Torino: “Se Toccano Una Toccano Tutte”

8 giugno 2017: il fermo di Maya ai Murazzi di Torino.

E’ una sera di inizio giugno del 2017 quando Maya Bosser Peverelli, diciannovenne piemontese, si avvicina incuriosita a tre ragazzi che stanno subendo un fermo da parte della polizia presso i Murazzi di Torino. I due agenti decidono di fermare anche Maya chiedendole, come da prassi, i documenti. In poco tempo Maya si ritrova circondata da otto agenti da lei definiti “molto nervosi”. Il gruppo di agenti schernisce Maya con varie provocazioni, tra queste quella dell’agente che le ha preso i documenti che le dice che quella notte non sarebbe tornata a casa ma avrebbe passato le ore seguenti presso il carcere le Vallette di Torino.
Maya viene quindi fatta salire sull’auto della Polizia all’altezza di Piazza Vittorio. Durante il tragitto Maya, che racconta tutta la vicenda pochi giorni dopo l’accaduto in questo video, prende in mano il telefono per avvertire alcuni amici, ma i poliziotti si rivelano infastiditi. L’auto interrompe il suo tragitto, gli agenti esortano Maya a scendere e, prima di sequestrarle il telefono, le viene storta una spalla.
La ragazza viene poi portata in Corso Tirreno dove alcuni agenti la riconoscono in quanto attivista in Val di Susa per i movimenti No Tav e per i picchetti anti-sfratto. Poco dopo il suo ingresso nell’edificio Maya viene spintonata contro una sedia e le viene raccomandato di non parlare. Passano pochi istanti e l’agente che le aveva ritirato i documenti le tira un pugno, per poi ripeterle ancora una volta che l’unica cosa che deve fare è quella di stare zitta.
Pochi minuti dopo le viene tolto il diritto di stare seduta per poi farle una perquisizione totale. Le tre ore seguenti Maya le passa all’interno di una cella senza poter fare niente, neanche usufruire dei servizi igienici, in quanto nessun agente si rivela disponibile ad accompagnarla.
Verso le 4:15 Maya viene rilasciata, ma il suo inferno non finisce quella notte: nel verbale viene accusata di violenza, di resistenza, di oltraggio e di porto d’armi. Quando Maya chiede delucidazioni sull’ultimo punto gli agenti le spiegano che nel marsupio possedeva alcuni chiodi da muro che la rendevano pericolosa.
Quando, un paio di giorni dopo, le viene chiesto cosa avesse intenzione di fare Maya afferma: “voglio denunciare l’accaduto sia pubblicamente che legalmente”. Perché anche se le videocamere di sorveglianza hanno ripreso tutto l’accaduto ed è possibile notare come Maya non abbia opposto resistenza o fatto del male a qualcuno, viene aperto un processo che la vede imputata e parte lesa contemporaneamente.

Dal 2017 ad oggi: il 16 marzo la prima udienza.

Alcuni mesi dopo l’accaduto, Maya viene interrogata dalla pm Pedrotta, conosciuta per il suo odio verso i militanti e verso le donne. Tra le domande poste a Maya in quel frangente risuona il “perché non hai pianto?”, sicuramente fuori luogo e non utile per le indagini.
Il 16 marzo scorso si è tenuta la prima udienza di questo processo con un solo capo d’accusa rimasto: quello di oltraggio, volto a giustificare la violenza dell’agente.

Striscione presente al presidio di solidarietà tenutosi a Torino fuori dal tribunale il 16 marzo 2021.

Fuori dal Palazzo di Giustizia di Torino è stato organizzato un presidio di solidarietà a cui hanno partecipato una cinquantina di persone con uno striscione e tanta voglia di farsi sentire per dimostrare la propria vicinanza a Maya e a tutte e tutti coloro che hanno vissuto un episodio di violenza.

#IoStoConMaya: la solidarietà sui social.

Le voci non si sono fermate nella piazza torinese ma hanno coinvolto un movimento sui social accompagnato dall’hashtag #iostoconmaya.

Il 16 marzo, giorno in cui Maya è comparsa in tribunale, viene pubblicato questo post su Instagram.

Nell'immagine è presente una ragazza semi-nuda con la scritta "SE TOCCANO UNA, TOCCANO TUTTE" seguita dall'hashtag #iostoconmaya.
Illustrazione gentilmente concessa da @moon.dezza

Il testo con cui l’artista sceglie di accompagnare la foto è diretto e va a toccare l’animo di ognuno. Proprio per questo motivo scegliamo di proporvelo senza parafrasarlo:

“La sua “colpa”? Non aver tirato dritto di fronte a una perquisizione della polizia a danno di migranti, ma essersi fermata a guardare”
Che poi, Maya è un’attivista, ed è facile prendersela un po’ di più, con lei. Che poi, Maya non sta nemmeno zitta. E che fastidio, quando le Maya non stanno zitte.
Oggi Maya comparirà in tribunale sia come parte lesa che come imputata. Non lasciamola sola.

Un mese prima, sulla pagina Instagram di InfoAut , viene pubblicato questo video in cui molte donne raccontano brevemente la storia di Maya, terminando con un discorso rivolto a tutti affinché ognuno possa scegliere di schierarsi dalla parte della giustizia e dell’uguaglianza.

Molte donne conoscono la violenza della giustizia: a quelle che hanno denunciato un abuso viene chiesto “perché non hai urlato abbastanza forte?”, “perché camminavi per strada la sera troppo tardi?”.
Dalla nostra parte sappiamo che per contrattaccare dobbiamo essere tutte e tutti insieme. L’assurdità di questo processo non potrà passare sotto silenzio.

Siamo tutte Maya e questa violenza non l’accettiamo: la ribaltiamo!

Gaia Bertolino


Se sei vittima di violenza domestica puoi contattare i numeri telefonici 112 o 1522. In alternativa puoi visitare questo sito per scoprire qual è il centro antiviolenza D.i.Re. più vicino a te oppure, in caso ti trovassi a Torino o in Piemonte, puoi affidarti alla sezione del sito della Regione Piemonte con informazioni specifiche e centri convenzionati.
Ricordati che non sei sol*.
Non accettare la violenza: ribaltala!

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