
Se l’incel vede l’amore come una punizione divina, l’uomo alfa lo commenta con la stessa superficialità e aggressività con cui spesso parla di calcio. Tutt’e due, però, rintracciano l’origine della propria frustrazione nella medesima fonte: la donna moderna. La verità è che entrambi sono protagonisti della commedia del maschio spaesato: il mondo cambia, loro si lamentano e Internet applaude.
Serena Spirlì
