Ci troviamo in un periodo storico in cui il fascismo è tornato centrale nel dibattito politico, nel bene ma soprattutto nel male. Tra saluti romani mascherati da gesti d’affetto e governi che si muovono sempre più verso la deportazione degli immigrati irregolari, una serie come M – Il figlio del secolo costituiva una grande occasione di mostrare il fascismo in maniera chiara, esplicita e storicamente accurata. Missione compiuta? Analizziamola un po’.

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Avevamo già visto all’opera il regista Joe Wright con due film molto famosi: Orgoglio e pregiudizio, del 2005, con Keira Knightley come Lizzie Bennett e Matthew Macfadyen nei panni del sig. Darcy, Anna Karenina, del 2012, ancora con Keira Knightley e Aaron Johnson nel ruolo del conte Vronskij. Ha anche diretto L’ora più buia, del 2017, con Gary Oldman a interpretare Winston Churchill. Già in Anna Karenina e in L’ora più buia si erano viste le avvisaglie di una tendenza alla romanticizzazione delle vicende narrate. Il primo film riprendeva la lettura tutta anglosassone del racconto di Tolstoj come una storia d’amore e il secondo si presentava più come un’agiografia acritica e assoluta di Churchill, piuttosto che come una raffigurazione storicamente attendibile della Gran Bretagna di quei tempi. Essendo un regista inglese, si possono comprendere le ragioni di questa scelta. Nel 2021, mentre è al lavoro sul suo Cyrano, Wright incontra Lorenzo Mieli (produttore di 1992, La mafia uccide solo d’estate, L’amica geniale, The New Pope…) e insieme decidono di mettere mano alla storia di Benito Mussolini, basandosi in particolare sul best-seller di Antonio Scurati, l’omonimo M. Il figlio del secolo. A interpretare il duce sarebbe stato Luca Marinelli (La grande bellezza, Lo chiamavano Jeeg Robot, Diabolik…).

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Se il lavoro di Scurati è storiografico e puntuale, coerentemente con la sua vocazione giornalistica, la serie presenta un approccio totalmente diverso: Mussolini racconta la propria storia in prima persona, con insistenti rotture della quarta parete, ed è accompagnato nella propria narrazione da una regia postmoderna e decisamente barocca, che sembra puntare più a spettacolarizzare la vicenda che a narrarla. Il lavoro di Seamus McGarvey (Nowhere Boy, The Avengers, The Greatest Showman…) è il vero punto di forza: diversamente dal suo solito, il direttore della fotografia sceglie una palette scura, che verte sui toni del seppia e che restituisce bene il clima di violenza e di incertezza del periodo storico trattato. La colonna sonora, di Tom Rowlands dei Chemical Brothers, non si fa mai troppo notare, il che non guasta. Gli attori danno tutti ottime prove: Francesco Russo è un ottimo Cesare Rossi (anche se forse troppo comico), Barbara Chichiarelli (Suburra…) è affascinante nella parte di Margherita Sarfatti, amante di Mussolini, ma non si possono omettere l’incredibile D’Annunzio di Paolo Pierobon (Esterno notte, Palazzina Laf...), il sofferente Matteotti di Gaetano Bruno (Baaria, House of Gucci…) e il piccolo e insignificante Vittorio Emanuele III, reso al meglio da Vincenzo Nemolato (Martin Eden, L’ombra del giorno…).

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L’impressione è che non si capisca esattamente l’obiettivo di questa serie: da un punto di vista storiografico, si prende moltissime libertà. Per citare un esempio, re Vittorio Emanuele III che si mostra in pubblico con i tutori alle gambe e su un trono troppo alto per lui. Un intento metaforico, certo, ma che ne mina la storicità. Inoltre, l’interpretazione estremamente caricata e sopra le righe di Marinelli – ma non solo – riduce spesso la serietà della vicenda, per non parlare del continuo interloquire con lo spettatore, che rischia di portare quest’ultimo a familiarizzare con lui. Se lo scopo era creare un parallelismo col presente, invece (ipotesi plausibile, visto che a un certo punto Mussolini guarda in camera e fa: “Make Italy Great Again”), allora serviva davvero un soggetto come il duce? Raccontarne la figura è quanto mai importante, ma la scelta di usarlo come mero strumento di critica verso gli attuali equilibri politici ha diviso gli animi, tra chi grida al capolavoro e chi invece rimane più scettico. Certo, la realizzazione del prodotto è eccellente, ma le sue intenzioni poco chiare, una mano registica tanto visibile e pirotecnica e una prova attoriale generale che a volte sconfina nel macchiettistico hanno fatto storcere il naso a una parte della critica e del pubblico.

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M – Il figlio del secolo va vista anche solo per capire i motivi dietro al grande dibattito che ha suscitato e che ancora è in corso sui social e nella vita reale. Di sicuro non lascia delusi i più appassionati della tecnica cinematografica, che qui è eccellente, né i fan di Luca Marinelli, il quale dà il meglio di sé (ha addirittura imparato il dialetto romagnolo). Decidere se il progetto sia andato del tutto in porto sta al singolo spettatore. Forse più attenzione al messaggio e meno all’estetica avrebbero dato una mano in tal senso, ma, d’altronde, siamo nel ventunesimo secolo ed è questo lo stile di cinema che sembra andare per la maggiore.
Vincenzo Ferreri Mastrocinque

🎀 Non discuto lo stile dello scrittore, sicuramente ottimo, ma i contenuti non mi piacciono ~ Non mi piace leggere libri che provengono da fazione ~ Mi piace la narrazione oggettiva degli storici eccellenti per neutralita’ ~ Oggi il Fascismo e’ divenuto argomento strumentale alla lotta politica, nella quale emerge un nuovo mostro, il Fascismo Rosso, che, sotto la bandiera dell’Antifascismo e con avallo mediatico, vuole potere, e pratica potere, attraverso supponenti delegittamazioni e martellante indottrinamento. ~ Il Fascismo Nero e’ brutto, ormai l’abbiamo capito, ma anche il Fascismo Rosso.
Buon pomeriggio!
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