La giustizia “a scoppio ritardato” della città di Torino

Più di 20 denunce e 12 misure cautelari, tra cui obbligo di dimora, obbligo di firma e fogli di via, tutte notificate la mattina del 2 febbraio: è stato questo il risveglio per numerosi militanti di diverse realtà politiche torinesi, tra cui degli esponenti del centro sociale occupato Askatasuna e un membro della segreteria nazionale del Fronte della Gioventù Comunista (FGC).

I fatti contestati risalgono al 1 maggio 2022, quando la polizia caricò a freddo lo spezzone sociale del tradizionale corteo – che in quell’occasione manifestava contro l’invio di armi in Ucraina e contro i finanziamenti all’industria della guerra – probabilmente per impedire ai manifestanti l’accesso a Piazza San Carlo e una possibile contestazione al sindaco e ai sindacati confederali. Durante gli scontri che seguirono quella carica rimasero feriti 13 agenti di polizia e numerosi manifestanti; resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, e lancio di oggetti sono stati i capi d’accusa formulati dai PM Davide Pretti ed Enzo Bucarelli. Le richieste di questi ultimi risalgono al febbraio 2023, ma sono state significativamente ridotte, poiché la firma della GIP è arrivata soltanto il 31 gennaio 2024. Viene anche riportato che quattro dei notificati erano stati indagati precedentemente per “l’assalto” all’Unione degli Industriali del 18 febbraio, mentre per altri la misura cautelare viene giustificata dalla Questura con la partecipazione alle manifestazioni studentesche del gennaio-febbraio 2022 a seguito della morte di Lorenzo Parelli, studente ucciso da una putrella durante l’alternanza scuola-lavoro.

Le notifiche, rimaste nel cassetto per un anno, arrivano in un clima particolare: pochi giorni fa il sindaco Stefano Lo Russo aveva annunciato un programma di coprogettazione relativo allo storico stabile occupato di corso Regina 47, sede del centro sociale Askatasuna, per riconoscere l’immobile come “bene comune”. Le critiche dell’opposizione e dei sindacati di polizia non si sono fatte attendere: il centro-destra torinese si è radunato il 2 febbraio davanti al municipio torinese in un picchetto silenzioso, mentre le sigle dei sindacati di polizia Siulp, Sap e Fsp affermano che «il progetto portato avanti dalla giunta Lo Russo sulla regolarizzazione del Centro Sociale Askatasuna di Torino lede la dignità e la professionalità degli uomini e donne delle forze dell’ordine. La legalità non è merce di baratto, ma un valore fondamentale per il funzionamento della nostra società.»

Askatasuna risponde, parlando di un «vero e proprio disegno mediatico» che mira a criminalizzare «il dissenso sociale giovanile, dove chi non vuole stare in silenzio e vuole provare a fare qualcosa per cambiare in meglio il presente si prende prima le manganellate in piazza, poi le misure cautelari.» Questi processi, poi, «si concludono spesso con assoluzioni o misure definitive ridicole, senza tenere conto che nessuno darà indietro il tempo arbitrariamente rubato alle e ai giovani coinvolti.»

«È significativo che la motivazione principale volta a giustificare queste misure cautelari sia proprio la partecipazione a quelle manifestazioni studentesche, – affermano anche i responsabili provinciali del FGC – il 28 gennaio ci furono cortei in tutta Italia, ma a Torino ricordiamo molto bene, purtroppo, la violenta repressione che investì il corteo.»

«Non è un caso, – continuano – che si colpiscano con azioni giudiziarie i promotori delle grandi manifestazioni studentesche di due anni fa. La città di Torino non è nuova a questa modalità “a scoppio ritardato” di erogazione di denunce politiche, volte a colpire le forze politiche e sociali. Esprimiamo solidarietà alle diverse realtà colpite dalle operazioni repressive della polizia», concludono infine.

Non è certo nell’interesse di chi scrive ragionare di complotti o lasciarsi andare a dietrologie azzardate, ma il tempismo sembra per lo meno sospetto: a Torino è partita la discussione in sede di consiglio comunale sui progetti per l’Askatasuna, mentre entro fine febbraio il governo Meloni punta a far approvare dal parlamento la nuova riforma della scuola, che rafforza ulteriormente il sistema dell’alternanza scuola lavoro e il legame scuole-imprese. La gestione di piazza della polizia torinese, inoltre, più che alla tutela dell’ordine pubblico sembra invece indirizzata verso una sempre più violenta repressione del dissenso, prima con la violenza dei manganelli, poi con le procedure giudiziarie.

Che questa giustizia “a scoppio ritardato” sia il nuovo modus operandi per contenere, soffocare e schiacciare chi scende in piazza a lottare per le proprie idee?

Fonte immagine in evidenza: https://www.museotorino.it/view/s/b008150937244edab7bc5a35475e1a0f

Erica Bonanno

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