La COP28: un vero passo avanti?

O piuttosto una “canoa piena di buchi”?

Dal 30 novembre al 12 dicembre si è svolta a Dubai la ventottesima Conferenza delle parti (COP, Conference of Parties) che, come riportato dal giornalista Gabriele Crescente in questo articolo di Internazionale, da molti, è stata paragonata per importanza a quella di Parigi del 2015. Una conferenza sulle parti è l’organo supremo decisionale della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), composto dai 198 paesi che l’hanno ratificata (le Parti). La prima COP fu quella di Berlino del 1995, e da allora ogni anno si prefigge l’obiettivo di cercare di contrastare gli effetti del riscaldamento globale e di monitorare gli effetti delle misure adottate dalle Parti. Come afferma il giornalista Ferdinando Cotugno in questa puntata di Globo, podcast del Post, la COP serve essenzialmente a tradurre la conoscenza scientifica in decisioni politiche. Alla fine di ogni COP, dopo settimane di incontri e trattative, le Parti firmano un Accordo, che quest’anno è stato ratificato la mattina di mercoledì 13 dicembre.

Cosa contiene l’accordo di quest’anno

Il testo finale di ogni COP è sempre un segno politico, e come ogni anno il dibattito si concentra attorno a delle parole chiave, quelle presenti a quelle assenti, che possono provocare grandi cambiamenti nelle politiche sul clima. La parola nella quale speravano ad esempio gli stati insulari più esposti ai disastri climatici, gli ambientalisti e l’Unione Europea è phase out, ossia l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, che tuttavia non è stata inserita nel documento finale. Un’altro termine mancante è phase down, una riduzione graduale, scelta auspicata ad esempio dai Paesi produttori di petrolio. Anche i paesi in via di sviluppo osteggiano la riduzione dei combustibili fossili, in quanto vorrebbero far crescere la propria economia sfruttando proprio questi ultimi- come hanno fatto gli emettitori storici prima di loro.

La scelta finale è ricaduta invece su un termine più ambiguo e soggetto a interpretazione secondo gli esperti, ovvero transitioning away, una fuoriuscita progressiva dai combustibili fossili, “in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere lo zero netto entro il 2050 in linea con la scienza.”

Secondo Simon Steel, segretario esecutivo delle nazioni unite per il cambiamento climatico, questo Accordo segnerà quindi l’inizio della fine dei combustibili fossili, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 (ricordiamo che i combustibili fossili producono ancora l’80% dell’energia mondiale). Anche se sembra scontato, è la prima volta dopo 28 anni che una COP afferma che tutti i combustibili fossili debbano essere superati– ecco perché alcuni l’hanno considerato un accordo storico. Tuttavia mancano indicazioni circa provvedimenti chiari e netti in merito alla riduzione delle emissioni, e annunciare di voler raggiungere lo zero netto non è sufficiente se non si specifica come e quando si intende farlo, e l’orizzonte temporale resta molto vago. Va aggiunto che le emissioni discusse riguardano quelle che l’industria petrolifera produce quando estrae e lavora petrolio e gas naturale- anche se le emissioni più rilevanti sono liberate nell’atmosfera al momento del loro consumo, e non prima.

Il testo contiene quindi linee guida per ridurre le emissioni:

  • triplicare la capacità di energia rinnovabile a livello globale entro il 2030 e raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030
  • accelerare il phase down del carbone non abbattuto (unabated), ovvero lavorato senza le tecnologie che consentano di contenere le inevitabili emissioni di gas serra attraverso la cattura e il sequestro dell’anidride carbonica (le cosiddette CCS, Carbon Capture and Storage). Questo punto è cruciale, perché molti paesi non intendono abbandonare l’uso dei combustibili fossili, bensì promettono di abbandonarne l’uso in impianti privi di CCS ( tecnologie molto costose e difficili da installare, e non funzionanti su scala);
  • accelerare le tecnologie a zero e a basse emissioni, come il nucleare (nominato per la prima volta in un testo finale, però con un ruolo secondario e marginale rispetto alle altre tecnologie), le tecnologie CSS (nei settori più difficili da abbattere) e l’idrogeno a basse emissioni;
  • tagliare i sussidi inefficienti ai combustibili fossili, che non affrontano il problema della povertà energetica e della giusta transizione (in realtà la maggior parte dei sussidi ai fossili è inefficiente, in quanto ne beneficiano soprattutto i ricchi)
  • ridurre le emissioni di metano entro il 2030 (che ha un potere riscaldante più di 80 volte superiore a quello dell’anidride carbonica nei primi 20 anni in cui raggiunge l’atmosfera)
  • accelerare la riduzione delle emissioni derivanti dal trasporto stradale, anche tramite lo sviluppo di nuove infrastrutture e la diffusione di veicoli a zero e basse emissioni.

La Conferenza di quest’anno è stata importante anche perché per la prima volta è stato redatto il ”Global Stocktake”, un bilancio su cosa è già stato fatto dagli stati per centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima: il bilancio è piuttosto amaro, perché ciò che stato fatto finora non è abbastanza per mantenere l’aumento della temperatura media globale (rispetto all’era preindustriale) sotto i 1,5 °C.

Un altro pilastro della conferenza di quest’anno riguarda i cosiddetti fondi di compensazione, (Loss and Damage Fund), creati dalla COP27 dell’anno scorso: si tratta di denaro destinato ai paesi in via di sviluppo più minacciati dal cambiamento climatico, un’ammissione di colpa da parte dei paesi più ricchi e un invito ad ammettere la loro responsabilità storica – non tutti i paesi contribuiscono e hanno contribuito allo stesso modo al riscaldamento globale, i più responsabili sono ad esempio alcuni paesi europei e gli Stati Uniti, che devono quindi ripagare i danni causati. Tuttavia anche qui le definizioni sono problematiche: la lista dei paesi in via di sviluppo risale alle prime COP, e secondo questa la Cina andrebbe considerata come tale, anche ad oggi rappresenta la seconda economia mondiale e tra i più grandi emettitori. Un punto critico è che i versamenti del fondo sono su base volontaria. Secondo alcune stime la somma ammonterebbe a 460 miliardi di euro– ma la somma prevista è di 380 milioni di euro.

La COP di quest’anno è stata tuttavia la più partecipata di sempre, arrivando a contare 97mila delegati, e sono stati fatti importanti passi avanti, tuttavia sono ritenuti da molti deludenti.

Va inoltre ricordato che l’Accordo finale non è vincolante, è semplicemente una dichiarazione di intenti da parte degli Stati. Il valore è prettamente simbolico, politico, e non legale (è molto difficile creare trattati internazionali vincolanti). Non ci sono sistemi per sanzionare o segnalare comportamenti sbagliati- l’idea è che i paesi si tengano d’occhio l’uno con l’altro. Nel testo finale i Paesi vengono infatti invitati a una portare avanti una serie di azioni, fermo restando che i firmatari sono liberi di sfruttare il gas naturale come “combustibile di transizione” (come riconosciuto nel controverso punto 29 dell’accordo) oppure ancora di ricorrere alle già citate tecnologie CCS, sulle quali puntano soprattutto i Paesi ricchi di petrolio e in parte gli Stati Uniti.

Dubbi e controversie

Le critiche a quest’edizione eran già cominciate l’anno scorso con l’annuncio della scelta di Dubai come città ospitante. Per ironia della sorte la COP che secondo molti avrebbe dovuto concentrarsi di più sulle cause del riscaldamento globale, ovvero i combustibili fossili, si è svolta a Dubai, settimo paese al mondo per produzione di petrolio e settimo per emissioni di gas serra pro capite. In più, sempre come afferma Cotugno nella già citata puntata di Globo, il presidente della COP 28 è stato l’arbitro della partita e anche un giocatore: il sultano Ahmed Al Jaber, infatti, è il CEO dell’azienda petrolifera statale emiratina, la dodicesima più grande società del settore al mondo. Durante una conferenza ha poi rilasciato una dichiarazione negazionista del cambiamento climatico: aveva detto di ritenere che “non c’è nessuna scienza, o scenario, che dica che l’abbandono graduale dei combustibili fossili permetterà di mantenere l’aumento delle temperature entro 1,5 gradi”. Si tratta della prima volta in 28 anni che un conflitto di interessi è così evidente.

Ma la COP di quest’anno non è un’eccezione: raramente vengono raggiunti obiettivi significativi (come quello di Parigi del 2015), rimane in ogni caso un appuntamento importante, e come scrive Nicolas Lozito in questa puntata della sua newsletter Il colore verde, il ruolo delle Cop è anche quello di mutare lentamente lo spirito del tempo. I compromessi da trovare sono sempre numerosi, in quanto entrano in gioco interessi ed esigenze di paesi molto diversi fra loro, alcuni meno propensi a impegnarsi, altri che stanno vivendo una vera e propria emergenza esistenziale. Inoltre una COP è uno strumento unico nel suo genere, include paesi assenti o marginalizzati in altri contesti (come le piccole isole del Pacifico). Nulla toglie che sia un sistema lento, imperfetto, che andrebbe secondo molti riformato- magari istituendo un’agenzia internazionale per il clima che verifichi l’applicazione di specifici trattati contro l’uso di combustibili fossili. Però cerca di non escludere nessuno

La COP29

Talvolta il luogo prescelto per una COP è controverso perché il processo vuole esser inclusivo: si organizzano a rotazione per aree del mondo, ci si candida per organizzarla e solo i paesi di quell’area possono opporsi o approvare la scelta. La favorita per la COP29 era la Bulgaria, ma la Russia si è opposta per vie delle sanzioni impostele in seguito alla guerra in Ucraina, in quanto si tratta di un paese UE. La scelta è ricaduta quindi su Baku, capitale dell’Azerbaijan, anch’esso un Paese esportatore di combustibili fossili (importante fornitore di gas naturale per l’UE), dove, come in Egitto e in Arabia Saudita, la libertà di espressione è limitata.

In breve: la strada è tracciata ma ancora lunga, e il tempo stringe. Il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato, ed è previsto un aumento della concentrazione di anidride carbonica del 14 per cento da qui al 2030.

Anna Gribaudo

Fonti:

https://eccoclimate.org/it/cop28-accordo-storico-sulluscita-dai-combustibili-fossili/

https://www.ilpost.it/2023/12/07/cop-clima-parole-accordo-phase-out-unabated/?utm_source=ilpost&utm_medium=leggi_anche&utm_campaign=leggi_anche

https://www.ilpost.it/2023/11/28/cop28-dubai-cambiamento-climatico-temi-discussione/

https://www.quotidiano.net/esteri/cop28-contenuto-accordo-rwsf9ep3

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