Gli invisibili della Terra: le crescenti minacce genocide alle tribù indigene

Dei popoli indigeni si parla tanto, lodando la loro posizione di “difensori della Terra”, custodi di un modello di vita ormai dimenticato ma che è quello più sostenibile e in armonia con la natura. Pur dall’alto della nostro “sviluppo” e “progresso” (termini discutibili e realitivi nel loro valore) è facile che idealizziamo la vita di questi gruppi umani immersi negli angoli più remoti e incontaminati della Terra, ma nel farlo rischiamo spesso di esoticizzare la questione, perdendo di vista invece le battaglie continue per la sopravvivenza che tali popoli devono subire. Perché si parla tanto della loro tutela, ma quanto davvero si sa sulle minacce che stanno correndo? Soprattutto negli ultimi anni, dove sempre più tribù indigene non solo sono minacciate “indirettamente” da politiche di deforestazione o di appropriazione del suolo, ma vengono sistematicamente braccate e uccise da chi vuole rendere i loro habitat una fonte di reddito.

I Kawahiva sterminati dalla deforestazione illegale

Kawahiva sono indigeni della foresta pluviale dell’Amazzonia brasiliana, localizzati principalmente nello stato del Mato Grosso. Conducevano in origine uno uno stile di vita stanziale, minacciata però negli ultimi trent’anni dalle invasioni e dagli attacchi esterni. Il loro territorio, il Rio Pardo, è una delle aree più violente della nazione, caratterizzato da uno dei tassi di deforestazione illegale più alto mai registrato nell’Amazzonia brasiliana. «La situazione dei Kawahiva è così grave che nel 2005 un pubblico ministero lanciò la prima indagine mai realizzata in Brasile sul genocidio di una tribù incontattata. Furono arrestate ventinove persone sospettate di essere coinvolte nell’uccisione dei Kawahiva, ma poi furono rilasciate» denuncia Survival, il Movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni che mira alla loro autodeterminazione e alla protezione dei territori.1 Nonostante le tutele emesse dal FUNAI (Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni), le minacce nei confronti dei Kawahiva non fanno che aumentare: costruzione di strade, allevatori, minatori e coltivatori di soia, quest’ultima una delle più grandi sfide che l’Amazzonia sta affrontando negli ultimi anni, data la grande richiesta di questo prodotto a livello internazionale.2 Come afferma ancora Survival «I Kawahiva rischiano di scomparire per sempre; se i loro diritti territoriali non saranno rispettati, presto il genocidio sarà completo». L’unico modo per garantire la loro sopravvivenza è quello di mappare il territorio del Rio Pardo, in modo da poter essere riconosciuto e tutelato come terra del popolo Kawahiva; un obbiettivo che sta trovando osteggiamento da tutti coloro che hanno interessi contrari.

Gli Shompen e la loro lotta contro “l’Hong Kong dell’India”

«Non avvicinatevi alle nostre colline» il monito di questo sparuto gruppo di cacciatori-raccoglitori di circa 400 persone. La tribù degli Shompen, stanziata nell’isola di Gran Nicobar, rischia di essere sterminata a causa di un mega progetto di sviluppo del governo indiano: quello di trasformare il luogo in un porto gigantesco, chiamato “l’Hong Kong dell’India“. Distese di foresta pluviale verrebbero soppiantate per far spazio ad un aeroporto, una centrale elettrica, una base militare… Una vera e propria colonizzazione di 650.000 persone, con un impatto devastante per l’ecosistema dell’isola. Un destino ancora più ingiusto e sarcastico se si pensa che gli Shompen hanno rifiutato ogni tipo di contatto con l’esterno per secoli. Il governo sostiene che piantando nuovi alberi si recupererà il carbonio perduto a causa dell’abbattimento della foresta: è ovviamente una falsa soluzione. Il febbraio scorso, 39 studiosi internazionali hanno scritto al Presidente dell’India descrivendo il mega-progetto come una “condanna a morte per gli Shompen, equivalente al crimine di genocidio”, chiedendo che il progetto venga immediatamente abbandonato.3 Nonostante la massiccia mobilitazione che questo appello ha avuto, il Ministero per l’Ambiente ha già rilasciato permessi per l’abbattimento di 800.000 alberi, senza alcun consenso degli Shompen.

Immagine del progetto per il mega-porto sull’isola di Gran Nicobar. © Ministry of Ports, Shipping and Waterways

Custodi” che devono essere “custoditi

Le due storie sopraelencate sono un minuscolo frammento dei miriadi di popoli indigeni minacciati da un sistema economico e produttivo privo di scrupoli. C’è da domandarsi quindi in che posizione ci troviamo. Sostenere le loro battaglie non equivale ad idolatrarli come angeli custodi delle foreste, sgravandoci poi di una responsabilità che non è solo loro, ma riguarda l’intera razza umana; ciò è tanto più vero per l’Occidente, che col suo peso economico e la sua produzione capitalistica di massa è il principale motore all’origine di tale minaccia, sia all’ecosistema che ai popoli indigeni. Delegare questo compito di tutela ad un gruppo marginale solo perché il loro stile di vita è più vicino all’ambiente naturale è eurocentrico, nella misura in cui si continua ad esoticizzare gruppi di persone come “buoni selvaggi” senza davvero comprendere le loro volontà, il loro modo di vedere il mondo, e quindi anche apprendere un diverso, possibile modello di sostenibilità. Per farla breve, anche i custodi devono essere custoditi: non in modo paternalistico, ma come eguali.

Rachele Gatto

FONTI

Fonte immagine in evidenza: Gruppo di giovani Shompen vicino alla loro casa, nell’isola di Gran Nicobar (https://www.survival.it/popoli/shompen).

  1. https://www.lindipendente.online/2024/04/06/fermiamo-il-genocidio-dei-kawahiva-incontattati-lappello-di-survival/ ↩︎
  2. https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/emergenze/la-soia-nascosta-nel-piatto-che-distrugge-le-foreste/ ↩︎
  3. https://www.survival.it/notizie/13881 ↩︎

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