Questo 20 gennaio, si è conclusa la Milano Fashion Week Uomo, durante la quale sono state svelate le collezioni dei brand italiani per l’autunno/inverno 2026-27, con molte presentazioni e poche sfilate. Tra queste, spicca quella di Dolce&Gabbana, che ha fatto molto discutere a causa del casting selezionato, considerato poco inclusivo. Dopo la passerella milanese del 17 gennaio, infatti, sono nate numerose polemiche sui social, che hanno richiamato l’atteggiamento conservatore spesso dimostrato dal duo, composto da Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Un fatto non isolato, specchio di una moda italiana che talvolta fatica ad allargare le proprie vedute.

Stefano Dolce e Domenico Gabbana. Cortesia di marieclaire.it.
50 sfumature di bianco è il titolo con cui il fashion content creator Elias Medini (@ly.as su Instagram) ha ribattezzato l’ultima passerella di Dolce&Gabbana: un tripudio di modelli bianchi, caucasici, con la mascella squadrata, stereotipicamente perfetti e tutti uguali. Una scelta poco inclusiva, anche in contrasto con l’intento della sfilata — intitolata The Portrait of Man —, che ambiva a rappresentare le molteplici sfumature della figura maschile, celebrandone la pluralità e l’individualità attraverso capi d’abbigliamento pensati per diversi tipi di uomo: «l’intellettuale introspettivo, il visionario creativo, il seduttore mediterraneo, il razionale rigoroso, il romantico inquieto», come si legge sul sito ufficiale del brand. Un’intenzione che contrasta fortemente con il senso di omologazione emerso dalla scelta del casting e dall’alto tasso di stereotipi dei ritratti in passerella.
Dolce&Gabbana Fall/Winter 26-27 Menswear. Cortesia di Tagwalk.
Questa non è la prima volta che il brand viene accusato di essere poco progressista nei confronti di tematiche “calde” della contemporaneità. Nel febbraio 2015, durante la Milano Fashion Week autunno/inverno 2015-16, Dolce&Gabbana volle omaggiare la figura della madre e la famiglia tradizionale con Viva la mamma, una collezione fatta di colori tenui, fiori e pizzi. In passerella, modelle con neonati in braccio, una bambina per mano e una Bianca Balti incinta. Nello stesso anno, un’affermazione di Domenico Dolce – «Non mi convincono i figli della chimica, i bambini sintetici, uteri in affitto, semi scelti da un catalogo» –, portò alla nascita dell’hashtag #BoycottDolceGabbana, creato per l’occasione da Elton John, che si sentì toccato da quelle parole, in quanto padre di due figli nati da fecondazione in vitro. Anche altre celebrità, tra cui Ricky Martin – padre di due gemelli nati da madre surrogata –, hanno risposto alle affermazioni di Dolce. «Le vostre voci sono troppo potenti per spargere così tanto odio. Sveglia, siamo nel 2015, amate voi stessi, ragazzi!», aveva dichiarato il cantante di Livin’ la vida loca. «Sono siciliano e sono cresciuto con un modello di famiglia tradizionale, fatto di mamma, papà e figli. So che esistono altre realtà ed è giusto che esistano, ma nella mia visione questo è quello che mi è stato trasmesso e, con questo, i valori dell’amore e della famiglia. Io sono cresciuto così, ma questo non vuol dire che non approvi altre scelte. Ho parlato per me, senza giudicare le decisioni altrui»: questo era stato il chiarimento di Domenico Dolce sulle sue precedenti dichiarazioni, parole con cui lo stilista aveva cercato di porre fine al dibattito.

Dolce&Gabbana Fall/Winter 2015-16 Womenswear. Cortesia di Prima Bergamo.
Nel 2018, Dolce&Gabbana si trovò al centro di una vera e propria bufera, che scoppiò in seguito a una serie di tre spot promozionali, pensati per promuovere una sfilata che si sarebbe dovuta tenere a Shanghai il 22 novembre 2018. Ciascuno di questi aveva come protagonista una ragazza cinese, vestita in abiti tradizionali, che provava a mangiare cibo italiano: una pizza, degli spaghetti e, infine, un cannolo (in quest’ultimo spot, una voce fuori campo le chiedeva se le dimensioni del dolce fossero eccessive per i suoi gusti). Le accuse di razzismo e sessismo causarono lo slittamento della sfilata e costarono al brand l’esclusione da tutti i siti di e-commerce cinesi. Fin qui, tutto nella norma: gli scivoloni capitano anche agli artisti più affermati, ma a infiammare ulteriormente la polemica fu lo screenshot di un litigio tra Stefano Gabbana e Diet Prada, in cui lo stilista definiva la Cina: «Mafia ignorante, sporca, puzzolente», reiterando vecchi stereotipi come quello secondo cui i cinesi mangerebbero cani. A fronte del rischio di perdere un mercato così importante, la maison si espose, dichiarando che l’account di Gabbana era stato hackerato.
Frame del controverso spot per la sfilata di Shanghai. Cortesia di Inside Marketing.
Se il caso di Dolce&Gabbana fosse isolato, non si potrebbe parlare di un problema sistemico della moda italiana, ma purtroppo non è così. Sempre nel 2018, Gucci fece scandalo col suo maglione nero Balaclava (un termine russo, di moda negli ultimi anni, per riferirsi ai passamontagna) con labbroni rossi attorno alla bocca, a richiamare lo stereotipo delle labbra prominenti dei neri. Recentissima, invece, è la polemica riguardante i sandali in pelle di Prada, parte della collezione uomo primavera/estate 2026 ed esattamenteidentici ai Kolhapuri chappal indiani: la casa milanese è stata accusata di appropriazione culturale e costretta a firmare un memorandum col governo di Nuova Delhi. Nel 2020, sempre Prada era stata al centro di un contenzioso con la città di New York per aver esposto nel proprio negozio della metropoli statunitense pupazzetti Pradamalia, anch’essi neri coi labbroni rossi, aderendo ancora una volta allo stereotipo della blackface.
Il Balaclava “blackface”, i sandali in stile Kolhapuri e i Pradamalia “moretti”. Cortesia di BBC, Vanity Fair e D Repubblica.
Non è un caso, insomma, che Milano, tra tutte le grandi capitali della moda, sia quella più spesso bersagliata da polemiche. Le maison italiane, che all’estero fanno sfilare ogni colore di pelle, sono le stesse che, in Italia, non assumono volti che non siano bianchi. Il fenomeno è ben noto all’estero, al punto che la settimana della moda di Milano è spesso bollata come l’appuntamento meno inclusivo di tutti. Dolce&Gabbana non è che lo specchio di una classe imprenditoriale e politica – quella italiana – ferma a schemi, mentalità e comportamenti antiquati. Resta da chiedersi quanto ancora la moda (e, in generale, l’arte e la cultura) in Italia dovranno restare nel passato, mentre altrove si va avanti a velocità ben diverse.
Alessandra Picciariello e Vincenzo Ferreri Mastrocinque
Fonti
Byrne Jessica, “Italy’s fashion industry lags behind on diversity and inclusion”, Thred.com, 1 marzo 2023, ultima consultazione: 25/01/2026, link: https://thred.com/style/italys-fashion-industry-lags-behind-on-diversity-and-inclusion/
Ansa, “Dolce & Gabbana e Elton John: scoppia la polemica sui figli in provetta”, Fashionnetwork.com, 16 marzo 2015, ultima consultazione: 25/01/2026, link: https://it.fashionnetwork.com/news/Dolce-gabbana-e-elton-john-scoppia-la-polemica-sui-figli-in-provetta,472476.html#doublet
N.N., “Sfilata Uomo Autunno/Inverno 2026”, Dolcegabbana.com, ultima consultazione: 25/01/2026, link: https://world.dolcegabbana.com/it/sfilate/sfilata-uomo-autunno-inverno-2026
Redazione moda, ““Sono scioccata dal fatto che le persone continuino a sostenere questa azienda. È imbarazzante””: Bella Hadid contro Dolce e Gabbana per la sfilata non inclusiva”, Ilfattoquotidiano.it, 20 gennaio 2026, ultima consultazione: 25/01/2026, link: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/20/sono-scioccata-dal-fatto-che-le-persone-continuino-a-sostenere-questa-azienda-e-imbarazzante-bella-hadid-contro-dolce-e-gabbana-per-la-sfilata-non-inclusiva/8262369/







