Parliamoci chiaro, tra noi studenti universitari, ex-studenti o semplicemente superstiti della scuola dell’obbligo: tutti abbiamo avuto, almeno una volta nella vita, un’esperienza negativa con gli insegnanti. Favoritismi, carico di lavoro eccessivo, mancanza di empatia e, talvolta, trattamenti ingiusti. Poi, certamente, se andassimo a chiedere alla generazione dei nostri genitori – o addirittura a quella precedente – le storie che ci verrebbero raccontate sarebbero ben peggiori; al tempo vigevano infatti bacchettate sulle mani e umiliazioni pubbliche come metodo didattico efficace (eppure un tale ministro l’aveva lodata non molto tempo fa…), mentre il termine “pedagogia” pareva il nome di un detersivo.
Posto in questi termini, il passato ha l’incommensurabile capacità di rendere il presente quasi tollerabile. Non a caso, una delle frasi più comuni di quelle generazioni nostalgiche è sempre “ai miei tempi era peggio”, che, tradotta in parole povere, significa: accontentatevi. Come se il fatto che al giorno d’oggi non volino più i registri – e per fortuna, essendo questi ormai elettronici – sia sufficiente ad assolvere l’ambiente scolastico da ogni peccato.
Sulla stessa linea di questo tramonto dell’educazione siberiana, fortunatamente sconfitta dall’approccio pedagogico, si inserisce una figura nuova: quella dell’insegnante influencer. Purtroppo, o per fortuna, non si tratta di una figura particolarmente conosciuta in Italia, anche se sta iniziando a prendere piede sulla base del modello americano, dove i docenti si cimentano a condividere la propria routine sul web, inclusa la vita lavorativa, esattamente come i più comuni influencer. Così, anche la scuola finisce su Internet: iniziano a spopolare lezioni sotto forma di video breve per TikTok, curiosità acchiappa-like e, soprattutto, siparietti della vita in classe. In particolare, quest’ultimo aspetto è importante da tenere a mente per saper scindere adeguatamente la figura del prof-influencer dal semplice divulgatore. Il professore che, concluse le sue sei ore giornaliere in classe, accende la telecamera a casa propria e si cimenta nella produzione di contenuti didattici e informativi, sta semplicemente svolgendo un altro lavoro, diverso e totalmente separato dal ruolo di docente.
Per nulla analoga è la situazione in cui la telecamera si accende in classe, e il ruolo di docente si sovrappone – per non dire che passa in secondo piano – a quello di creatore di contenuti, con scopo di attirare visualizzazioni e mi piace. Da diversi mesi la questione dei teachtokers solleva discussioni e perplessità, e in particolare Dario Alì, autore e responsabile didattico Mondadori, affronta questo tema da molto tempo, sottolineandone la problematicità.
“Considero questo fenomeno estremamente preoccupante: in primis perché mina l’autenticità della relazione tra docente e studenti, trasformando l’insegnamento in una pratica performativa […] In secondo luogo perché sposta lo studente dal ruolo di soggetto attivo del processo educativo a quello di oggetto scenico, riducendolo a mero strumento al servizio dell’algoritmo.” (Dario Alì, @cruxdesperationis)
Ma riconoscere gli aspetti negativi di questi “moderni” professori, che qualcuno si spinge addirittura a definire “nuove figure didattiche”, non sempre è facile. Ci ricolleghiamo dunque al discorso precedente sulle esperienze negative scolastiche condivise: il prof-influencer ci viene così proposto come una figura solare, empatica, vicina ai giovani e decisamente diversa dal classico professore che siamo (o siamo stati) abituati a vedere tra le quattro mura scolastiche. Non a caso, infatti, sotto ai video o ai post di questi creator non è affatto raro trovare, tra i numerosi complimenti, ammirazione e nostalgia: il classico “magari avessi avuto un docente come lui/lei!”. È proprio questo che garantisce il successo: il teachtoker funziona perché è una figura idealizzata, un prototipo di insegnante perfetto che apparentemente si pone come paladino di un sistema educativo nuovo, di una scuola rivoluzionaria e lontana dai vecchi ricordi, fatti di ansie per interrogazioni a sorpresa, e, al contrario, più vicina all’idea di un prof-amico, o prof-psicologo.
La recente vicenda di Vincenzo Schettini, in arte “La fisica che ci piace”, ha tuttavia contribuito a rimuovere gli occhiali con le lenti rosa: costui è infatti attualmente vittima di gogna mediatica, in seguito alle sue ammissioni pubbliche circa l’aver obbligato (così ha detto durante l’ospitata al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli) i propri studenti a guardare i suoi video, nei quali spiegava argomenti nuovi, che sarebbero poi stati oggetto di interrogazione. Insomma, una chiara ammissione di sfruttamento della propria posizione di autorità sui ragazzini per portare acqua al proprio mulino. Ed è qui che il mito del prof-influencer perde di credibilità: questa figura apparentemente perfetta, sorridente ed empatica altro non è che un costrutto social, che funziona perché fa leva sui difetti della scuola – ansie, carichi di lavoro eccessivi, ambiente non sempre inclusivo – presentandosi come alternativa positiva.
Essere insegnante è complicato: gestire una classe richiede equilibrio, esperienza e pazienza, e la realtà quotidiana del lavoro in ambito didattico è fatta di studio, relazioni complesse, colloqui, imprevisti, precariato. I prof-influencer, quando spostano l’aula davanti alla telecamera, non raccontano tutto questo: Schettini, pur avendo portato fior di monologhi su quanto siano dannosi i cellulari per i ragazzini (“…A meno che non guardiate me”, commenta Crozza durante l’imitazione del professore nel programma Fratelli di Crozza), non si è mai realmente battuto per un sistema scolastico più equo e inclusivo, per uno svecchiamento dei programmi didattici o migliori stipendi degli insegnanti. Anzi, le sue prospettive per il futuro sembrano andare in tutt’altra direzione: durante la medesima intervista con Gazzoli, il prof di fisica ha infatti auspicato una “scuola del futuro” formata da insegnanti part-time che affiancheranno alle lezioni tradizionali quelle su piattaforme online, magari a pagamento. Una sorta di liberalizzazione dell’insegnamento, dove ogni professore diventa imprenditore di se stesso e si costruisce un proprio branding, a spese degli studenti, che suona parecchio come una fuga dalle problematiche della scuola italiana.
Forse, a ripensarci, non aver avuto professori così è un bene.
Monica Poletti
Fonti
Lucarelli Selvaggia, Vincenzo Schettini e il problema dei maestri-influencer, “Vale Tutto”, 19 febbraio 2026, https://selvaggialucarelli.substack.com/p/vincenzo-schettini-e-il-problema
Nativo Gianluca, La piaga degli insegnanti su TikTok, “Lucy sulla cultura”, 18 febbraio 2026, https://lucysullacultura.com/la-piaga-degli-insegnanti-su-tiktok/
