Il 1 maggio scorso la WGA (Writers Guild Association, il sindacato degli sceneggiatori), ha indetto uno sciopero ad oltranza in risposta al rifiuto dell’Amptp, l’associazione dei produttori, di aprire un dialogo sul rinnovo del contratto del settore.
I punti principali delle richieste portate avanti dallo sciopero degli sceneggiatori comprendono: un aumento degli stipendi in linea con l’inflazione, un incremento dei tassi di diversità delle produzioni e degli incentivi pagati dalle piattaforme di streaming per ritrasmettere serie o film nei mercati internazionali e miglioramenti nei piani pensionistici e nell’assicurazione sanitaria. La WGA apre anche una discussione intorno al ruolo dell’intelligenza artificiale nel mondo dell’intrattenimento, chiedendo una regolamentazione e maggiori tutele in contrasto all’utilizzo dell’AI nel processo di scrittura.
Lo sciopero sta avendo un impatto su numerose produzioni tra ritardi, cancellazioni, pause e rinvii: tra i progetti rinviati o messi in pausa ci sono i vari late night show, che vengono scritti quotidianamente da un team di autori, serie tv come Stranger Things e The Last of Us, ma anche produzioni cinematografiche come diversi progetti della Marvel, Avatar 3 e i sequel di Star Wars.
Lo sciopero prosegue e non sembra destinato a terminare a breve: nel caso in cui non venisse raggiunto un accordo entro il 30 giugno, anche la SAG-AFTRA, il sindacato che rappresenta gli attori, le personalità che lavorano in radio, i giornalisti e in generale i lavoratori dei media, potrebbe unirsi allo sciopero a fianco degli sceneggiatori. Il 48% dei membri del sindacato degli attori ha partecipato alla votazione, di questi il 98% ha espresso parere favorevole ad un eventuale sciopero.
La situazione non ha un impatto solamente sui lavoratori dello spettacolo: qualche giorno fa, il 15 giugno, centinaia di addetti alle pulizie che hanno perso il lavoro durante questo periodo si sono uniti ai picchetti degli sceneggiatori davanti ai Culver Studios a Culver City, in California. Amanda Winter, una macchinista che sta protestando davanti alla Warner Bros Discovery, ne parla così: “Addetti alle pulizie, gli autisti di camion per i film, le persone che costruiscono il set. Chiunque sia coinvolto nella realizzazione di uno show o di un film o di qualunque altro prodotto, adesso è in una situazione di stallo. Nessuno di loro sta lavorando in questo momento.”
Il 14 giugno anche la Writers Guild Italia è scesa a picchettare davanti alla Casa del Cinema di Roma per sostenere le rivendicazioni dei colleghi statunitensi. Il presidente Gladiano ha dichiarato:
“L’iniziativa ha avuto un incoraggiante seguito, siamo anche lieti di aver avuto tra i partecipanti i colleghi americani. Questa iniziativa è il frutto un ponte sempre più solido costruito tra tutte le gilde europee unite dalla stessa piattaforma di richiesta e rappresenta solo il primo passo di un percorso che ci porterà ad ottenere tutti i diritti che ci spettano”.
Ma quest’ultima dimostrazione di solidarietà nei confronti dei colleghi americani non è l’unica protesta nata in seno al mondo del cinema italiano: UNITA, il sindacato degli attori del teatro e dell’audiovisivo ha indetto una protesta per chiedere maggiori tutele per i lavoratori del cinema nostrano. La protesta è stata resa nota dall’attore Pierfrancesco Favino durante una conferenza stampa a Berlino, dando risonanza internazionale alle condizioni di lavoro non rosee nel settore cinematografico italiano:
“In Italia le lavoratrici e i lavoratori del settore cineaudivisivo sono da mesi in attesa che venga rinnovato loro il contratto collettivo nazionale. Le troupe, i tecnici, le maestranze e perfino gli stuntmen operano in assenza di regole condivise e di tutele moderne ed efficaci.
Le attrici e gli attori italiani – unici in Europa – non hanno addirittura mai avuto un contratto collettivo di categoria che stabilisca diritti, doveri e minimo salariale e questo perché le associazioni dei produttori non intendono sedersi a contrattare, impedendo di fatto il progresso del settore sia in termini di sviluppo industriale che dei diritti dei lavoratori.
Un paese che vuole dirsi civile, non può continuare a produrre cinema e televisione in questo modo.“
Sofia Racco
