Shirley Jackson: pioniera dell’horror

Shirley Jackson — nata a San Francisco nel 1916 e attiva tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento — è stata un’autrice di racconti dell’orrore dall’atmosfera disturbante. Nonostante venga considerata una dei pionieri del genere horror (è infatti annoverata da Stephen King tra i suoi maestri) non ebbe in vita il riconoscimento che meritava. Mentre i suoi articoli di economia domestica — pubblicati su riviste femminili — venivano acclamati, i suoi racconti gotici facevano scandalo. Così accadde con il primo di essi: La lotteria, dove —rivelando le sue grandi capacità nella forma del racconto breve— la scrittrice presentava uno spaccato di vita comunitaria nel quale un intero paese si mobilita in occasione di una lotteria che porta a un finale a dir poco macabro. In seguito alla pubblicazione, lo scandalo fu immediato. Il giornale responsabile trovò la redazione inondata da lettere inorridite che accusavano il racconto di essere crudele e perverso. Alcuni addirittura credettero che la vicenda fosse vera, scambiandola per un fatto di cronaca nera. Questo fraintendimento da parte dei lettori non stupisce, in quanto la grande forza dell’autrice sta proprio nella narrazione del terrore a partire dall’ordinario. Quella che descrive è una realtà riconoscibile, che tuttavia cela qualcosa di mostruoso: un elemento inquietante che è sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno ha il coraggio di vedere.

Il contesto storico in cui l’autrice scriveva era quello dell’America puritana, fatta di ideali radicati e limiti invalicabili. In questa società, le donne erano relegate al ruolo di casalinghe, pertanto la stessa Shirley Jackson era una di loro. Proprio dalla monotonia delle sue giornate — costellate di stoviglie inanimate — è nato l’incessante fiume di idee che ha poi preso forma nei suoi romanzi. Lei stessa diceva: “La cosa bella dell’essere una scrittrice è che puoi abbandonarti alla stranezza quando vuoi”, ed è così che nelle sue storie emergono le storture e le inquietudini del quotidiano, il mostruoso dietro le apparenze. Allo stesso modo, la casa e le donne diventano temi chiave della sua opera. Il focolare domestico — che normalmente custodisce l’intimità delle famiglie — qui diventa un’entità sinistra, veicola un senso di prigionia.

Proprio di questo parla Abbiamo sempre vissuto nel castello, romanzo narrato dal punto di vista della diciottenne Merricat Blackwood, unica superstite, insieme alla sorella Constance e allo zio Julian, all’avvelenamento di tutto il resto della famiglia. La casa — ambientazione che potrebbe sembrare rassicurante — diventa un luogo asettico e claustrofobico, dove i tre si rinchiudono in totale isolamento dal resto della comunità. I protagonisti sono ossessionati dall’idea di dover pulire e ordinare sistematicamente le stanze e gli esterni, questo provoca in chi legge una sensazione di angoscia. In seguito, rifiuteranno di abbandonare il loro castello — anche quando prenderà fuoco — scegliendo addirittura di barricarvisi dentro, ergendosi a vittime di una comunità che li emargina e li odia. Il lettore viene trascinato in un vortice sempre più disturbante, che lo porta a dubitare della buona fede della protagonista e di sua sorella, le quali si rivelano essere, pagina dopo pagina, le vere antagoniste della storia.   

Fondamentale è l’ambiente della casa anche in un altro romanzo molto celebre: L’incubo di Hill House. Qui troviamo il motivo, tipicamente gotico, della casa infestata: un antropologo interessato ai fenomeni paranormali invita altri appassionati ad alloggiare nell’edificio per un’estate intera, al fine di studiare le entità che lo abitano. Da subito la casa sembra essere dotata di personalità propria, diventando un personaggio a tutti gli effetti: muta forma secondo il proprio volere, correnti gelide ne attraversano i corridoi, porte e finestre si aprono e chiudono senza una logica, compaiono dal nulla stanze prima inesistenti. La protagonista, Eleanor Vance, rimane succube delle intenzioni della casa e, con il crescere della tensione nella narrazione, il lettore è portato a credere che lei stessa sia una delle entità. Nel finale, verrà invitata dagli altri ospiti ad allontanarsi dalla casa, ma rifiuterà e sarà dunque cacciata con la forza.

Nei romanzi di Shirley Jackson, la casa — regno della donna negli anni ’50 — diventa un riflesso della follia dei personaggi, ne accompagna i deliri. Alterando la propria forma, plasma le menti di chi la abita, compromettendone la lucidità. È proprio tra le mura domestiche che la follia prospera e, nonostante il dolore, le protagoniste dei racconti della Jackson non vogliono mai abbandonare la propria casa. Queste donne sono spesso tormentate e sole, per un motivo o per un altro, recluse dal mondo esterno. Se considerata dal loro punto di vista, la narrazione è straniante, impedisce infatti di aver un’idea della realtà in cui vivono, percepibile solamente attraverso i loro occhi. Con l’avanzare della storia, il lettore tende a perdere fiducia in questi personaggi, accorgendosi della loro vera natura, tuttavia rimane intrappolato con loro. Emerge inoltre una spaccatura emotiva nell’anima di ogni protagonista femminile. Ognuna di loro si ritrova divisa tra il sogno di una vita migliore e la realtà, che, in quanto donne, le obbliga a un’unica prospettiva: quella della cura della casa. Il risultato è che queste ultime si illudono di avere la possibilità di autodeterminarsi all’interno di questo ambiente, il quale rappresenta tutto il loro mondo. Rinchiuse, si abbandonano a magie e sortilegi per condire la monotonia dell’esistenza a cui la società le costringe. Esattamente come accadeva a Shirley Jackson, la quale dedicava le sue giornate alla letteratura, per non lasciarsi sopraffare dalla mostruosità della quotidianità.

Alice Aschieri

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