Il caso Sarah Everard

La sera del 3 marzo, Sarah Everard sta tornando a casa dopo essere stata a casa di un amico, l’ultima telefonata al fidanzato poco dopo le 21, mentre è nei pressi della stazione di Clapham Junction a Londra. Sta seguendo tutte le “regole del buon senso” che ogni donna si è sentita ripetere come un mantra: pantaloni lunghi, giacca larga, strada illuminata, telefono in mano. Eppure, Sarah Everard non è più tornata a casa, scompare nel nulla, in una zona ritenuta tranquilla. Dopo ricerche, appelli e indagini, il suo corpo senza vita è stato trovato il 10 marzo, nel Kent. La persona accusata del suo omicidio è un membro della polizia, già accusato – e mai sospeso – di atti osceni in luogo pubblico.

Quando la notizia del ritrovamento dei resti di Sarah ha raggiunto Twitter, sono iniziati a comparire i primi #reclaimthestreets, oscurati per poco tempo dai soliti #notallmen, che dimostrano ancora una volta come il dialogo sui problemi di genere sia tutt’altro che superato, nonostante tutti i buoni propositi e le retoriche inevitabili dell’8 marzo.

In una manciata di giorni, la rabbia verso la morte di Sarah non ha fatto altro che aumentare e sono molti – troppi – gli elementi che hanno reso questo caso la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Complice il capo della polizia londinese, Cressida Dick, la quale, dopo aver sostenuto che casi come questo sono «incredibilmente rari», deve rendere conto del perché non ci siano state conseguenze riguardo gli atti dell’agente incriminato. È inoltre opinione comune che la polizia di Londra abbia decisamente fallito nella gestione pratica e comunicativa della vicenda.

La veglia di Clapham Common, foto di Almara Abgarian

Lo dimostra la risposta della polizia ad una delle veglie in memoria di Sarah, svoltasi a Clapham Common, il 13 marzo. Iniziata come manifestazione pacifica e spontanea per esprimere cordoglio, solidarietà e anche rabbia, per una situazione che a Londra sembra peggiorare (in un recente studio delle Nazione Unite si calcola che in UK l’80% delle donne di tutte le fasce d’età ha subìto molestie in luoghi pubblici e il numero sale a 97% nella fascia fra i 18-24 anni), è finita con un’azione di polizia immotivatamente irruenta. Inutili le spiegazioni del giorno seguente: la polizia avrebbe agito in quel modo perché «provocata» e perché la manifestazione avrebbe violato le norme anti Covid. L’azione è stata condannata come inaccettabile dal sindaco di Londra Sadiq Khan, il primo ministro Boris Johnson si è detto «profondamente preoccupato» e in molti hanno richiesto le dimissioni di Cressida Dick, prontamente rifiutate da quest’ultima.

Risulta anche grottesco che la risposta del governo britannico sia il lancio del programma “Project Vigilant”, che prevederebbe agenti in borghese in pub, discoteche e altri luoghi pubblici per proteggere le donne da eventuali aggressioni. La proposta sembra già aver dimenticato le dinamiche dell’omicidio di Sarah, dando più l’idea di essere fumo negli occhi.

L’omicidio di Sarah Everard si inquadra in un momento storico in cui la lotta delle donne per la parità e la sicurezza si è fatta impellente. I numeri riguardo le molestie non accennano a diminuire e se per qualcuno questi dati possono sembrare solo cifre snocciolate per fare sensazionalismo, basta andare su qualsiasi social e seguire uno dei tanti hashtag per imbattersi in migliaia di storie che danno un volto a questi numeri.

Daniela Carrabs

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