Io Capitano

Presentato all’ottantesimo Festival del Cinema di Venezia, Io Capitano si è rivelato un successo, vincendo il leone d’argento per la miglior regia e il premio Marcello Mastroianni per la miglior interpretazione di un giovane attore emergente. Sarà inoltre il film rappresentante dell’Italia agli Oscar 2024.

Seydou e Moussa, due inseparabili cugini di sedici anni, uniti dalla passione per la musica, mettono da parte abbastanza soldi per lasciare segretamente il Senegal, intraprendendo un lungo viaggio per arrivare in Europa. Sapendo solo in parte ciò che li attende, sono però consapevoli che questa esperienza cambierà radicalmente le loro vite, in un modo o in un altro.

Matteo Garrone, regista ormai riconosciuto a livello internazionale – autore di altri ottimi film come Dogman e Gomorra – è riuscito a raccontare ciò che le notizie dei telegiornali sugli sbarchi in Italia non sono mai riuscite a fare, poiché parlano solamente del lato statistico delle migrazioni. Ci ha infatti permesso di poter vedere effettivamente quello che uomini, donne e bambini devono affrontare quando decidono di intraprendere la strada verso l’Europa, con tutti i suoi pericoli, ansie e preoccupazioni umane che la accompagnano.

Crediti: Rolling Stones https://www.rollingstone.it/cinema-tv/film/io-capitano-lodissea-della-speranza-di-matteo-garrone/783106/

Con uno sguardo onirico ma al tempo stesso molto realistico, Garrone non si è lasciato intimidire dal tema ormai diventato quasi esclusivamente politico in Europa e nel mondo (dove mettiamo questi poveretti/dobbiamo farli tornare da dove sono venuti), restituendo alla narrazione dominante l’elemento più importante che manca nell’attuale dibattito: l’umanità. Ma l’umanità intesa in senso assoluto, non retorico; le immagini del film ci costringono a empatizzare con l’esperienza dei due giovani protagonisti, pur non avendo mai attraversato il deserto del Sahara a piedi o aver navigato il Mediterraneo su una barca sgangherata e carica di persone fino a occupare ogni centimetro libero rimasto. Ci riesce grazie ad un racconto retto dal giovane attore Seydou Sarr, con i suoi occhi malinconici ma speranzosi, sempre fiducioso di potercela fare, ma soprattutto grazie alla capacità di mostrare con semplicità una storia vera (il film si basa sul viaggio di Kouassi Pli Adama Mamadou, che oggi vive in Italia, a Caserta). Un altro dettaglio importante è che la pellicola non è stata doppiata (sono state mantenute le lingue originali, il wolof e il francese), in modo da dare ulteriore autenticità alle immagini.

Garrone ha scelto di rendere il film il più possibile universale, in modo tale che chiunque lo veda possa empatizzare nella drammaticità di alcune scene. Per fare ciò ha sfruttato la sua esperienza con il genere fantastico per inserire alcune sequenze oniriche molto poetiche, che non vanno a intaccare la potenza della tragicità che vuole narrare. La crudezza visiva del film è limitata; la storia poteva finire in maniera molto più tragica, come ben sappiamo dalle notizie che leggiamo quotidianamente, ma questo perché il regista voleva esprimere con forza il senso di speranza a cui i protagonisti riescono ad aggrapparsi durante tutto il loro percorso, per non rassegnarsi a ritornare a casa dopo aver subito ogni tipo di tortura fisica e mentale, ancora prima di aver raggiunto il mar Mediterraneo.

Crediti: La voce di New york https://lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/biennale-di-venezia/2023/09/07/io-capitano-di-matteo-garrone-e-un-film-sgonfio-e-in-ritardo-sui-tempi/

Sono presenti diversi episodi molto toccanti, che non si potrebbero neanche immaginare senza aver visto effettivamente uno dei tragici momenti in cui si trovano Seydou e Moussa; il film fa riflettere sulla scelta che avresti preso tu, spettatore, in quella specifica situazione di vita o di morte (per te o per gli altri). Mentre i protagonisti proseguono avanti nel viaggio, ci si rende conto di quante volte delle situazioni possano degenerare in pochissimo tempo e che molto spesso l’unico modo per poterle superare è dare dei soldi a qualcuno, che siano militari, trafficanti o funzionari corrotti. Chi non ha la disponibilità economica per pagarli è condannato a torture certe, nel peggiore dei casi alla morte, il che è di una brutalità sconcertante.

Un altro elemento fondamentale che caratterizza il film fin da subito, costituendo di fatto uno dei motivi per cui i due adolescenti non si trattengono dal partire, è l’ingenuità. Seydou e Moussa hanno in mente l’immagine patinata dell’Europa che si diffonde su Tik Tok e Instagram, fatta di stereotipi e poca realtà. Emblematica è la scena in cui vanno a chiedere informazioni a un adulto del quartiere che era tornato in Senegal dopo aver fatto il viaggio; quando dice ai due ragazzi che anche in Europa c’è gente che dorme per la strada e sta male, si stupiscono. Ed è la stessa ingenuità che può avere un sedicenne italiano quando pensa all’America come al sogno per avere una vita realizzata, un’idea che si è fatto molto probabilmente nel loro stesso modo. La madre di Seydou, quando sente che suo figlio vuole andare via per aiutarla economicamente, lo rimprovera severamente, ordinandogli di non partire, conoscendo meglio di lui i racconti dei morti in mare o nelle carceri libiche.

Garrone ha girato un film dai valori universali e, se finisse nella cinquina dei migliori film stranieri agli Oscar, avrebbe più di qualche chance di portarsi a casa la famosa statuetta. Oscar o no, è in ogni caso una storia che non verrà dimenticata molto facilmente.

Fabrizio Mogni

Fonte immagini: https://www.cultframe.com/2023/09/io-capitano-matteo-garrone-mostra-internazionale-arte-cinematografica-venezia/

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