Miniserie su Guglielmo Marconi: il ritratto dell’inventore della radio tra finzione e realtà

Guglielmo Marconi nel suo laboratorio
Stefano Accorsi che interpreta Guglielmo Marconi


In occasione dei centocinquant’anni dalla nascita di Guglielmo Marconi, è stata trasmessa su Rai1 una miniserie, diretta da Lucio Pellegrini, dedicata alla sua vita e ai suoi studi sulle onde elettromagnetiche, che hanno radicalmente rivoluzionato l’ambito delle comunicazioni.

Nato nel 1874 a Bologna, Marconi ha iniziato a condurre i primi esperimenti all’età di vent’anni, costruendo un segnalatore di temporali e un campanello che emette il suono senza l’impiego di fili. 

Successivamente, per osservare i risultati su spazi di maggiore estensione, ha applicato le sue ricerche a esperimenti all’aperto, grazie ai quali ha dato vita al telegrafo senza fili, un apparecchio in grado di trasmettere e ricevere segnali Morse a distanza. Il segnale acustico rappresenta la risposta a un impulso elettromagnetico, cioè a una scintilla prodotta dall’alta tensione, che si genera a causa della chiusura del tasto telegrafico del trasmettitore. 

Dunque, nel 1895 è ufficialmente nata la radio, invenzione ulteriormente perfezionata negli anni a seguire, grazie alla quale Marconi ha conseguito il premio Nobel per la Fisica (1909), conferitogli per il suo contributo allo sviluppo della telegrafia senza fili. Tra i numerosi riconoscimenti, ha ricevuto ventitré lauree “ad honorem” e, nel 1914, è stato nominato senatore del Regno per i suoi alti meriti verso la nazione, oltre che presidente dell’Accademia d’Italia e del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche).

Al di là del valore scientifico che certamente gli si riconosce, il ritratto dell’inventore che emerge dalla serie televisiva, per certi versi, risulta mitigato rispetto alla figura storica, in particolare per quanto riguarda il suo rapporto con il regime, ancora oggi oggetto di discussione: il Marconi fittizio manifesta frequente dissenso nei confronti del duce, delle sue richieste e dei suoi ideali. In realtà, stando ad alcune testimonianze storiche, si professava orgogliosamente fascista e dichiarava di fronte al Senato quanto riportato: rivendico l’onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza d’Italia.

Alcuni leggono in questa dichiarazione una ferma adesione al fascismo e alle iniziative del duce e, dunque, lo condannano; altri ritengono, invece, di dover mantenere una certa prudenza nel trarre conclusioni non del tutto coerenti, in quanto Marconi ha manifestato entusiasmo nei confronti di Mussolini nella prima fase del suo governo. Lo fece poiché lo considerava potenziale fautore del progresso tecnologico, che gli avrebbe consentito di raggiungere il traguardo dell’universale mezzo di comunicazione tra i popoli al quale stava lavorando.

Tuttavia, è noto che i rapporti intrattenuti con Mussolini non fossero sempre lineari ed equilibrati, anzi, risulta abbia cercato di dissuaderlo dal dichiarare guerra al Regno Unito, e che la questione non si sia ulteriormente sviluppata a causa dell’improvvisa morte che lo ha colto nel 1937, per via di una crisi cardiaca.

Un’altra controversa vicenda che emerge nella serie, ma che non viene approfondita, è legata alla potenziale applicazione delle ricerche di Marconi all’industria bellica: si tratta del presunto progetto, incoraggiato da Mussolini, dell’arma denominata “raggio della morte”, che avrebbe convogliato le onde elettromagnetiche in un flusso unico di energia diretta, per mezzo del quale colpire obiettivi a distanza.

Pur non trattandosi di informazioni certe, si dice che il duce abbia autorizzato Marconi a sospendere la ricerca per assecondare la volontà del pontefice Pio XI, allarmato dalla pericolosità della potenziale arma. Il direttore del Museo della Radio di Verona, Francesco Chiantera, si è espresso in merito affermando che, probabilmente, Maroni avrebbe voluto che il dispositivo si usasse unicamente come arma di difesa, e che attualmente, poiché l’arma non è stata distrutta, non sia da escludere che le grandi potenze mondiali la stiano sviluppando e utilizzando.

In ogni caso, Marconi ha smentito e sostenuto si trattasse di una leggenda, anche se lo storico del fascismo Renzo De Felice ammette la possibilità che non abbia consegnato l’arma al duce per scrupoli religiosi, alimentati ulteriormente dal confronto col papa.

Uno degli aspetti della ricostruzione storica che converge con quanto narrato nella serie è l’immagine che esse ci consegnano di Marconi, descritto come convinto sostenitore dell’impiego pacifico della scienza, volta perciò a garantire il benessere dell’umanità, non la distruzione.

In questo senso, è significativo il breve monologo con cui si conclude l’ultima puntata, pronunciato da Marconi alla radio, in cui immagina quali possano essere le applicazioni delle sue scoperte scientifiche, indirizzate a realizzare un domani migliore: […] ecco il futuro a cui dobbiamo ambire, un mondo che oggi forse ci sembra lontano ma che domani potrebbe essere qui se continueremo a credere nella nostra capacità di migliorarci e di progredire. In questo nostro mondo minacciato dalla guerra e dalla violenza, in cui gli antagonismi mettono in discussione la nostra stessa idea di uomo, noi abbiamo il dovere di continuare a credere che quel futuro è possibile, perché a questo serve la scienza, la vera scienza, a migliorare le nostre esistenze agendo come forza del bene e non come forza distruttrice. E allora serviamoci delle sue meravigliose conquiste per raggiungere l’obiettivo più alto: la pace e la solidarietà fra tutti i popoli.

Gaia Romano

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