La cura del dentro che abita il fuori

Lo scorso martedì 23 settembre noi di The Password siamo stati invitati allo spazio Kontiki (via Cigliano 7) per assistere alla presentazione della terza edizione del Festival delle Arti Popolari.  Il Festival si è svolto dal 23 al 28 settembre nel quartiere di Vanchiglia e ha previsto un programma ricchissimo di arte, musica e cultura.

Il Festival nasce dal lavoro di Casa Fools con l’obiettivo di ridisegnare i luoghi da condividere con il quartiere, anche grazie al dialogo costante con associazioni e spazi indipendenti. Come ha affermato Luigi Orfeo – fondatore di Casa Fools nel 2018, insieme a Roberta Calia e Stefano Sartore – il Festival è una necessità: “un’enorme sagra di paese di teatro spontaneo”, una via per fare arte insieme, in modo popolare. Una delle particolarità di questo Festival è proprio l’energia dirompente che inonda le strade del quartiere che lo ospita, invogliando così chi vi partecipa a prendersene amorevolmente cura (molto bella l’immagine condivisa da Roberta Calia dei volontari che, all’alba della domenica del festival, si trovano nel quartiere per lavare le strade in preparazione della giornata conclusiva di festeggiamenti).

Questa “esondazione artistica” trascina con sé anche una serie di riflessioni sul significato di spazio, nel senso più fisico del termine: qual è il rapporto tra la strada – lo spazio pubblico per eccellenza – e gli spazi privati di associazioni e circoli culturali? Su questo tema si interroga già da tempo la Professoressa Cristina Bianchetti, insegnante di Urbanistica presso il Politecnico di Torino. Uno dei suoi temi di ricerca è proprio la critica del progetto urbanistico contemporaneo: al contrario di quel che si potrebbe pensare, non basta che uno spazio sia attraversabile da tutti per definirlo pubblico. Uno spazio davvero di tutti è uno spazio che unisce, condivide, relaziona: in questo senso, può accadere che sia molto più pubblico uno spazio che, di fatto, è privato. 

Le riflessioni sul rapporto tra spazio pubblico e privato sono state al centro del talk che ha seguito l’inaugurazione del Festival: il focus è stata la presentazione del progetto di ricerca condotto da Roberta Rosati (studentessa di antropologia culturale), Luca Greco (architetto e appassionato di grafica e urbanistica) e Roberto Vietti (giornalista, videomaker e fotografo), realizzata con il contributo scientifico e critico di Cristina Bianchetti. Da questa ricerca è stato tratto un libro (presentato proprio martedì sera), dal titolo Extimité. La cura del dentro che abita il fuori. 

Il libro nasce da un’idea del Vice Presidente di Arci Torino, Luca Bosonetto, che durante il talk ha spiegato la natura di questa indagine definendola una “autoinchiesta”, in quanto chi conduce la ricerca indaga su di sé e sul proprio operato. Nel suo intervento, Bosonetto ha fatto notare in particolare come, in un mondo in cui gli spazi vengono continuamente studiati, misurati, valutati e classificati, gli indicatori di questa osservazione costante non siano mai politicamente neutri. Si parlava, nello specifico, degli enti del terzo settore, che sono spesso soggetti a un monitoraggio continuo: che sia il monitoraggio dell’impatto sociale delle attività che realizzano, una minuziosa delimitazione fisica degli spazi adibiti alle loro realtà o un’attenzione speciale ai fondi che utilizzano per realizzare le loro attività, gli spazi non sono mai semplici né scontati. 

Estimità è il termine con cui è stato reso in traduzione italiana il neologismo lacaniano extimité. Lo psicanalista francese ha unito il prefisso “ex” di extérieur (esteriore) all’aggettivo intime (intimo) per creare l’ossimoro di una “intimità esterna”: esterna non nel senso di opposta a qualcosa di intimo ma, al contrario, intesa come suo presupposto, al fine di creare una dimensione interiore in cui la relazione con l’altro sia imprescindibile. La prima occorrenza del termine extimité compare durante il settimo seminario tenuto da Lacan, nella giornata del 10 febbraio 1960. Per spiegare questo concetto, Lacan riflette sul paradosso rappresentato dalle pareti dipinte della caverna di Altamira, scoperta per caso in Spagna nel 1897 dall’archeologo Marcelino Sanz de Sautuola e da sua figlia. Leggendo gli scritti sul seminario lasciati da Lacan si legge: “ci si stupisce che sia stata scelta una cavità sotterranea. Un tale sito offre solo degli ostacoli a quella veduta che si suppone sia necessaria alla creazione e alla contemplazione delle immagini affascinanti che ornano le pareti”.

La paradossalità dei dipinti della caverna è data dal fatto che si rappresenta all’interno qualcosa di esterno: il mondo raffigurato sulle pareti si sviluppa intorno a un vuoto, ovvero su superfici che delimitano una cavità. Le rappresentazioni pittoriche sulle pareti di una profonda caverna rovesciano, quindi, i rapporti di inclusione sostenuti dall’ordinaria organizzazione del mondo: portano all’interno animali, oggetti e parti del corpo che abitano il mondo esterno, ma allo stesso tempo trasferiscono all’esterno ricordi ed emozioni che avvengono “internamente”, in quanto contenuti emotivi della mente degli antichi artisti. 

L’autoinchiesta Extimité esplora quattro luoghi della rete di Arci Torino molto diversi tra loro, ma che condividono la tendenza a “debordare” con le loro identità e modalità nello spazio esterno adiacente al circolo, invadendo, così, ciò che normalmente sta “fuori”. Al talk abbiamo avuto proprio l’occasione di ascoltare le voci di questi quattro luoghi a cui piace esondare nel quartiere circostante come fiumi di vitalità in piena: parliamo di Circolo Sud, Laboratorio Malaerba, Kontiki e (naturalmente) di Casa Fools. Alle testimonianze dei rappresentanti di questi spazi si è unita anche Valentina Sacchetto, presidente e responsabile dei servizi educativi offerti da Diskolé APS: per lei “lo spazio è la più umana delle dimensioni” e per questo è occasione di “vita insieme”, ma anche di “visibilità imprevista”. Diskolé è un’associazione che lotta contro la dispersione scolastica attraverso una concezione “etimologica” della scuola: il termine greco skholé, infatti, in origine coniugava i significati di tempo libero, ozio intellettuale e agio con la definizione del luogo fisico deputato allo studio, per poi arrivare a evolvere semanticamente fino ai significati attuali, che sono di fatto quasi contrapposti. Sacchetto parla di “visibilità imprevista” perché, facendo scuola in strada, i giovani protagonisti delle lezioni si trovano sotto lo sguardo della città: è questa l’occasione, forse per la prima volta, di far emergere da quella dimensione “socialmente invisibile” categorie marginalizzate come, ad esempio, i minori migranti non accompagnati. 

Ed ecco che, anche grazie a tutti questi spazi, il corpo di chi li attraversa riacquista un “esserci” innegabile, una forza rivoluzionaria. In questo mondo sempre più digitale, inafferrabile, virtuale, il nostro invito per voi è: fatevi corpo il più possibile. Lo spazio è tutto nostro.

Arianna di Pascale

Fonti:

https://www.pressreader.com/italy/corriere-torino/20250923/281719800749050

Bianchetti, Cristina. “Intimité, extimité, public. Riletture dello spazio pubblico”, 2015

Palombi, Fabrizio. “Estimità Ovvero Mente e Corpo Secondo Jacques Lacan,” n.d.

Immagini di Arianna di Pascale.

Per approfondire:

Bianchetti, Cristina. “Urbanistica e sfera pubblica”, Donzelli editore, 2008.

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