Oltre la mia finestra c’era la Storia: intervista a una giovane dissidente bielorussa (parte I)

E’ il 9 agosto del 2020 quando Aljaksandr Lukashenko, definito dalla stampa occidentale come l’“ultimo dittatore d’Europa”, vince le elezioni presidenziali con il 80,23% dei voti, ottenendo così la chiave d’accesso al suo sesto mandato al governo della Bielorussia. Agli altri quattro fortunati candidati ammessi alle elezioni (ben altre dieci candidature erano state presentate e successivamente respinte per motivi poco chiari, ufficialmente procedurali), vengono attribuiti meno del 10% dei voti. Svetlana Tikhanovskaya, candidata dell’opposizione e moglie di Sergei Tikhanovsky, attualmente detenuto in carcere in quanto prigioniero politico, denuncia i brogli elettorali e nega la legittimità dei risultati dello spoglio.

Sulla scia dei movimenti di protesta per la Bielorussia democratica organizzati nel 2005, nel 2010 e nel 2017, le manifestazioni indette a partire della primavera del 2020 contro il regime si inseriscono all’interno della cosiddetta “Rivoluzione delle ciabatte” — ciabatte che schiacciano simbolicamente il regime dittatoriale di Lukashenko, soprannominato da Tikhanovsky “lo scarafaggio”.

The Password ha avuto l’onore di raccogliere la testimonianza di Irina, una giovane dissidente politica bielorussa (il cui nome è stato modificato per garantire la sicurezza dell’intervistata), attualmente residente in Francia. L’intervista, realizzata in lingua francese, è stata tradotta in italiano per i nostri lettori italofoni.

Grazie per averci dato la tua disponibilità per quest’intervista. Ti andrebbe di presentarti ai nostri lettori?

Grazie a voi. Mi chiamo Irina, sono una ragazza bielorussa, ho vent’anni e sono nata a Minsk, la capitale, dove ho vissuto fino al 2021. Durante la mia infanzia, ho passato molto tempo all’aperto, perché i miei genitori erano alpinisti e amavano passeggiare in montagna. Si sono conosciuti così, durante una camminata.

Ho un bel ricordo di Minsk: sapete, le altre città bielorusse sono molto piccole e con pochi servizi. Purtroppo, vivere lontano dalla capitale vuol dire essere isolati dal mondo.

Quale percorso di studi hai seguito in Bielorussia?

Il sistema scolastico bielorusso è molto diverso rispetto a quello italiano. Ho studiato al ginnasio, che corrisponde un po’ al vostro liceo. Si tratta di un percorso di studio di alto livello che prepara i futuri studenti universitari. Come lingua straniera ho scelto il francese… mi sarebbe piaciuto partecipare a qualche scambio culturale con l’Europa, e più in particolare con la Francia, ma sono nata troppo tardi: quado ho frequentato io la scuola superiore di secondo grado, tutti gli accordi con le scuole europee erano già stati bloccati.

Quando il 9 agosto del 2020 viene rieletto Lukashenko, aderisci alle proteste?

Sì. Non appena è stato pubblicato l’esito delle elezioni, che riconfermava la presidenza di Lukashenko, la gente ha capito che i risultati erano stati falsificati ed è scesa in piazza a manifestare. Io avevo sedici anni e abitavo nel centro di Minsk, vicino ai luoghi caldi degli scontri con la polizia. Vedevo, dal mio balcone, gli agenti in divisa antisommossa usare gas lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma contro i manifestanti. Sentivo le urla di dolore, le richieste di aiuto. Osservavo quello spettacolo irreale come attraverso lo schermo di una televisione.
Mi chiedevo dove fosse mio padre, scomparso da più di ventiquattr’ore e impiegato in una ditta ubicata proprio di fronte alla strada dove la polizia aveva organizzato il posto di blocco. L’avevano arrestato? Gli avevano fatto del male? Non avevo modo di telefonargli, perché Lukashenko aveva messo fuori uso l’accesso a internet e alla rete telefonica in tutta la città, per impedire ai dissidenti di organizzarsi. Non potevamo usare i social e la città era totalmente bloccata. Abbiamo provato a usare il VPN, ma dopo poco tempo anche questo strumento ha smesso di funzionare.
Piano piano i lacrimogeni sono entrati dentro casa. A quel punto ho dovuto guardare in faccia la realtà: le atrocità che vedevo dal balcone erano reali, non potevo più restare a guardare. Oltre la mia finestra c’era la Storia, così ho sceso di corsa le scale e sono andata a manifestare.

Crediti immagine: Iryna Arakhouskaya, https://voxeurop.eu/en/belarus-democracy-is-female-protest/

Potevi parlare con qualcuno di quello che stava capitando? Ti sei sentita sola?

Non avendo avuto accesso alle telecomunicazioni, non ho potuto condividere le mie emozioni con nessuno. Mia mamma, che il 9 agosto era a casa con me, è sempre stata apolitica e non era facile discutere di certi temi a tavola. Nei pochi istanti in cui la rete ritornava a funzionare, ognuno chiedeva ai propri amici se in famiglia tutti stessero bene, poi Internet spariva di nuovo e perdevamo i contatti. Se in casa vivevamo in una sorta di isolamento forzato, in strada, tra le fila del corteo, non eravamo mai totalmente soli: era facile incontrare qualcuno del quartiere, una vicina di casa, un vecchio amico di famiglia. Quel giorno, quasi nessuno è rimasto nel proprio appartamento.

Quando hai avuto notizie di tuo papà?

Alle quattro di mattina del giorno dopo. Mi ha solo scritto un messaggio, “Ti voglio bene”. Ho sempre avuto un rapporto difficile con mio papà, era la prima volta che glielo sentivo dire.  

Dopo il 9 agosto hai preso parte ad altre manifestazioni?

Sì, ad agosto ho partecipato alle manifestazioni femminili. C’erano donne di tutte le età e classi sociali, portavamo abiti bianchi e rossi, in onore dei colori della bandiera della Repubblica bielorussa indipendente (1991-1995), e tenevamo in mano un bouquet di fiori. Gridavamo: “За свободу, за любовь, за мир” (“per la libertà, per l’amore, per la pace”), cantavamo canzoni per bambini, era bellissimo. A queste manifestazioni ha partecipato anche Nina Bahinskaya, una signora anziana divenuta simbolo della resistenza.

A settembre del 2020, Nina Bahinskaya viene arrestata dalla polizia durante una manifestazione
Crediti immagine: https://www.repubblica.it/esteri/2020/09/19/news/bielorussia_tornano_a_marciare_le_donne_migliaia_a_minsk-267859140/

La gestione della crisi pandemica ha avuto un’influenza, secondo te, sull’aumento del malcontento verso il regime di Lukashenko?

Lukashenko ha sempre negato l’esistenza del Covid in Bielorussia. Non ci sono state chiusure: io ho continuato a seguire le lezioni in presenza a scuola e i negozi sono rimasti aperti. Mia nonna, come tanti bielorussi, condivideva molte delle tesi negazioniste relative alla pandemia diffuse dalla propaganda. Io invece avevo molta paura. Ricordo che quell’anno non è stato organizzato il grande ballo di fine anno al ginnasio. Ne avevo domandato la ragione ai professori, ma nessuno aveva osato rispondere che si temeva per i possibili contagi. Ero venuta a sapere che, storicamente, l’ultima volta in cui era stato stabilito l’annullamento del ballo era stata durante la Seconda Guerra mondiale. Un fatto eccezionale, insomma.

E i professori del tuo ginnasio hanno mai espresso un giudizio in merito al governo di Lukashenko?

No, anche i professori meno favorevoli alle politiche del governo avevano paura a parlare. A scuola, c’era una foto di Lukashenko in ogni classe: avevamo l’impressione di essere costantemente osservati. Temevamo, in un certo senso, che i muri fossero sempre un po’ troppo sottili e che fosse quindi possibile ascoltare le nostre parole.

Fine parte I dell’intervista

Micol Cottino

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di luisa sax luisa sax ha detto:

    Mi dispiace per il tuo popolo oppresso, come molti altri in questo mondo ingiusto e contrario agli spiriti ribelli, spero che la tua sete di libertà si sia potuta abbeverare in Francia e che continui a combattere per il tuo paese oppresso da un vicino megalomane e crudele. Viviamo in un mondo dominato da vecchi maschi egoisti e ignoranti.

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