Perché “Il Padrino” piace tanto alla comunità nera?

Un legame fatto di discriminazione, povertà e voglia di riscatto
Marlon Brando è don Vito Corleone, qui nella celebre scena iniziale del primo Padrino. Cortesia di No Film School.
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Il film di Francis Ford Coppola suscitava incertezza nell’opinione pubblica fino a prima di uscire nelle sale. Coppola e l’esordiente Al Pacino erano infatti giovani, Marlon Brando un attore difficile e in decadenza, l’ambientazione anni ’40 costosa… eppure, Il padrino cambiò per sempre la storia del cinema. Il ritratto della famiglia Corleone rivitalizzò il genere gangster, che produsse altre iconiche pellicole come Quei bravi ragazzi e Casinò, di Martin Scorsese, Gli intoccabili e Scarface, di Brian De Palma, fino ad arrivare all’acclamatissima serie I soprano. Fu un filone ricchissimo durato un trentennio (Il padrino è del 1972, mentre l’ultimo grande gangster movie dell’epoca, Era mio padre, del 2002). Tale imponente produzione venne intercettata, tra gli anni ’80 e ’90, dalla sottocultura rap, che stava nascendo proprio in quegli anni in seno alla comunità afrodiscendente. Un incontro che creò una mitizzazione del Padrino, così come di tutti gli altri film appartenenti al genere, rimarcando la natura dei legami tra comunità nera e italoamericana, molti più radicati di quanto si possa immaginare.

Vignetta di Luis Darlymple in cui gli italiani sono visti come ratti che portano mafia, socialismo e anarchia, 1903. Cortesia di Wikimedia.
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Emigrati italiani ed afroamericani hanno vissuto a stretto contatto fin dal XIX secolo. Come sottolineano alcuni episodi particolarmente gravi quale il linciaggio di 11 emigrati siciliani a New Orleans del 1891, gli italiani non facevano parte dell’élite bianca statunitense. Non erano considerati “colored” dalle leggi Jim Crow e non potevano nemmeno avere accesso alla piena cittadinanza statunitense. I primi scambi socioculturali con la comunità afrodiscendente risalgono a quando — insieme agli immigrati irlandesi — africani e italiani si spostarono dalla Louisiana verso il nord-est degli Stati Uniti, stabilendosi tra New York, New Jersey e New England. Il vero punto di svolta fu dato proprio dal film Il Padrino. Il ’68 e il disastro del Vietnam portarono a un ripensamento della morale americana caratterizzante i tre decenni precedenti. La maggior introspezione e l’atteggiamento più intimista della cinematografia resero protagonisti anche quei personaggi considerati negativi. All’improvviso era diventato interessante scoprire il motivo della loro malvagità, indagare la miseria — umana e sociale — che li aveva portati a quella scelta. Michael Corleone, interpretato da Al Pacino, divenne capostipite di questo movimento. Inizialmente buono, remissivo, poco interessato agli affari di famiglia, nel corso della storia viene trascinato nell’abisso della violenza del crimine organizzato e perde via via di umanità, fino a diventare il nuovo padrino.

Al Pacino è Tony Montana in Scarface. Via wallpapers.com.
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Mentre uscivano tutti i gangster movie con De Niro e Pacino, la sottocultura nera era piuttosto arida in ambito cinematografico. Il filone blaxpoitation era entrato in stasi subito dopo Super Fly di Gordon Parks Jr. del 1972 e non sarebbe tornato in auge prima di Jackie Brown di Quentin Tarantino, nel 1997. Durante questa lunga pausa, i personaggi italiani che ebbero risonanza nella comunità nera furono i protagonisti di Rocky e di Scarface, i quali incarnavano la voglia di riscatto sociale che infiammava tutte le minoranze americane di quegli anni. Il film di Stallone è pieno di speranza e di buoni propositi: ritrae gli Stati Uniti degli anni ’70, ancora legati al boom economico e all’industria. Scarface, uscito negli anni ’80, vede protagonista Tony Montana, un personaggio molto diverso dal primo. Non è italoamericano, ma a interpretarlo è Al Pacino, che allora tutti ricollegavano ai film di Coppola. Con l’esplosione del consumo di oppiacei nelle comunità afro e sudamericane, di colpo il narcotrafficante cubano protagonista del film di De Palma divenne un modello: cresciuto poverissimo, capace di creare dal nulla un impero criminale, come aveva fatto Vito Corleone nel Padrino parte II del 1974, interpretato da Robert De Niro. Questo paradigma del “farsi da sé” malavitoso è un rovesciamento del classico mito del sogno americano: il perno su cui poggia è il dualismo tra la rabbia nutrita nei confronti di uno status quo di razzismo e oppressione e il desiderio di rivalsa. Il moderno legame tra neri e italoamericani si fonda sulla percezione di partecipare a un gioco truccato fin dal principio, in cui non vedono altro modo di farsi strada se non con la forza.

DJ Polo e Kool G Rap, i “padrini” dell’hip-hop. Cortesia di MassLive.
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Già Kool G Rap, uno dei fondatori dell’hip-hop, omaggiò il boss John Gotti e lo stile di vita mafioso in Road To Riches del 1989 e in Live And Let Die del 1992, ma soprattutto in Fast Life del 1995, in cui si cita esplicitamente il potentissimo capo della famiglia Genovese: Salvatore “Lucky” Luciano. La canzone ebbe un successo tale che il termine fast life è ormai legato in modo indissolubile alla cultura rap ed è una perfetta sintesi del modo di vivere del gangster: spregiudicatezza, veloce accumulo di ricchezza, donne, droga, potere. Edonismo allo stato puro, ma non quello bianco e conservatore di Reagan. Impossibile non citare anche Life After Death — capolavoro postumo di Notorious B.I.G. del 1997 (specialmente la traccia Last Day) — e Dead Presidents II, contenuta nell’album di esordio di Jay Z, Reasonable Doubt, del 1996. Dopo l’innocua parentesi del rap bianco di Eminem e Vanilla Ice (parodizzata tra l’altro da Pretty Fly For A White Guy degli Offspring), con la trap e la drill gli elementi più pulp dell’hip-hop sono tornati alla ribalta. La vitalità del modello italoamericano è visibile, d’altronde, anche al di fuori della musica: la mafia nigeriana pare infatti ispirata e organizzata sul modello di quella siciliana, al punto che per indicare questo trait d’union è stato coniato il termine “padrinismo” (godfatherism in inglese).

Jamal Woolard è Notorious B.I.G. nel film omonimo del 2009. Cortesia di Wikimedia.
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Si può dunque affermare che ciò che spinge la cultura afroamericana verso quella italoamericana sia la condivisione di un terreno socioculturale comune, fatto di discriminazione, povertà estrema e desiderio di redenzione. Ben lungi da prospettive di un rovesciamento del sistema, “ni***s” e “guineas” (insulto rivolto agli italoamericani per la loro pelle scura) vedono la criminalità organizzata come una via per ottenere il potere e il prestigio tanto desiderati. All’interno di questo fenomeno, i gangster movie sono stati uno spartiacque che è impossibile non considerare. Non sarebbe corretto parlare di echi — come a volte si vede fare — perché quello descritto è un immaginario vivo, un legame forte che mette in luce le contraddizioni e le ingiustizie di una società che troppo spesso dimentica gli ultimi, non offrendo loro alternative alcune alla violenza. Uno scenario tragicamente attuale, anche se Il padrino ha ormai più di cinquant’anni.

Vincenzo Ferreri Mastrocinque

Fonti

Akinola Adenoye, “Godfatherism and the future of Nigerian democracy”, International Scholars Journals, 2010, ultima consultazione: 22 marzo 2026, link: https://www.internationalscholarsjournals.com/articles/godfatherism-and-the-future-of-nigerian-democracy.pdf

Molloy Tim, “When The Godfather Was a Breakthrough for Diversity”, MovieMaker, 2023, ultima consultazione: 22 marzo 2026, link: https://www.moviemaker.com/when-the-godfather-was-a-breakthrough-for-diversity/

Walker Toni, “Gangstas and Playas – A closer look at the 90s rap scene”, Medium, 2018, ultima consultazione: 21 marzo 2026, link: https://medium.com/rap-chronicles/gangstas-and-playas-4a3bc3e61a25

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