Al Salone del Libro di Torino si è tenuta una conferenza in cui Gino Cecchettin e Marco Franzoso sono stati intervistati dalla giornalista Annalisa Cuzzocrea sul loro libro “Cara Giulia”. L’evento si è tenuto nella Sala Azzurra, in cui le caratteristiche luci soffuse, che infondono un senso di tranquillità e avvolgimento, illuminavano il volto del padre di Giulia, addolcendone i tratti; quegli stessi e medesimi tratti che sono stati criticati da chi voleva vederli solo rigati dalle lacrime e dal dolore e inorridiva di fronte alla compostezza mostrata. Ma, come ha detto Gino durante l’intervista: “Il problema sta nella società che vuole vedere un certo tipo di dolore” e che – aggiungo io – lo vuole espresso in un certo modo e in un certo tempo. In questa atmosfera, Cuzzocrea ha condotto l’intervista cercando di scovare i dettagli dietro alcune scelte del libro e ragionando sulla reazione scatenata nella società dall’omicidio di Giulia.
A cinque mesi dal femminicidio, Gino ha raccontato la sua Giulia, quella figlia che sorrideva sempre e che trovava il buono nelle persone. Giulia è diventata il simbolo di una lotta che non si è mai fermata perché, anche se i media hanno smesso di parlarne, i femminicidi non si sono fermati: al momento della stesura sono 17, di cui l’ultimo risalente al 29 maggio. Di femminicidi, soggiogamento e patriarcato ha parlato anche lo stesso Gino alla conferenza, mettendo a nudo la sua esperienza di uomo che è cresciuto con certi stereotipi ma, tramite i figli, è tuttavia a superarli. Scherzosamente, Gino si descrive “un po’ meno maschio alfa” e si definisce come un padre che si mette in gioco e cambia se stesso. Un padre a cui è stata tolta una figlia e che la cerca nei ricordi di un giorno in bici o di una cena.
La risonanza del caso ha fatto sì che si generasse talmente tanto rumore da creare un pre e un post Giulia Cecchettin. Tutti ricordiamo l’eco generata dall’omicidio e la volontà di porre fine a un sistema marcio, che corrode se stesso e ciò che lo circonda. Con Giulia il mondo è crollato e si è ricomposto: è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che non può passare inosservata.
Marco Franzoso – scrittore e co-autore del libro – ha sentito la necessità di parlare di Giulia seguendo un’altra strada. La narrazione dei media era diventata simile a quella dei crime e si era persa l’obiettività di alcuni risvolti. Nel libro ci sono dunque aneddoti su tutti i membri della famiglia Cecchettin e sulla genuinità che contraddistingueva Giulia. Tuttavia, sembra mancare qualcosa: Filippo Turetta. Sia Cecchettin che Franzoso hanno scelto di non parlare del carnefice perché, per dirla con le parole dello scrittore:
Gino stava vivendo un dramma elevato e i media lo raccontavano come se fosse un crime. Non sono interessato al carnefice, ma alle donne vittime di questi uomini.
Scegliere di non parlare di Turetta è un gesto interessante e ricco di significati. Intanto, il carnefice viene messo in secondo piano, inoltre si va – finalmente – nella direzione corretta: non simpatizzare con l’omicida, ma condannarlo per ciò che ha fatto senza colpevolizzare le vittime; tuttavia, spesso si sceglie di non procedere in questo modo e si favorisce così la spettacolarizzazione della notizia.
Facendo una stima dei femminicidi nel mondo e della velocità con cui aumentano, se ne può stimare uno ogni 5 minuti, il tempo equivalente alla lettura di 2 pagine del libro. Un dato impressionante, eppure all’ordine del giorno: in Italia, soltanto nel 2023, i femminicidi sono stati 114, a cui si potrebbero aggiungere i 17 della prima metà del 2024
Alla fine della conferenza, dal pubblico arriva una domanda:
Qual è la lezione che [con questo libro] sta dando a Filippo?
La risposta di Gino va dritta al punto:
Se avesse saputo accettare un “no”, non sarebbe dov’è adesso.
Alessandra Tiesi
Fonti:
https://femminicidioitalia.info/lista/2024
Immagine in evidenza: lastampa.it
