Le proteste non sono incentrate sulla folla ma sulla situazione, non sullo slogan ma sulla figura di ogni manifestante. Chiunque può creare da sé una situazione di resistenza incredibile e radicale, tale da lasciare stupito chi guarda. La fiducia in questa capacità si è diffusa arrivando lontano. Tutte stanno creando una situazione indimenticabile con le proprie figure di resistenza, e ne sono consapevoli.
Le persone, e soprattutto le donne – tenaci e ostinate nell’inseguire i propri desideri – assecondano ardentemente questo nuovo desiderio, che crea una catena stimolando altri desideri di formare figure e situazioni di resistenza: voglio essere la donna che ho visto nella foto, e creare io una figura. Queste figure di resistenza erano già presenti nell’inconscio delle manifestanti, come se le avessero messe in atto per anni. Il corpo ripreso nelle immagini diventa, negli anelli successivi della catena dei desideri, uno stimolo per altre donne a creare le loro figure. Quali desideri sono stati liberati in questi giorni dalla casa-prigione dei nostri corpi, i corpi di noi donne!
– L., Una rivoluzione femminista(traduzione in italiano del suo racconto qui)
Le parole di L., che ha preso parte in prima persona a una delle proteste che stanno coinvolgendo l’Iran negli ultimi due mesi, sono attraversate da una carica rivoluzionaria e mostrano la portata delle novità che questa grande rivolta delle donne iraniane reca con sè. Le donne che portano i loro corpi nelle strade e nelle piazze: si rendono visibili, con i loro desideri e le loro rivendicazioni, si raccontano e diffondono il loro racconto.
In un’intervista realizzata per «Cine-eyes» Elena Ferrante, scrittrice della quadrilogia de L’amica geniale e Shiva Akhavan Rad, giornalista freelance iraniana, partono proprio dalle rivolte in Iran per poi intessere una conversazione il cui nucleo centrale è lo sguardo e l’agentività delle donne nei processi storici, la consapevolezza del passato, il ruolo della letteratura e la lotta per libertà.
“Le ragioni delle donne iraniane sono le ragioni giuste e urgenti di chiunque, oggi, in Iran e nel mondo, lotti per la sua dignità e la sua autonomia, per la libertà di decidere come disporre del proprio corpo, della vita. E’ questo esporsi femminile al pericolo senza mezzi termini, con estrema determinazione, che mi commuove particolarmente”.
Elena Ferrante
Sono le parole di Elena Ferrante sulle rivolte in Iran, dove proprio in questi giorni 11 persone sono state condannate a morte per aver partecipato alle proteste che si susseguono nel paese da tre mesi.
La miccia che ha scatenato la rivolta è stata la morte di Mahsa Amini, ventiduenne curda uccisa il 13 settembre 2022 dalla polizia religiosa iraniana, che l’aveva fermata e arrestata con l’accusa di indossare l’hjiab in modo sbagliato. La morte di Amini ha scatenato l’indignazione della popolazione, che in diverse parti del paese si è organizzata per protestare contro il regime: la risposta di quest’ultimo è stata quella della repressione sanguinolenta. Secondo i dati forniti da Iran Human Rights, almeno «458 persone, tra cui 63 minori e 29 donne, sono state uccise durante le proteste in corso a livello nazionale in Iran». L’aumento dei numeri si riferisce agli omicidi ora confermati avvenuti nei primi due mesi, specificando tuttavia che «il numero effettivo di persone uccise è sicuramente più alto».
Le mobilitazioni sono guidate principalmente dalle donne, le prime vittime del potere teocratico: il volto della rivolta iraniana, conosciuta anche a livello internazionale sotto il grido di «Jin, Jijan, Azani», «Donna, vita, libertà». Nell’intervista con Ferrante, Rad parla proprio di “prima rivoluzione femminista al mondo” e inizia a tracciare un lungo e solido filo conduttore tra le esperienze delle donne in tutto il mondo e la loro lotta per la libertà. Un filo che fa passare tra le mani di due personaggi femminili del mondo letterario: Lila e Lenù, le protagoniste del mondo costruito da Ferrante nella sua quadrilogia.
«Lila sarebbe sicuramente in prima fila e Lena, per non essere da meno, per non perdersi niente di ciò che l’altra sperimenta, la seguirebbe anche in prigione e nella morte.» è la risposta di Ferrante alla domanda di Rad su cosa farebbero le due Amiche Geniali se si ritrovassero a vivere “queste turbolente giornate”. E rispondendo a cosa farebbe lei stessa se si trovasse in mezzo alle rivolte a protestare, risponde riportando al centro le sue due protagoniste: «Se fossi lì, sarei per strada al modo di Lila, con passione e rabbia; ma anche al modo di Lena, per dovere, per bisogno di vedere, capire e provare a raccontare».
Quella di Lila e Lenù è una storia di cambiamento profondo, del rapporto con un passato che non è la foto sbiadita e statica di un tempo cristalizzato, ma un magma inquieto di fantasmi e di corpi in continua metamorfosi, di paure, rancori e speranze a metà con cui fare i conti per potersi reinventare. Il cambiamento non è indolore: il solo processo di spezzare i legami con qualcosa che ci è appartenuto e in cui ci siamo formati (seppure come sua antitesi) non è un atto semplice e non è privo di sofferenza. Il rapporto con il passato non è solo di osservazione e di analitica correzione: è distruzione, dolore, sangue e perdita. Di profonda rielaborazione. È il legame profondo tra nascita e morte.
Lila e Lenù nel cercare di rifondare le proprie identità, rimanendo nel proprio contesto di origine nel caso dell’una e allontanandosene nel caso dell’altra, devono fare i conti con le gabbie che le imprigionano, con le imposizioni e le regole di una società fortemente patriarcale. Questa somiglianza con le donne iraniane è sottolineata da Rad: «Lila e Lena lottano per avere una vita normale. Non vogliono seguire le orme delle loro madri e delle altre donne napoletane. In questo senso, c’è una somiglianza tra loro e le giovani donne iraniane che lottano per avere una vita normale».
E la risposta di Ferrante spiega la difficoltà del cambiamento, la realtà cruda della lotta per le donne che devono liberarsi dei condizionamenti imposti da una società che le fa vivere «fin dalla nascita immerse nella cultura maschile», dove «la lingua è maschile, la famiglia è maschile, la religione è maschile, le leggi sono maschili». Un cambiamento che è incarnato nel suo movimento da Lila e nel suo assestarsi da Lena.
In Lila c’è tutta la necessità e tutta l’ansia dei cambiamenti. È come se dicesse: la mia condizione è intollerabile, devo cambiarla, ma in essa sono cresciuta, e sovvertendola non mi lascio alle spalle solo dolori ma anche affetti e consuetudini, ribellandomi non mi faccio solo bene ma anche male. Lila, insomma, mostra come non sia facile andare oltre i margini in cui ci hanno chiuse, e quanto sia doloroso – non solo gioioso- forzare, tra mille contraddizioni, le gabbie che ci imprigionano. Avrà pace? No, la pace è per chi si assesta dentro mezze libertà.
Lila è uno stimolo permanente. In lei tutto nascer ma niente si stabilizza. Lei vive sempre, dolorosamente, dentro la metamorfosi, e proprio mentre la metamorfosi si compie. Lena invece è la forma nuova che si consolida dopo il cambiamento. In lei la metamorfosi si stabilizza e svela progressivamente i passi avanti che sono stati fatti e, insieme, la loro insufficienza.
Elena Ferrante
Lena è la metamorfosi che si compie, ma è anche lo sguardo che assiste al suo fulgore, ne è la sintesi e il racconto. All’interno del romanzo è grazie a lei che abbiamo testimonianza della presenza di Lila e della sua esistenza in perenne tumulto. Grazie a lei la ribellione di Lila, il suo tentativo di esistere in un mondo costruito fin dalle sue fondamenta contro di lei, non svanisce, ma rimane, nonostante la tendenza intrinseca di Lila a sparire, a “scancellarsi” e la sua estrema ritrosia a farsi raccontare da Lenù e a diventare personaggio.
La testimonianza e la narrazione sono parte integrante della rivolta. Sono uno degli strumenti con cui “smarginare” i confini fin troppo netti di una realtà ostile. Agire, capire, farsi raccontare e cercare di raccontare. Con passione e rabbia. Come Lila e Lenù.
Sofia Racco
