Evoluzione, progresso, cambiamento contraddistinguono l’essere umano sin dai suoi primordi, quando per sopravvivere addomesticò la natura circostante, divenendone padrone. Atti che l’uomo ha perseguito con fede religiosa, anzi, con ossessione. Da questo chiodo fisso sono derivati risvolti positivi: scoperte mediche, geografiche, politiche, economiche, letterarie. Ma ora sembra di essere arrivati ad una fase di stallo in cui l’equilibrio tra gli effetti positivi e negativi del trinomio evoluzione-progresso-cambiamento sia stato compromesso. O meglio, destabilizzato da forze complesse che fatichiamo a comprendere. Da ciò nasce il caos, che oggigiorno si sta manifestando con molteplici conseguenze, tra cui guerra, crisi energetica e climatica.
A fare chiarezza è stato Maurizio Molinari, direttore editoriale del gruppo GEDI e direttore responsabile del quotidiano La Repubblica. In una lezione a Palazzo Nuovo, prevista dal corso di Linguaggi giornalistici del professor Enrico Luigi Caporale, Molinari ha risposto alle grandi domande sui principali problemi contemporanei che impattano sulla vita di ciascuno.
Cosa sta cambiando intorno a noi, perché e in quale direzione?
Abbiamo diversi temi che possono essere affrontati in questo senso. Primo tra tutti i conflitti. Quello in Ucraina, iniziato nel 2022, comporta una grande novità: la Russia è tornata a comportarsi in modo imperialistico, come facevano le grandi potenze del 1800 e 1900. La logica era quella della forza e dell’occupazione territoriale, con la conseguente cancellazione dell’identità del popolo occupato, in questo caso l’Ucraina. Un ritorno alla mentalità imperialista in Russia è spiegabile in due modi. Innanzitutto la volontà di Putin di estendere il controllo geopolitico su 25 milioni di russofoni che vivono attorno alle sue frontiere, di cui una parte sono in Ucraina. La seconda ragione è che Putin sostiene che l’identità ucraina non esista, essendo parte della Russia. Il premier russo si rifà al mito della fondazione dello Stato russo, che vede appunto la sua origine a Kiev. In questo modo l’Ucraina diventa la culla ancestrale del popolo russo. Allora perché oggi abbiamo due Nazioni diverse, Russia e Ucraina? Nell’ottica di Putin, la colpa è di Lenin. Questo infatti ha creato l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), un’aggregazione di tutte le nazionalità del territorio in precedenza controllato dallo Zar. Lenin in questo modo dava autonomia a ciascuno Stato, a patto che entrassero tutti nell’URSS: Stalin si oppose fermamente, credendo che ci fosse un unico e unitario popolo russo. Ma sappiamo bene come è andata la storia: nonostante Stalin sia succeduto a Lenin, l’URSS non è stata smantellata se non tempo dopo. Putin si rifà proprio all’idea di Stalin: non esistono altri Stati se non la Russia. Perciò, quando l’Ucraina afferma la propria indipendenza, per Putin, e per chi lo sostiene, aggredisce l’identità russa. In tal senso, la russofonia è un forte elemento identitario. Queste sono sostanzialmente le ragioni che hanno riportato la guerra in Europa. Una guerra in cui l’occupatore non rispetta niente e nessuno.
Il risveglio dell’identità imperiale russa che cosa ha comportato in Europa?
La prima reazione è stata che le nazioni indipendenti in Europa si sono sentite aggredite: se Putin conquistasse l’Ucraina, potrebbe invadere anche altri Stati confinanti che hanno dei russofoni. L’Europa si è quindi aggregata a sostegno degli ucraini, invocando i principi della Carta delle Nazioni Unite, redatta dopo la Seconda guerra mondiale per evitare che uno Stato ne aggredisse un altro. In questo, l’Europa ha trovato il sostegno degli Usa. Tutto ciò ha fatto rinascere l’importanza della Nato, creata nel 1949. Da tempo stava perdendo potere, indebolita dalla campagna militare in Afghanistan. In un momento in cui i Paesi stavano discutendo sul da farsi con la Nato, l’aggressione russa ha ribadito la sua importanza: questo perché le Repubbliche vicine all’Ucraina fanno parte della Nato, e sono sostenute dalla risposta collettiva in caso di aggressore. La logica imperiale russa comporta perciò la rivitalizzazione della Nato, ovvero del legame politico e militare tra Usa e Europa.
In questa guerra ci sono anche altri attori coinvolti.
La Cina, ovvero la più grande economia del pianeta, è uno di questi. Dal 2013 si è data un grande progetto: la Nuova via della seta, una serie di infrastrutture terrestri e marittime per collegarsi all’Europa occidentale, dove ci sono i mercati più ricchi del pianeta. La Nuova via è la versione cinese della globalizzazione e ovviamente la guerra in Ucraina è un ostacolo, poiché si trova proprio sul suo percorso. La Cina è perciò in una situazione complicata: da una parte, nel duello strategico tra USA e Russia è sempre stata vicina alla seconda; ma dall’altro lato si trova in un conflitto che è contro i suoi interessi. Da quando è iniziato il conflitto passa da una parte all’altra, cercando di capire quale fazione sostenere per far progredire i propri piani economici. Adesso c’è addirittura un ipotetico piano di pace, anche se questo non significa che Cina e Occidente siano alleati, perché l’obiettivo degli asiatici è salvare la possibilità della globalizzazione per essere il Paese che la guiderà.
Su quale terreno la Cina punta a sfidare gli USA?
Ovviamente su quello tecnologico, in particolare dell’intelligenza artificiale. La Cina è più avanzata in questa materia. Prendiamo due esempi. Il primo è il network di telecomunicazioni 5G. Quando nel 2018-2019 la Cina inizia ad esportare il 5G, USA e Europa sono favorevoli perché permette una trasmissione veloce. Tutti iniziano a installare queste antenne. Ma non passa molto tempo e ci si accorge che la rete 5G non è penetrabile dalla tecnologia occidentale. Inizia una trattativa: l’Occidente vuole che la Cina assicuri che nella rete 5G non ci sia una back door tramite cui i dati inseriti dagli utenti finiscano a Pechino. L’accordo fallisce, e Usa ed Europa rinunciano al 5G cinese, pagando le aziende europee scandinave per realizzare il proprio, ma a prezzi molto più alti. Il secondo esempio che dimostra la supremazia tecnologica della Cina è TikTok, altra tecnologia illeggibile dai sistemi occidentali: nessuno sa che tipo di software gestisca l’app e in che modo. Questo vuol dire che non si sa nemmeno come vengano gestite le informazioni. L’elemento in comune a questi due esempi è l’IA, l’intelligenza artificiale, campo in cui i cinesi sono molto più avanti degli occidentali. L’Occidente deve ora fronteggiare due minacce geopolitiche. Una tradizionale, ovvero la sfida novecentesca di Putin, e una cinese, che è solo all’inizio.
In questo schema ci sono però diversi focus, l’energia per esempio. Ce ne siamo accorti soprattutto con la guerra in Ucraina, quando non abbiamo più avuto l’energia russa.
L’energia segue le rotte tradizionali: chi ce l’ha se ne serve per aumentare i propri interessi, e chi non ce l’ha se la vuole assicurare al minore prezzo possibile. La Russia, che ha molta energia, ha tentato di usare questa leva contro i nemici, ma la contro mossa dell’Europa è stata di mettere un tetto sul prezzo del gas in modo da evitare il gioco del rialzo della Russia. Quest’ultima è ora in difficoltà sul fronte energetico, perché può vendere solo sui mercati di Cina e India, le quali decidono il prezzo, forti del loro potere. Tutto ciò va a favore dei Paesi che hanno petrolio e gas da vendere all’Occidente (come Algeria, Qatar, Nigeria), e che stanno assumendo un valore strategico che prima non avevano, sfruttando gli errori dei russi per guadagnare ruolo internazionale.
Un’altra preoccupazione che è venuta fuori è quella in relazione al clima.
La domanda fondamentale del clima è sul come affrontare i cambiamenti climatici. È iniziato il confronto sulle possibili soluzioni, cosa che ha generato una differenza sostanziale di impostazioni. I Paesi occidentali – USA, Europa occidentale, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Corea, Israele – hanno grande consapevolezza del cambiamento in atto e hanno anche grande sostegno dell’opinione pubblica per tagliare e ridurre le emissioni nocive. Per questo, l’Occidente si dà obiettivi sempre più sfidanti, come l’UE che vuole arrivare ad emissioni zero nel 2050. All’opposto troviamo invece India e Cina, che non negano i cambiamenti climatici, ma sostengono che siano colpa degli occidentali, i quali negli ultimi 200 anni hanno usato carbone, petrolio e altre sostanze inquinanti per la loro crescita economica. Nell’ottica cinese e indiana, ora toccherebbe a loro poter effettuare questo sviluppo, in modo da non creare una differenza irrecuperabile. Questa ultima posizione è condivisa da gran parte dei Paesi del Sud del mondo, che non hanno le tecnologie occidentali sul green, e che temono di diventare succubi della politica green occidentale nel caso diventi globale. Si sta riproponendo a livello globale il Global South, cioè la coalizione dei paesi del Sud, che vuole andare in un’altra direzione riguardo al clima rispetto al Nord. Il punto è che per gli Occidentali questa separazione non è possibile.
Chi ci sarebbe a capo del Global South?
Se il Paese più agguerrito sul tema è l’India, il regista politico è la Cina, che ha un progetto preciso. La Cina appartiene a due organizzazioni multilaterali: la Cooperazione di Shangai e i BRICS. La prima, che è un’organizzazione politica e militare, include Cina, Russia, Kazakistan, Mongolia, Iran e le Repubbliche centro-asiatiche. I BRICS, gruppo economico, uniscono Brasile, Russia, Cina, India e il Sud Africa. Se la Cina riuscisse a fondere le due organizzazioni, la somma degli abitanti di queste darebbe non solo la maggioranza della popolazione del pianeta, ma anche la maggioranza del Pil della terra. Ciò porterebbe alla Cina un livello di rappresentatività superiore a quello delle Nazioni Unite, capace di contendere con queste per la superiorità a livello mondiale. Mettendo insieme il discorso sull’IA e quello sul progetto geopolitico, si capisce come tutto collimi in un progetto politico globale della Cina. Siamo di fronte a una transizione verso una realtà geopolitica diversa, in cui purtroppo la guerra è diventata possibile.
Contro questa ultima prospettiva, ritiene che la creazione di uno Stato sovranazionale di tipo federale, facente capo allo Nato, sia una soluzione possibile e perseguibile dall’Europa, dagli Stati Uniti e da chiunque abbia interesse che ciò non accada?
Io credo di sì. Credo che la deduzione inevitabile per ciascuno sia che l’Europa debba diventare uno Stato federale. Se andiamo verso una fase di grandi scontri fra i giganti del Global South e gli Stati Uniti, l’Europa deve essere una. Sarebbe un suicidio presentarsi come singoli stati sovrani in una situazione del genere. Anche perchè l’Europa unita potrebbe essere una grande protagonista, data la disponibilità di risorse, intelligenza, alta tecnologia. Ma l’Europa deve avere la forza di mettere da parte questo ritorno di sovranismo che c’è in quasi tutti gli Stati, facendo esattamente l’opposto, ovvero diventare Stato federale.
Rachele Crosetti
Crediti immagine di copertina: ANSA
