Netflix è uno strumento geopolitico?

Uno dei più grandi provider di contenuti multimediali al mondo sta attualmente venendo utilizzato per mettere in secondo piano, se non propriamente per cancellare, le memorie dell’intero popolo palestinese. Attraverso la discriminazione visiva, infatti, le poche informazioni fornite sul genocidio, comparate a quelle che si propongono di umanizzare e legittimare lo stato di Israele, mostrano come vi sia un tentativo di influenzare il grande pubblico nella percezione del conflitto.

Netflix, tra le più popolari piattaforme di streaming, con oltre 260 milioni di abbonati, agisce oggi come un vero e proprio strumento culturale, con un forte impatto nel decidere cosa meriti di essere visto e cosa invece sia da dimenticare.

Il ruolo della piattaforma trascende quindi la semplice distribuzione commerciale per entrare nel campo del cosiddetto “soft power“. Il termine, coniato dal politologo Joseph Nye, descrive la capacità di una nazione o di un’entità di influenzare i comportamenti e le preferenze altrui tramite l’attrazione, i valori e la cultura, anziché attraverso la coercizione (hard power). La piattaforma non riflette la realtà, piuttosto la modella, decidendo quali storie meritano di diventare parte dell’immaginario collettivo e quali al contrario non ne sono degne.

Questa capacità di orientamento culturale assume una connotazione inquietante quando si trasforma in quello che gli esperti definiscono “soft power negativo“. Un esempio emblematico è rappresentato da ciò che è avvenuto nell’ottobre 2024, quando la piattaforma ha rimosso la collezione Palestinian Stories. Tecnicamente, l’azienda può giustificare tali scelte con la scadenza delle licenze, ma l’atto di rendere invisibile la storia visiva di un intero popolo, proprio nel momento in cui quello stesso affronta una minaccia esistenziale, non può essere considerato politicamente neutro. Per questa ragione, potremmo definire quella in precedenza descritta come una forma di de-platforming, che contribuisce attivamente alla propaganda volta a eliminare l’identità palestinese dalla coscienza globale.

Mentre la narrazione palestinese sbiadisce, sottoposta a sempre più frequenti distorsioni, l’immaginario legato all’etnostato di Israele, viene supportato attraverso una precisa operazione di branding nazionale. Come evidenziato dal rapporto The Screen and the State, le serie TV sono diventate strumenti fondamentali per riscrivere l’identificazione nazionale. Il movimento sionista, a questo proposito, ha saputo utilizzare la vetrina globale di Netflix per esportare un’immagine di sé estremamente definita: Israele si raffigura come una nazione high-tech, democratica, vibrante e popolata da individui coraggiosi ed empatici, come testimoniano successi mondiali tra i quali la serie Fauda. Questa rappresentazione crea un legame emozionale profondo con il pubblico occidentale, che è portato a percepire la posizione israeliana come razionale e condivisibile.

L’impatto di questo fenomeno, noto come Netflix Effect, ha ripercussioni concrete sulla geopolitica del mondo reale. Le storie che con cui veniamo a contatto influenzano la nostra opinione e, in egual misura, quella dei decisori politici. Se un governo deve giustificare il proprio sostegno militare o diplomatico, troverà la strada spianata laddove la popolazione è stata nutrita per anni da narrazioni cinematografiche che umanizzano uno degli attori e rendono invisibile o unidimensionale l’altro. Quando un genocidio viene silenziato, la capacità critica dello spettatore viene neutralizzata.

Emerge quindi una discrepanza tra la Netflix Culture, di facciata progressista e inclusiva (la piattaforma ha celebrato infatti con enfasi il Black History Month o il Pride in diverse occasioni) e la sua realpolitik aziendale. Se da un lato Netflix si vende come paladina dei diritti delle minoranze, dall’altro si muove con aperto ostruzionismo quando si tratta dei diritti dei palestinesi. Mentre i cataloghi si riempiono di nuovi contenuti che rafforzano il legame culturale con Israele, la rimozione di opere palestinesi segna un punto di non ritorno. La scelta di non rinnovare i diritti a contenuti che mostrano una verità storica scomoda, dopo aver subito pressioni e tentativi di censura da parte del governo israeliano, indica che la piattaforma è complice delle logiche sioniste. Dietro Netflix si nasconde uno dei più potenti motori di propaganda contemporanea, capace di normalizzare l’esistenza di un etnostato sorto sulle ceneri di una deportazione di massa.

Già nel 2021, in occasione dell’uscita del film Farha, diretto da Darin Sallam, la piattaforma era stata coinvolta nell’apartheid operata da Israele nei confronti di contenuti come quello citato. La pellicola che racconta l’invasione di un villaggio palestinese da parte delle forze sioniste fu il primo film sulla Nakba a uscire sul sito di streaming. Fin da prima della pubblicazione, il governo israeliano tentò di boicottare il film definendone il contenuto ovvero ciò che per i palestinesi è una realtà storica una bugia. Netflix inizialmente si rifiutò di togliere il prodotto dalla piattaforma, suscitando le proteste di Israele, ma, con l’incombente scadenza dei diritti per il catalogo, nel 2025 il film è stato rimosso. 

lkNakba, 1948. Crediti palestine-studies.org : https://www.palestine-studies.org/en/node/1651256

È proprio nel 2025 che Netflix si riempie di contenuti filo-israeliani: titoli scelti apparentemente senza una finalità precisa e compresi in un catalogo molto vasto, i quali tuttavia risultano avere un intento quasi propagandistico. 

Il sostanziale problema è l’asimmetria netta tra i contenuti di radice israeliana, umanizzati e presentati come informativi, e quelli di natura palestinese. A chiunque sarà capitato di vedere un documentario sulla Shoah sulla piattaforma Netflix ne propone un’infinità , mentre sono assenti contenuti informativi sulla Nakba, sull’occupazione del territorio palestinese dal secondo dopoguerra, o semplicemente rappresentazioni della realtà quotidiana nella Striscia di Gaza. Notevole è quindi la dicotomia tra il modo edulcorato di presentare gli israeliani (come in Long Short Story, Bad boy, Fauda) e l’assenza di profondità narrativa nelle rappresentazioni palestinesi. 


Anche sui social ci si espone a proposito: su Twitter e Instagram, sui profili occidentali di Netflix, compaiono esclusivamente prodotti che fanno capo a Israele, mentre quando si tratta della Palestina viene tutto ricondotto a Netflix “MENA” (Middle East North Africa), un account riferito a diversi stati che non condividono la lingua né i tratti culturali, trattati come un ammasso informe di identità che non vale la pena rappresentare singolarmente. In Netflix MENA si raggruppano, in ordine alfabetico: Algeria, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iran, Iraq, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Tunisia e Yemen. L’arabo è designato lingua ufficiale, di conseguenza vengono ignorate tutte le sue varianti, nonostante alcuni di questi stati abbiano lingue completamente differenti, come nel caso del persiano per l’Iran (lingua di origine indoeuropea). 

Il potere non viene gestito attraverso bugie e illusioni, bensì tramite l’identificazione emotiva e l’omissione. Nessuno dice esplicitamente allo spettatore chi ascoltare, ma si sceglie quale storia raccontare, quale prospettiva mostrare, con quale frequenza e quale profondità. Sta a chi guarda capire l’impatto di questa selezione e avere lo spirito critico necessario per accorgersi di quanto la realtà sia distorta, per smascherare i tentativi di propaganda silenziosa e capire in che modo chi occupa posizioni di rilievo cerchi di influenzare il pubblico. 

Censurare la memoria visiva di un popolo significa partecipare simbolicamente alla sua cancellazione fisica.

Giulio De Meo e Nemo Cirillo

Fonti

Diane Colman, Netflix and the shaping of global politics (pp. 45-66), Open Book Publishers, ultima consultazione: 6 febbraio 2026 , link: https://doi.org/10.11647/obp.0423.03

Diplo Team, DiploFoundation, The screen and the State – When Netflix met geopolitics, 16 ottobre 2025, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: https://www.diplomacy.edu/blog/the-screen-and-the-state-when-netflix-met-geopolitics/

Marco Fanciuso, “Netflix ha cancellato dei film Palestinesi? La piattaforma spiega la decisione”, Netflix Cinema, 2024, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: https://cinema.everyeye.it/notizie/netflix-cancellato-film-palestinesi-piattaforma-spiega-decisi-751893.html

Giuseppe Gariazzo, “«Farha», la storia della Palestina negli occhi di una ragazza” , Il Manifesto, 2021, ultima consultazione: 06 febbraio 2026, link: https://ilmanifesto.it/farha-la-storia-della-palestina-negli-occhi-di-una-ragazza

Peter Suciu, “The Netflix effect: How stories shape real-world geopolitics“, The National Interest, 2025, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: https://nationalinterest.org/blog/buzz/netflix-effect-how-stories-shape-real-world-geopolitics-ps-110925

Viola Fiore, Osservatorio sulla legalità e sui diritti ONLUS, 29 ottobre 2024, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: http://www.osservatoriosullalegalita.org/24/acom/10/29violagaza.htm ultima consultazione 6 febbraio 2026

Wikipedia, Farha, 11 giugno 2025, ultima consultazione: 6 febbraio 2026, link: https://it.wikipedia.org/wiki/Farha

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