Il prezzo della schiavitù

“I cannot speak about the cost of job in Riyadh, because as Italian I’m very jealous”.

Sono le testuali parole del Senatore della Repubblica Matteo Renzi in veste di intervistatore durante un convegno internazionale, tenutosi a Riyad lo scorso 28 gennaio, con lo scopo di il rilanciare l’immagine dell’Arabia Saudita. 
Questa volta però, non è stata la personalissima interpretazione della lingua inglese a creare imbarazzo, sono stati invece i numerosi elogi indirizzati al Regno saudita e, più nello specifico, alla persona di Mohamed Bin Salman, principe ereditario del suddetto Paese. 

Sono molteplici le affermazioni dell’ex-Premier ad aver generato scalpore, ma ci soffermeremo sulla questione del costo del lavoro nei Paesi del Golfo, che effettivamente è sospettosamente basso. 

Matteo Renzi e Mohamed Bin Salman in Arabia Saudita per l’iniziativa Future Investment.

Come può un Paese così ricco avere un costo del lavoro così basso? 

In Arabia Saudita, così come in altri Paesi del Medio Oriente, vi è una grandissima carenza di mano d’opera nei settori a bassa specializzazione. Questi sono quindi costretti ad importarla tramite dei flussi migratori meticolosamente regolati tramite la “Kafala”, il meccanismo che ad oggi ha portato le nazioni degli Emiri ad avere una popolazione formata per oltre il 70% da immigrati. 

Che cos’è la “kafala”? 

Si tratta di una “sponsorizzazione” che permette alle aziende e ai cittadini di acquistare mano d’opera a bassissimo costo tramite determinate agenzie, che fanno in modo di aprire dei canali di immigrazione regolare da quelle regioni in cui il costo del lavoro è molto basso e con cui vi sono accordi in merito alle politiche migratorie (es. India, Bangladesh, Kenya, ecc.). 
Questo sistema ha reso possibile la realizzazione, ad un costo irrisorio, di maestose opere sia pubbliche che private, dai monumentali grattacieli che sfidano la gravità, alle molteplici attrazioni per i turisti, sino alle strutture che ospiteranno il Mondiale FIFA 2022 in Qatar. 

Cosa c’è di grave nell’affermazione di Renzi? 

Human Rights Watch, una tra le principali associazioni che si occupano di diritti umani, ha definito il sistema della “kafala” come “servitù debitoria”. 
Più che di lavoratori, si tratta di vittime di un sistema che, in seguito a mendaci promesse, vengono costretti a ipotecare tutti i propri averi pur di ottenere un visto lavorativo; una volta arrivati nelle “terre promesse”, si renderanno conto di ciò che li aspetta, ovvero una misera paga di $200 circa, con condizioni e ritmi di lavoro disumani, per poi finire la giornata a dormire, stipati a dozzine, in piccole stanze lontano dalla modernità delle grandi città.
Ancora peggiore è la situazione delle moltissime donne che con lo stesso meccanismo vengono scelte dai Paesi del Terzo mondo per occuparsi dei servizi domestici, ritrovandosi però in un vero e proprio incubo fatto di abusi non solo verbali e fisici, ma anche sessuali. 

10 operai si riposano in una piccola stanza dopo una giornata di lavoro a Dubai.
Credits: The Coverage

A tutte queste anime in fuga dalla miseria vengono negati i più fondamentali diritti e, se l’essere trattati come merci non fosse abbastanza, la legge impedisce a queste persone di cambiare lavoro e nel caso dell’Arabia Saudita persino di lasciare il Paese senza il consenso del datore di lavoro; il tutto sommato alla carenza di diritti e la costrizione in un limbo di barbara brutalità, che porta a registrare ogni anno un drammatico numero di morti e un aumento costante dei casi di suicidio.

In conclusione, al di là delle innumerevoli critiche che si potrebbero sollevare riguardo alle dichiarazioni di un politico piuttosto che di un altro, pensiamo a quanto spesso, a tutti noi, capiti di idealizzare città come Riyad, Dubai o Doha, dimenticando che queste stesse realtà, spesso narrate come fossero dei “Paradisi”, sono in realtà per milioni di donne e uomini un Inferno, fatto di incessanti abusi e vessazioni, complice anche l’assordante silenzio del mondo intero.

Ashraf Rami

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