Decreto anti-rave, la norma che non convince

Negli scorsi mesi, il governo da poco formatosi ha strutturato un intervento normativo introducendo un nuovo articolo nel Codice Penale: il 434 – bis.

Il provvedimento riguarda l’invasione di edifici o terreni finalizzata all’organizzazione di raduni pericolosi all’incolumità pubblica, ma sembrerebbe fare riferimento non solo ai tanto chiacchierati rave party, bensì anche a qualsivoglia tipo di manifestazione avente un numero maggiore di cinquanta partecipanti. La pena per coloro che promuovono o organizzano l’invasione è una reclusione da tre a sei anni e una multa da mille a diecimila euro; per chi partecipa solamente la norma prevede una pena ridotta di circa un terzo. E’, infine, prevista la confisca dei beni utilizzati.

Il capo dell’esecutivo, Giorgia Meloni, ha giustificato il bisogno di questa norma, varata con requisiti di necessità e urgenza,  facendo riferimento a quanto accaduto nei giorni precedenti al Witchtek 2022, un free party svoltosi a Modena la notte del 30 ottobre. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dando tempestivamente mandato al prefetto modenese di sgomberare l’area, ha chiaramente espresso la sua volontà di non rimanere immobile dinnanzi a questi eventi – a detta sua –  simbolo di illegalità e pericolo pubblico.

L’introduzione del reato di “invasione per raduni pericolosi” ha causato scontri non solo con l’opposizione politica ma anche con l’opinione pubblica. Numerosi sono stati i giuristi che hanno espresso dissenso, parlando di “delirio anticostituzionale” e “assoluto analfabetismo legislativo”, ritenendo questa norma troppo vaga, nonché contraria alla costituzione: chi specifica il significato di invasione? E, soprattutto, in base a quali criteri si definisce il pericolo per l’ordine pubblico? La risposta dipende di fatto dall’interpretazione che ad esso viene attribuito.

Molti ritengono che la stigmatizzazione e la repressione della sottocultura giovanile dedita ai free party siano servite solo ed esclusivamente come capro espiatorio per poter raggiungere obiettivi decisamente più generali. Una prova a favore di questa supposizione arriva dal fatto che la parola ‘rave’ nel provvedimento non compaia mai. Il decreto quindi apparentemente potrebbe ledere il diritto di ogni cittadino di riunirsi pacificamente, sancito dall’articolo 17 della Costituzione.

Il 3 novembre, a 48 ore dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il decreto anti-rave è approdato in Senato: è iniziato così il suo iter parlamentare, e sono iniziate le correzioni.

Dopo le polemiche il governo ha depositato un emendamento per modificare la norma: innanzitutto cambiando il numero dell’articolo , da 434 – bis a 633 – bis, ma soprattutto compiendo variazioni anche del contenuto legislativo. E’ scomparsa l’indicazione del numero minimo dei partecipanti e sono stati aggiunti dettagli sul tipo di occupazione preso in disamina: solo ed esclusivamente raduni di tipo ‘musicale o ad altro scopo di intrattenimento’, escludendo così le altre tipologie di manifestazione. Inoltre è stato specificato che il reato potrà essere contestato solo ai creatori e ai responsabili dell’evento, e non ai partecipanti. L’ultima versione del decreto aggiunge che il raduno può ritenersi pericoloso per la sicurezza pubblica quando si verifica ‘l’inosservanza delle norme in materia di sostanze stupefacenti ovvero in materia di sicurezza e igiene degli spettacoli e manifestazioni’.

A non cambiare, però, rimangono le pene previste: confermata la previsione di multe e confisca degli strumenti, assieme alla reclusione dai tre ai sei anni e alla possibilità di intercettazioni.

Alessia Dotta

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