I desaparecidos

C’è un evento socio-politico a cui spesso il libro di storia non fa riferimento: si tratta della dittatura argentina degli anni Settanta del secolo scorso. Il Giorno della Memoria, oggi, commemora i sopravvissuti e le vittime dell’Olocausto, con l’intento di non dimenticare fin dove l’essere umano può spingersi. Questo, tuttavia, non ha impedito il ripetersi di una situazione analoga a quella dei campi di concentramento nazisti solo poche decine di anni dopo, senza contare altri orrori simili contemporanei di cui, però, questo articolo nello specifico non si occuperà.

I desaparecidos sono le vittime principali della dittatura argentina, instauratasi il 24 marzo 1976 attraverso il golpe della Giunta militare, formata dai tre comandanti delle 3 armi: Videla (Esercito), Massera (Marina), Agosti (Aeronautica). Per parlare di “desaparecido”  occorre che:

  • le azioni criminali siano state compiute da agenti dello Stato riconoscibili e non: deve essere quindi uno Stato che promuove il crimine o è assente dall’impedirlo.
  • lo Stato abbia negato le informazioni sul destino della vittima: neghi o non si prodighi nel dare informazioni, non fa nulla per recuperare il volto o il nome delle vittime, che quindi sono recuperati dai famigliari o da attivisti e non dalle istituzioni.

Il popolo argentino negli anni Settanta chiedeva un’azione militare: era stanco dei disordini politici e della lotta armata. Ad assumersi l’onere di modificare la situazione è la Giunta militare, inizialmente accolta dai cittadini. Una delle prime mosse del nuovo governo è la “cancellazione” dei dissidenti, trasformati, appunto, a poco a poco in desaparecidos. Chi nutriva riserve nei confronti del nuovo regime, chi desiderava un mondo nuovo doveva scomparire.

La desapareción è un crimine complesso che viola diversi diritti fondamentali della persona, tra i quali: il diritto di vita, di libertà, di degno trattamento, del rispetto della propria dignità, del riconoscimento della personalità giuridica, della vita famigliare, di indennizzo, di opinione e informazione, politico. È un crimine “continuo”, ovvero coinvolge sia l’individuo quanto la sua famiglia e rete affettiva. Esso, inoltre, implica la totale assenza di tutela giuridica della vittima: il cittadino non è più tale.  

Ciò significa che se venivi sorpreso a simpatizzare per una certa fazione politica (organizzazioni quali ad esempio ERP o Montoneros) che desiderava un’Argentina migliore e più inclusiva, per la dittatura era meglio non esistessi e, quindi, dovevi scomparire.

Di seguito la testimonianza di Mario Villani, tratta dalla sua biografia a quattro mani con Fernando Reati: «Sono un ex desaparecido, un sopravvissuto, o se vogliamo un desaparecido reaparecido. L’11 novembre 1977, alle nove del mattino, sono stato sequestrato mentre ero per strada a Buenos Aires; in quel momento non lo sapevo, ma quando un gruppo di uomini in abiti civili mi forzò a uscire dalla macchina diventai un desaparecido per i successivi tre anni e otto mesi della mia vita. In questo lungo periodo di tempo che oggi posso misurare cronologicamente, ma che finché è durato è consistito semplicemente nel cercare di sopravvivere ogni giorno fino al giorno dopo, sono passato attraverso i centri clandestini di detenzione conosciuti come Club Atlético, Banco, Olimpo, Pozo de Quilmes ed ESMA».

La dinamica era pressoché sempre la medesima: uscito di casa, anche in pieno giorno e alla presenza di testimoni che fingevano di “non vedere”, venivi prelevato e caricato su una Ford Falcon (modello di automobile molto comune in quegli anni) e portato in uno dei centri di detenzione. Lì venivi spogliato, privato del tuo nome -ora sostituito da un codice numerico- con le mani e le caviglie legate. L’iter del prigioniero prevedeva diversi “step”: l’arrivo con interrogatorio-tortura attraverso la picana elettrica; la sistemazione in cuccette (vani di truciolato senza soffitto, 80 cm largh. 200 lungh. su materassini di gommapiuma) o in celle (più persone all’interno, 2,5 x 1,5 m) oppure sdraiati per terra in una stanza; la traslado, ovvero il “trasferimento”, parola in codice per indicare i cosiddetti “voli della morte”. Tre le restrizioni più comuni: l’oscurità data dal bendaggio, il silenzio dovuto al divieto assoluto di parlare e l’immobilità, eccetto il momento del pasto due volte al giorno e l’andare al bagno una volta. Il tutto funzionava grazie alla propagazione del terrore sia nei confronti dei prigionieri che della società: essa era data dalla arbitrarietà e dalla onnipotenza delle Forze Armate. Il corrispettivo del terrore è la paralisi o “nullificazione”: il prigioniero –e la società- non opponeva resistenza di fronte all’annichilimento fisico e alla repressione psicologica per terrore, di cui il campo era effetto e fonte

Questo articolo desidera condividere una pezzo di Storia che, nonostante la rilevanza, è ancora poco nota nel nostro Paese. Per una conoscenza più approfondita dell’argomento si consiglia la lettura di Potere e desaparición. I campi di concentramento in Argentina di Pilar Calveiro.

Nicole Zunino

Fonte immagine di copertina: https://www.mfpa.co.uk/artwork-collection/artwork/sea-of-people/

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di apheniti apheniti ha detto:

    Di questa storia, mi ha sempre impressionato la determinazione delle Madres de Plaza de Mayo che ancora lottano e manifestano per sapere la sorte dei desaparecidos, ma anche a protestare contro i tentativi di ridurre la pena di quei (pochi) carnefici che sono stati arrestati e sottoposti a processo.

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    1. Avatar di Nicole Zunino Nicole Zunino ha detto:

      Hai ragione, la loro forza e il loro coraggio sono da ammirare e prendere d’esempio. Mi hanno tanto impressionato, accanto alle Madri, anche le “abuelas” (le nonne), a cui si deve la creazione di una “banca del seme”. Grazie a questa i bimbi, ormai adulti, sottratti ai genitori desaparecidos e cresciuti coi torturatori, hanno avuto modo di scoprire la verità sulla propria famiglia. La cosa meravigliosa dell’Argentina è che questi movimenti, compreso quello degli H.I.J.O.S., partono da un dolore condiviso: mettono da parte l’individualismo nel quale in una tragedia personale è facile rinchiudersi, facendosi così forza a vicenda in una prospettiva collettiva.

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