Storia di un’Italia ribelle e di una scintilla di speranza (pt. II)
Il 7 ottobre 2025 è stata la data dell’“anniversario” dell’attacco terroristico di Hamas, che 2 anni fa comportò l’uccisione di più di 1250 cittadini israeliani e stranieri, nonché il rapimento di più di 200 ostaggi. Proprio a partire da questa data simbolica sono cominciate le trattative di pace tra Hamas e Israele, che hanno entrambi firmato la prima parte degli accordi, soprattutto grazie alla mediazione di Egitto, Stati Uniti, Turchia e Qatar.
La notizia accolta con maggiore sollievo da ambo le parti è stata quella dello scambio dei prigionieri. Diverse foto e articoli raccontano la storia dei commoventi incontri tra i 20 ostaggi israeliani sopravvissuti nelle mani di Hamas e le loro famiglie: si vedono i due gemelli Berman — catturati insieme ma tenuti separati da Hamas — guardarsi negli occhi; i due fidanzati Avinatan Or e Noa Argamanni scambiarsi un bacio, dopo essersi finalmente ricongiunti, e Omri Miran, il più anziano degli ostaggi sopravvissuti, abbracciare la moglie e le figlie, messe in salvo da lui stesso prima di essere sequestrato dai terroristi.
Invece, nella liberazione dei centinaia di prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane, ci sono stati degli inconvenienti. Infatti, vi erano diverse aree in cui i detenuti sarebbero dovuti essere rilasciati ma, in alcuni casi, le destinazioni sono state modificate, senza neppure avvertire le loro famiglie del cambiamento. Questo è stato per esempio il caso del figlio di Ibtisam Omran, il quale doveva esserle riconsegnato a Ramallah, in Cisgiordania, ed è invece stato portato nella Striscia di Gaza per poi essere mandato altrove in esilio.
Già all’indomani della firma dei trattati di pace, sembra profilarsi all’orizzonte il rischio di un nuovo conflitto interno. Sono infatti cominciati degli scontri a fuoco, delle sorte di rese dei conti, tra i miliziani di Hamas e diversi clan armati presenti nella Striscia di Gaza, che sono accusati di aver cercato di approfittare del vuoto di potere per imporsi e di aver collaborato con Israele. La paura circola: si teme una guerra civile che, in quanto conflitto interno, potrebbe interessare molto meno l’Occidente e di conseguenza rischierebbe di passare quasi inosservata.
Il 13 ottobre, Trump si è recato al parlamento israeliano a Gerusalemme, dove ha tenuto un discorso di “autocelebrazione di se stesso”, come è stato definito da molti. Durante l’incontro è stato elogiato e ha lodato a sua volta il primo ministro Benjamin Netanyahu, chiamandolo “Bibi” e definendolo come “uno dei più grandi leader in tempo di guerra”. Inoltre, ha ricordato l’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023, definendolo come “Il più odioso e il più feroce attacco che il mondo abbia mai visto dopo il massacro degli ebrei durante l’Olocausto”. Il lato forse più inquietante è la completa omissione di qualsiasi riferimento al genocidio palestinese, perché nel suo monologo Trump ha solo dato spazio alle difficoltà affrontate dalle famiglie israeliane in questi due anni di guerra.
Il discorso del Presidente è stato interrotto quando i due parlamentari Ayman Odeh e Ofer Cassif hanno tentato di richiedere il riconoscimento dello stato di Palestina e sono subito stati espulsi violentemente dall’aula. Trump ha allora definito questa reazione “molto efficiente” e ha continuato tranquillamente a parlare in mezzo alle acclamazioni e all’entusiasmo generale. Questo episodio è ancora una volta espressione di un completo rifiuto dell’opposizione e di qualunque ideale contrario a quelli del regime di Netanyahu.
Vero è che, senza l’intervento diretto degli Stati Uniti (uno dei Paesi più influenti e potenti del mondo), probabilmente non si sarebbe giunti così in fretta a una stabilità tra Hamas e Israele. In Italia si è generato però uno strano binomio: da un lato c’è chi elogia esageratamente le manifestazioni, che sono state definite come l’elemento chiave per giungere agli accordi di pace; dall’altro, Meloni le ha fortemente criticate, definendole pericolose e inutili e paragonando i partiti dell’opposizione ai terroristi di Hamas. Contro questa visione sprezzante ha preso posizione su Repubblica Concita De Gregorio, la quale sostiene che le piazze e le flotte siano “da ringraziare per il loro merito e non da disprezzare”, in quanto simbolo del “risveglio popolare”, anche se il raggiungimento della pace non è da attribuirsi esclusivamente a loro.
In ogni caso, le occupazioni, gli scioperi e i cortei sono serviti a dimostrare il coinvolgimento di gran parte degli italiani nella situazione del Medio-Oriente, anche se spesso hanno provocato dei disagi agli studenti, ai lavoratori e ai pendolari. Come scritto da un ragazzo su uno dei gruppi WhatsApp di UniTo, durante un dibattito che si era generato in chat, “Anche la Rivoluzione Francese non è stata raggiunta a tarallucci e vino”, a sottolineare la necessità di generare dei problemi “tecnici” con lo scopo di lanciare dei messaggi al governo e farsi notare nel corso delle proteste contro un genocidio.
Sempre restando nell’ambito dell’importanza della pace, fino all’11 gennaio alla Rocca Maggiore di Assisi sarà possibile visitare una bellissima mostra di Bansky intitolata appunto Peace on Earth (visitabile anche con il virtual tour). Il nome trae spunto dall’opera di Bansky realizzata su un muro di Betlemme, in cui compare una colomba con un giubbotto antiproiettile che porta un ramo d’ulivo nel becco. Tra le opere più significative si possono anche menzionare Love Is In The Air, dove appare il forte contrasto tra un manifestante violento e il mazzo di fiori (simbolo di pace e amore) che sta lanciando, Walled Off Box Set, creato a partire da un frammento del muro che ancora divide Israele e la Cisgiordania e, infine, CND Soldiers, una rappresentazione dei militari armati di tutto punto che tracciano il simbolo della pace. Quest’ultima immagine, come scritto nella didascalia, intende far riflettere “sull’uso paradossale dei militari adoperati per diffondere «pace e democrazia»”.




Bansky riflette con spirito e ironia sui grandi temi della giustizia, del pacifismo, della libertà e della necessità di resistere, risultando più che mai attuale quando sostiene che “I più grandi crimini del mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole, ma da persone che seguono le regole. Sono le persone che seguono gli ordini che sganciano le bombe e massacrano i villaggi”. Questa citazione sembra riflettere le parole della poesia di Brecht: “Generale, l’uomo fa di tutto. / Può volare e può uccidere. / Ma ha un difetto: / può pensare”. Bisogna essere fieri di questa capacità umana, della nostra mente: l’invito è quello di riflettere, partecipare, arrivando a sviluppare uno spirito critico, che consenta di opporsi alla pedissequa esecuzione degli ordini imposti dall’alto, qualora si rivelino ingiusti.
Francesca Salvai
Fonti:
Podcast Post
https://www.visit-assisi.it/eventi/evento/banksy-peace-on-earth/
https://www.ilpost.it/2025/10/09/hamas-israele-accordo-guerra-gaza/
https://ilmanifesto.it/i-clan-sfidano-hamas-e-laltra-guerra-di-gaza
https://www.internazionale.it/ultime-notizie/2025/10/13/donald-trump-parlamento-israeliano
