“Dracula” di Luc Besson: un film confuso

Sono pochi i personaggi letterari che possono vantare una fama paragonabile a quella del conte Dracula. Nato dalla penna di Bram Stoker nel 1897, il vampiro romeno ha ben presto messo in ombra ogni altra rappresentazione della figura del non-morto che si nutre di sangue, creando un’iconografia immediatamente riconoscibile e da cui non si può prescindere.

A rivitalizzarne il mito fu Francis Ford Coppola, nel 1992, col suo Dracula di Bram Stoker. Malgrado una fedeltà pressoché assoluta nei confronti del romanzo, quel film aveva però due dettagli che fanno, ancora oggi, storcere il naso ai fan del romanzo più puntigliosi: il finto accento britannico di Keanu Reeves (purtroppo è americano e si sente) e la sottotrama romantica tra Mina Murray (Winona Ryder) e il conte (Gary Oldman).

Il remake di Luc Besson s’inserisce nel solco del film di Coppola, più che del libro. Il risultato? Meglio analizzarlo nel dettaglio.

Mina Murray (Zoë Bleu) e il conte Dracula (Caleb Landry Jones). Cortesia di Wired.
https://media-assets.wired.it/photos/6902075da548334c714dbaea/4:3/w_1552,h_1164,c_limit/Screenshot%202025-10-29%20alle%2013.23.27.png

Nel Dracula di Coppola, la sottotrama romantica Mina/Dracula era secondaria e non inficiava troppo lo svolgimento della trama. L’idea di creare questo tipo di sottotesto fu di Werner Herzog, nel suo Nosferatu del 1979, ma i tratti erano decisamente diversi. Lì, il conte Orlok (Klaus Kinski) si invaghiva di Lucy (Isabelle Adjani) in un modo morboso e ripugnante, mentre nel film del 1992 i toni sono decisamente più sentimentali e dolci.

A Luc Besson — che sostiene di aver letto il libro —, l’elemento romantico dev’essere piaciuto tanto, al punto da farne il motore principale della vicenda. Da essere un corollario quasi ininfluente nella narrazione, il tema della fanciulla reincarnata inseguita dal povero Dracula, malato d’amore, diviene il punto nodale attorno a cui si sviluppa tutta la trama. L’elemento horror viene del tutto eliminato, per lasciar posto alla storia d’amore tra il conte, interpretato da Caleb Landry Jones (X-Men – L’inizio, Dogman…) e la sua Elizabeta, ruolo dato a Zoë Bleu (Signs Of Love…).

Non sono finiti qui gli elementi che Besson decide di cambiare. Tanto per cominciare, Abraham Van Helsing non c’è, sostituito da un prete senza nome (Christoph Waltz). In più, non si capisce bene perché — forse per fare minutaggio —, Besson toglie al vampiro una delle sue caratteristiche principali: la malìa, ovvero la capacità di ipnotizzare e controllare mentalmente le sue vittime. Qui Dracula, per avere accesso a questo potere, si deve fabbricare un profumo. Ci mette secoli a produrlo — e a momenti anche a raccontarlo —, e inoltre ha effetto solo sulle donne, eliminando quindi anche la bisessualità ambigua e disturbante dei vampiri, altro loro tratto tipico, che agli occhi di una parte dei fan li rende ancora più affascinanti.

Luc Besson, Caleb Landry Jones e Christoph Waltz. Cortesia di Variety.
https://variety.com/wp-content/uploads/2024/02/dracula-luc-besson.jpg?w=1000&h=562&crop=1

Il film di Besson ha dei tempi comici da commedia e alcune scene fanno direttamente ridere, come quella in cui Dracula visita le principali corti europee in cerca della reincarnazione di Elizabeta e tutte le donne danzano intorno a lui in stile pifferaio di Hamelin, con delle coreografie à la Bollywood.

Jonathan Harker, il povero contabile inviato in Transilvania per trattare la vendita di un immobile al conte, diventa quasi una spalla comica, nonché l’occasione per far partire il lunghissimo excursus sul profumo di Dracula. Renfield, l’inquietante famiglio di Dracula che si nutre di animali, viene accorpato col personaggio della migliore amica di Mina, Lucy Westenra, nella figura di Maria: una vampira italiana interpretata da Matilda De Angelis e “gancio” di Dracula a Parigi, dove si svolge la storia — non a Londra. La scelta geografica costringe a voli pindarici per giustificare come mai i protagonisti siano inglesi, a parte lo pseudo-Van Helsing e Maria.

La fotografia soffre di una quantità di CGI davvero invasiva e nemmeno ben fatta, inoltre l’assenza di qualsiasi forma di terrore rende le scene in Transilvania nient’altro che noiose. A peggiorare il tutto ci sono i servi del conte: non degli zingari, come nel libro, né dei ghoul o degli altri vampiri, bensì dei gargoyle viventi. Sì, come quelli del Gobbo di Notre-Dame della Disney, però cattivi. Forse l’elemento più debole dell’intero film, hanno come unico, vero ruolo quello di prendere parte a siparietti con Jonathan Harker (Ewens Abid) e poco altro. Animati con una qualità imbarazzante e decisamente fuori luogo per un film di questo tipo, risulta davvero difficile capire perché Besson abbia deciso di inserirli.

I gargoyle di Dracula. Cortesia di The Art of VFX.
https://www.artofvfx.com/wp-content/uploads/2025/07/Dracula_MPC_ITW_04A.webp

Insomma, siamo ben lontani dalle vette cinematografiche raggiunte con Léon. Luc Besson non ha ben chiaro dove andare, con questo film: riprende — e in alcune scene copia direttamente — il Dracula di Coppola, ma anche Nosferatu, sia di Herzog che di Eggers, Crimson Peak, Intervista col vampiro e chi più ne ha, più ne metta.

Il risultato è un film raffazzonato, comico in alcuni punti e lentissimo in altri, con personaggi scritti alla bell’e meglio e poco approfonditi; tra tutti, il prete di Christoph Waltz si regge davvero solo sul carisma dell’attore che ne veste i panni.

Lo scontro risolutivo sembra ripreso da Pirati dei Caraibi e il finale, malgrado un’idea interessante di redenzione del villain, arriva in coda a un film in cui non ci si affeziona mai davvero a nessuno. Il personaggio di Maria — troppo sopra le righe e fedele allo stereotipo dell’italiano “caciarone” — e il sostituto di Van Helsing rubano la scena ai protagonisti, impegnati a fare le solite faccette hollywoodiane.

Avrebbe potuto essere un film interessante, invece a buona parte del pubblico e della critica è sembrato l’ennesimo remake lontanissimo dallo spirito dell’opera originaria. Per giunta, non fa nemmeno paura né coinvolge sentimentalmente, oltre a ricorrere alla solita dinamica della donna vista solo come oggetto nelle mani dell’uomo di turno. Si poteva fare decisamente meglio. Va riconosciuto che almeno fa ridere, a volte.

Vincenzo Ferreri Mastrocinque

Fonti

https://pixabay.com/it/photos/notte-castello-corvo-fantasia-3129908/

Lascia un commento