In Francia infuocano da più di un mese le proteste contro la proposta di legge sulle pensioni avanzata dal primo ministro Elisabeth Borne, braccio destro del presidente in carica Emmanuel Macron, il quale non intende arrestare l’iter parlamentare della riforma. La linea portata avanti dal capo del governo è quella del braccio di ferro con i partiti dell’opposizione – guidati, a sinistra, dalla Nouvelle Union Populaire Ecologique et Sociale (NUPES) di Jean-Luc Mélenchon – e con le otto sigle sindacali più importanti del paese che, inaspettatamente, hanno fatto blocco unico di fronte all’emergenza politica.
Attualmente il progetto di legge, nel caso in cui non vi siano modifiche, prevede l’innalzamento dell’età pensionabile dai 62 ai 64 anni entro il 2030, con punte da 67 anni per coloro i quali non raggiungano i 43 anni minimi di contribuzione. Un colpo al cuore del sistema della Sécu (la previdenza sociale) che, come ammettono gli stessi macronisti, andrà a toccare soprattutto i ceti meno abbienti, salvaguardando, così, i pensionati benestanti, il bacino elettorale più fedele al presidente durante le elezioni presidenziali del 2017 e del 2022.
La stessa Elisabeth Borne, consapevole dell’alto consenso di Marine Le Pen tra le classi popolari rurali del paese, teme che la riforma possa spalancare le porte alla vittoria dell’estrema destra alle présidentielles 2027, ma il “presidente dei ricchi” ha ribadito molto diplomaticamente che in quell’occasione non si ricandiderà e che, quindi, non dovrà rendere conto della crisi sociale del paese. Il rischio che Macron abbia fatto i conti senza l’oste c’è: la linea dura dei sindacati e di Mélenchon minaccia di “bloccare tutta la Francia” con scioperi a oltranza a partire dal 7 marzo nel caso in cui il governo non ritiri o non modifichi in modo sostanziale la proposta di legge.

A sostegno dei 1,3 milioni di scioperanti scesi in piazza il 19 gennaio scorso il premio Nobel per la letteratura del 2022 Annie Ernaux ha raccontato, in un articolo intitolato Rialzare la testa e pubblicato su Le Monde diplomatique, la sua esperienza di intellettuale impegnata nel grande movimento sociale nato durante le manifestazioni del novembre-dicembre del 1995. Erano gli anni della presidenza neogollista di Jacques Chirac e del progetto pensionistico firmato Alain Juppé, che prevedeva un progressivo allineamento dell’età pensionabile del settore pubblico a quella del privato. Erano anni gli in cui, complici gli obblighi stringenti sanciti dal Trattato di Maastricht riguardo i bilanci pubblici, entrava in voga un leitmotiv che avrebbe accompagnato il dibattito politico europeo per decenni: colmare d’urgenza il “buco” della previdenza pubblica, una delle grandi conquiste della Liberazione, riducendo i servizi e le risorse.
Oggi come nel 1995 sono servite a poco le favolette morali dei cerberi dell’austerity, che nascondono i tagli alle pensioni dietro al fantoccio del principio di responsabilità intergenerazionale: per le vie del centro di Parigi sfilano in prima linea contro la riforma Macron-Borne i liceali, gli studenti universitari, gli ecologisti e i movimenti femministi, che hanno capito che il governo che oggi chiede uno “sforzo ulteriore” alla popolazione è lo stesso che sta distruggendo la sanità e la scuola pubblica, ed è lo stesso che non ha rispettato nessuno degli obiettivi ecologici della Francia fissati dall’Unione Europea in termini di clima, di inquinamento atmosferico e di conservazione della biodiversità.

La sinistra radicale della NUPES di Mélenchon, candidato che si è classificato terzo al primo turno delle presidenziali 2022 con il 22% dei voti dopo il 27,6% di La République en Marche e il 23,4% di Rassemblement National, è riuscita a raccogliere attorno a sé le voci di protesta di questi ultimi giorni. Rivendicare il diritto al “tempo libero”, che sfugge alle logiche di mercificazione delle relazioni umane, significa difendere “il diritto di ognuno a vivere pienamente e umanamente”. Inoltre, aumentare le ore di lavoro per produrre di più non è una prospettiva ecosostenibile: per Mélenchon bisogna ridurre gli sprechi, produrre meglio e, dunque, meno.
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