L’utilizzo del make-up fa parte della quotidianità per la maggior parte delle persone. È abitudine, convenzione sociale, mezzo d’espressione. Dallo specchietto della propria camera alle forme di trucco più editoriali, è improbabile vivere una giornata senza che l’occhio cada su un tubetto di mascara o la pubblicità di un rossetto. L’azione del truccarsi è uno strumento comunicativo: “sistemarsi” per andare a scuola o a lavoro è spesso visto come sintomo di serietà, lo si fa prima di un appuntamento per mostrarsi nella propria “versione migliore”, oppure si sceglie di indossare i toni della bandiera del proprio Paese durante eventi sportivi internazionali come segno di “patriottismo”.
Truccarsi è sempre stato un voler esprimere qualcosa, ma ha spesso rappresentato anche una scelta funzionale. In origine, infatti, tale pratica non era legata soltanto al suo valore estetico né tanto meno veniva praticata solo dal genere femminile: le primissime forme di pittura del viso e del corpo avevano scopi cerimoniali, religiosi, comunitari o ancora funzionali, per la mimetizzazione, il riconoscimento reciproco o la protezione dagli agenti atmosferici.
Il nero Egitto
Quello che oggi ricordiamo come l’emblematico eyeliner di Cleopatra non era un semplice vezzo estetico per allungare lo sguardo. L’arte egizia della manipolazione dei pigmenti veniva praticata da artigiani specializzati, che ne avevano fatto una vera e propria scienza.
Il kohl, ovvero il classico pigmento nero utilizzato attorno agli occhi e sulle ciglia, veniva prodotto utilizzando materiali come la galena o l’antimonio dalle proprietà lenitive, disinfettanti e anche protettive contro i raggi UV e la sabbia. Questi materiali, uniti con sostanze quali grassi animali e oli vegetali, venivano poi trasformati in unguenti resistenti al calore.

fonte: collezioni.museoegizio, Nr. Inv.: Suppl. 8483 link https://collezioni.museoegizio.it
All’interno del Museo Egizio di Torino sono conservati diversi reperti archeologici destinati alla conservazione e applicazione del kohl, tra cui pennelli, calamai e contenitori. Molti di questi manufatti risalgono al periodo del Nuovo Regno e sono stati rinvenuti all’interno della tomba di Kha, architetto e funzionario egizio, a seguito della Missione Archeologica Italiana portata avanti da Ernesto Schiapparelli tra il 1903 e il 1920.
Nell’Antico Egitto, ogni atto di pittura del viso era estremamente intenzionale, intrecciato con usanze religiose o legato alle iconografie delle divinità. Il come, il quando e il perché dell’applicazione dei pigmenti era dettato da pratiche cerimoniali, consuetudini, necessità anche legate al contesto climatico del posto. Inoltre, come diverse fonti archeologiche attestano, il trucco veniva utilizzato da uomini, donne, anziani e bambini anche di diverse classi sociali, seppur con alcune differenziazioni.
Nella “culla del mondo” e non solo
Sono numerose le popolazioni africane che praticano da millenni una qualche forma di pittura del viso e del corpo. Ciascuna pratica ha peculiarità proprie e porta con sé un preciso ed intimo valore culturale o cerimoniale. I giovani uomini Masaai (Kenya), nella ritualità del passaggio a “uomini guerrieri”, vengono dipinti in viso con diversi disegni tradizionali. Tra le popolazioni della Valle dell’Olmo, in particolare tra i Kairos, viene praticata una pittura del corpo e del viso specifica e distinta tra le donne e gli uomini.

Wikimedia Commons Maasai People-3.jpg
Un’altra sostanza notoriamente utilizzata per il trucco legato a pratiche religiose in Africa, ma anche nell’India sud-occidentale, è l’henné, noto da millenni come colorante naturale ma anche per le sue proprietà medicinali. Ricavato dalla pianta da fiore Lawsonia Inermis, l’henné viene da sempre utilizzato non soltanto sulla pelle ma anche su capelli, unghie e tessuti di diverso genere.
Dall’altra parte dell’oceano
Spostandoci verso il continente americano troviamo, anche qui, numerose forme di adornamento rituale del viso. Diverse comunità di nativi americani ne hanno utilizzate, o in alcuni casi le utilizzano ancora oggi, per protezione, come testimonianza delle proprie conquiste in battaglia, come strumento di mimetizzazione o rappresentazione di un determinato ruolo sociale all’interno del popolo di appartenenza. Altre società tradizionali, come quelle dei Maori della Nuova Zelanda e degli Inuit o Yupik dell’Artico, fanno uso invece di veri e propri tatuaggi sul viso e sul corpo.

WikimediaCommons Portrait of an Inuit woman, 1945, by Henry Busse.png

Wikimedia Commmons Homme maori au visage tatoué.jpg
Nella storia il trucco si è evoluto, ha assunto forme ed espressioni diverse in tutto il mondo. Il suo utilizzo non è, però, cambiato così tanto. Per quanto il capitalismo globale abbia fortemente influenzato la percezione del make-up oggi, questo resta comunque un potente mezzo di espressione, individuale quanto collettivo, di comunità e condivisione. Se ci pensiamo, quando lo scovolino del mascara tocca le nostre ciglia, non siamo poi così diversi dalle ragazze dell’Antico Egitto di quasi 5000 anni fa.
Alice Musto
Fonti
Cristino Veronica, “Storia del make up: com’è cambiato il trucco nei vari decenni del 1900 fino a oggi”, 17 agosto 2025, Vogue Italia, ultima consultazione: 7 febbraio 2026, link: https://www.vogue.it/article/storia-del-make-up-cambiamenti-trucco-epoche
Loretelli Valentina, “La Storia del make up. Un tema ricco di aneddoti e curiosità che fa capire come il trucco sia una forma di espressione sin dai tempi più remoti”, 17 dicembre 2023, Harper Bazaar, ultima consultazione: 7 febbraio 2026, link: https://www.harpersbazaar.com/it/bellezza/make-up/a46113706/storia-make-up/
