«L’origine del labirinto è dentro di te.
Ciò che è fuori di te è una proiezione
di ciò che è dentro di te,
e ciò che è dentro di te
è una proiezione del mondo esterno.
Perciò, spesso, quando ti addentri nel labirinto
che sta fuori di te, finisci col penetrare
nel tuo labirinto interiore.
E in molti casi è un’esperienza pericolosa.»
[Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia, Einaudi, 2009.]
di Erica Bouvier
Così parlano i personaggi del meraviglioso mondo di Murakami Haruki ed è così che lui, scrittore giapponese di fama mondiale, ci apre le porte di un universo parallelo, nel quale non potremmo fare altro che perderci. Sono infatti i labirinti che ci sono in ognuno di noi, i romanzi di Murakami, che sonda l’animo umano fino a portare a galla le paure, le bramosie, l’avidità, l’insicurezza e i desideri che lo pervadono. È un’esperienza pericolosa, come dice lui stesso, ma quando la prima pagina è stata aperta e l’occhio ha già catturato la frase d’inizio, allora diviene impossibile fermarsi e si viene trascinati in quel turbine di vite che sono i suoi libri.
Ma chi è Murakami Haruki? È una domanda che si pone anche la scrittrice Banana Yoshimoto che, durante un’intervista, esterna la sua curiosità nei confronti del collega, misterioso e sfuggente. A quanto pare, infatti, Murakami si differenzia dalla Yoshimoto proprio per il modo che ha di affrontare la vita pubblica.
Qualcosa in comune, però, i due scrittori ce l’hanno: la loro origine giapponese. Ma non solo. Se lo stile di scrittura di Murakami appare notevolmente diverso da quello della “racconta storie” Yoshimoto, in realtà i romanzi di entrambi sono pervasi dalla stessa nube di malinconia.
È questo il vero asso nella manica dei narratori giapponesi: la nostalgia. Leggendo romanzi come Norwegian Wood. Tokyo Blues, di Murakami, o Kitchen, della Yoshimoto, chiuderete l’ultima pagina con la sensazione di un abbraccio sfuggente, di un sorriso tra le lacrime, della pioggia quando si è al caldo. È questo il Giappone che loro raccontano, fatto di saggi sconosciuti che danno consigli di vita nella metropolitana di Tokyo, di jazzisti in fast food nel pieno della notte, di ragazze così sfumate da sembrare fantasmi, di sogni che si intersecano con la realtà. È una dimensione onirica, quella in cui ci trasportano i due scrittori, presentandoci un Giappone dal quale un po’ si scappa e un po’ si torna, da una realtà che ci sta scomoda e dalla quale, ogni tanto, fuggiamo, per rifugiarci in sogni. I sogni di personaggi che sono quasi sempre in bilico, rappresentanti di vite incerte, di persone messe alle strette, destinate a dover scegliere. Si parla di nostalgia, sì, perché questi personaggi sono sempre posti di fronte al grande quesito che sembra interessare principalmente i due autori: vivere o morire? Morire ed essere trascinati per sempre in quel mondo di sogni, oppure vivere ed affrontare le ore di punta del traffico di Tokyo? Non si trova una risposta nei loro romanzi, ma solo persone che scelgono. E le loro scelte rispecchiano un po’ quello che c’è in ognuno di noi, quel nostro labirinto: la confusione di vivere. E se c’è una cosa in cui gli scrittori giapponesi sono maestri è proprio l’ammettere che a volte una verità assoluta non c’è, ma solo l’immensità del nostro Io.

