L’infanzia è il momento in cui piantiamo i semi della nostra vita adulta: tutto ciò che viviamo in questa fase delicata plasma il nostro carattere, le nostre paure, le nostre tendenze. Anche per quanto riguarda lo sport, un rapporto sano con esso durante gli anni puerili aumenta le probabilità di continuare a praticarlo con serenità anche in età adulta. Sia da bambini che da adulti, infatti, i benefici dell’attività fisica sono innumerevoli: dalla prevenzione delle malattie cardiovascolari e metaboliche, al rafforzamento di ossa e muscoli, insieme a effetti positivi sulla salute mentale. Inoltre, i bambini, più di tutti, hanno bisogno di muoversi per giocare, esprimersi e scaricare la tensione accumulata durante le ore seduti al banco. Insomma, muoversi e praticare sport è fondamentale per la nostra salute.
Tuttavia, non tutti riescono a vivere lo sport con serenità. Perciò, questo articolo si propone di indagare le possibili ragioni di un cattivo rapporto con lo sport, riconducendole all’insegnamento dell’educazione fisica a scuola. A tal fine, verranno presi in considerazione, oltre che fonti reperite online, i dati raccolti attraverso una piccola indagine condotta su ventidue studenti universitari; si precisa che l’analisi è basata sul riscontro di racconti, testimonianze e vissuti personali e che non ha la pretesa di configurarsi come uno studio scientifico.
I dati
Su un campione di ventidue studenti:
- Solo il 13,6% dichiara di non aver mai provato ansia durante l’ora di educazione fisica
- Il 95,4 % afferma di aver subito prese in giro durante l’ora di educazione fisica; di questi, il 27,2% dichiara di averle subite sempre o spesso
- Il 38,1% sostiene che le prese in giro provenissero dai professori e/o educatori
- Alla metà è capitato di saltare l’ora di educazione fisica a causa dell’ansia
- Il 72,7% dichiara che l’educazione fisica ricevuta durante l’infanzia, in maniera positiva o negativa, ha influito sul suo rapporto attuale con lo sport
Dai dati, emerge chiaramente che esiste un problema nel modo in cui si educa allo sport nel contesto scolastico: la maggior parte dei partecipanti all’indagine ha raccontato di aver provato più volte sentimenti negativi e, anche nelle testimonianze della minoranza che ha avuto un’esperienza tendenzialmente positiva, emergono comunque i limiti di questo insegnamento.

Ansia, paura del confronto e competizione
Nel contesto dell’educazione fisica a scuola, la principale causa d’ansia è spesso il confronto con gli altri. La pressione del confronto non nasce esclusivamente a livello individuale, ma è in parte alimentata dal sistema stesso: spesso, infatti, sono proprio gli insegnanti a sottolineare chi è più bravo e chi meno, incentivando un confronto continuo e spesso svilente. Inoltre, è stato evidenziato come alcune pratiche comuni in quest’insegnamento possano favorire tale confronto: ad esempio, la modalità di affidare la scelta dei compagni di squadra ai due studenti più bravi comporta necessariamente che quelli considerati più scarsi vengano sistematicamente scelti per ultimi, e ciò non fa che fomentare un meccanismo continuo di umiliazione.
Un tema fondamentale quando si parla di educazione fisica a scuola è proprio l’insicurezza: spesso chi è considerato troppo “imbranato” o poco portato viene escluso dalle attività, senza dargli l’opportunità di migliorare o di misurarsi con qualcuno del proprio livello. Un altro problema, presente nel sistema scolastico in generale, è quello delle votazioni: in un contesto dove si viene etichettati con un numero, il confronto con gli altri è automatico e può essere umiliante. Il voto, infatti, fa sentire schedati e incasellati e, allo stesso tempo, può portare con sé un pesante carico emotivo.
Anche se educazione fisica è generalmente ritenuta una materia “leggera”, un momento di divertimento per sfogare la pressione dopo ore passate sui libri, a volte può far emergere le stesse dinamiche che caratterizzano spesso le altre materie: come l’umiliazione in classe porta all’insicurezza e alla svalutazione della propria intelligenza anche in età adulta, così provare un sentimento di inadeguatezza durante lo sport in età scolare può determinare un allontanamento definitivo dall’attività fisica in età matura, con conseguenze sulla salute e sul benessere generale.
Un altro elemento da prendere in considerazione è quello della competizione: nel modo in cui, solitamente, i più piccoli vengono avvicinati allo sport, la competizione sembra essere tutto. Lo si impara presto nei giochi di squadra, dove sconfiggere gli avversari sembra spesso una questione di vita o di morte, generando inevitabilmente malumori. Sicuramente, la competizione è qualcosa di emozionante, un incentivo, una spinta a migliorare: sicuramente può essere una condizione preziosa per allenare lo spirito alla vita, poiché può insegnarci a lottare per ciò in cui crediamo, all’interno di un ambiente, almeno teoricamente, controllato e protetto. D’altra parte, per molti, la competizione è soprattutto fonte di ansia: in un contesto competitivo, è facile sentirsi bloccati a causa del timore dei giudizi negativi o della paura di sbagliare.
Tutto questo, ci suggerisce la necessità di spostare il focus su quello che dovrebbe essere l’obiettivo primario dell’educazione allo sport: il benessere. In una concezione dello sport come performance, infatti, si perde di vista l’importanza del movimento innanzitutto per la propria salute: non dobbiamo fare sport perché siamo bravi, dobbiamo fare sport perché ci fa stare bene. Negli ambienti sportivi-educativi si tende spesso a mettere al primo posto il performare bene, il diventare bravi per arrivare alla vittoria; così, passa totalmente in secondo piano l’importanza fondamentale che lo sport ha per il benessere psico-fisico a 360 gradi. In questo sistema fortemente competitivo, chi è meno bravo verrà quasi sempre escluso e, tendenzialmente, si allontanerà autonomamente dall’attività sportiva. Questo è evidentemente un problema: abbiamo più bisogno di adulti sani che di campioni sportivi.
A questo, si lega anche il discorso sulla scarsa varietà di attività proposte durante le ore scolastiche: nuovamente, i grandi protagonisti sono quasi sempre sport che puntano sulla competizione, mentre sono del tutto inesistenti attività dove il movimento è sinonimo di un lavoro individuale, e a tratti spirituale, come lo yoga. Se è indubbiamente vero che lo sport di squadra insegna a rapportarsi in una dimensione di gruppo e a collaborare per uno scopo comune, è anche vero che il modo in cui solitamente viene affrontato lo sport in un contesto scolastico tende a far sentire inadeguati coloro che, nel continuo confronto con gli altri, non maturano, ma rimangono bloccati.
Sono numerosissime le problematiche legate a questo tema, e tutte ugualmente importanti e urgenti da affrontare: si pensi, ad esempio, all’assenza di preparazione da parte dei docenti, all’inadeguatezza delle strutture scolastiche o alla scarsità di ore dedicate al movimento nel sistema scolastico italiano.
Il nostro benessere, così come la prevenzione delle malattie, parte dalle abitudini quotidiane che apprendiamo sin da piccoli, dunque l’educazione fisica a scuola, per non diventare dis-educazione, deve essere in primis un’educazione alla salute inclusiva. Questo non significa eliminare del tutto elementi che, se dosati nel mondo giusto, sono preziosi (ad esempio la competizione o lo sport di squadra), ma è necessario trasformare questo insegnamento in qualcosa che possa far sentire a proprio agio tutti, rispettando i limiti e le attitudini personali, al fine di avere nuove generazioni più positive verso lo sport e, di conseguenza, più in salute.
Ludovica Portuesi
Fonti
Asics, Studio sul benessere mentale globale 2024, ultima consultazione: 19 ottobre 2025, link: https://www.asics.com/it/it-it/mk/stateofmindstudy2024
Fondazione Veronesi, I benefici dell’attività fisica per la salute, ultima consultazione: 19 ottobre 2025, link: https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/altre-news/i-benefici-dellattivita-fisica-per-la-salute

La me tredicenne ringrazia tanto per questo articolo🥹
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