Chi è Kamala Harris?

Con l’annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali statunitensi del 2020 si è fatta la storia in molti modi. Non che un’elezione di questo livello non entri nei libri di storia in ogni caso, ma mai come quest’anno il risultato premia un evento – finora – unico: la senatrice Kamala Harris è la prima donna ad essere eletta vicepresidente degli Stati Uniti d’America. Non solo, è anche la prima donna di origine asiatica ad essere eletta in quel ruolo. Ma è anche la prima donna afroamericana, sebbene questa etichetta meriti delle precisazioni. Insomma, la senatrice della California è un personaggio politico di assoluto rilievo e la vicepresidenza non è altro che la ciliegina sulla torta di una vita e una carriera brillante.

Kamala Devi Harris nasce a Oakland nel 1964. La madre, Shyamala Gopalan, era indiana, di etnia Tamil, emigrata negli Stati Uniti nel 1960 per conseguire un dottorato in endocrinologia. Il padre, Donald Harris, è giamaicano ed anche lui è emigrato negli anni 60 negli USA per proseguire gli studi prima di diventare uno stimato professore di economia presso la Stanford University. La famiglia ha vissuto a Berkeley, in California, fino al divorzio dei genitori; Kamala Harris e la sorella Maya hanno poi seguito la madre a Montreal in Canada, dove lei lavorava come ricercatrice. Rimase lì fino al diploma e poi tornò negli Stati Uniti per frequentare l’università: si laureò due volte a Washington D.C. in scienze politiche e in economia e conseguì una lunga serie di tirocini, oltre che partecipazioni a manifestazioni, e diversi impegni di stampo politico, fino a tornare in California e diventare avvocato nel 1990.

Come si diceva Kamala Harris non è di per sé afroamericana, sebbene dipenda da cosa intendiamo con il termine, sul quale c’è parecchia confusione. Se lo intendiamo come discendenti di schiavi che sono legati alla tratta che portava uomini nati nel continente africano nel continente americano, quindi comprendendo anche la Giamaica, luogo di origine del padre, allora sì. Ma questa etichetta, che a molti detrattori di Harris sembra un’irrispettosa e manipolatoria appropriazione culturale, è in realtà rivendicata in virtù del modo nel quale la donna ha vissuto la sua vita: è lei stessa ad aver affermato che la madre ha cresciuto le due figlie come due “black women”, in quanto la sua esperienza di vita è la stessa di milioni di donne afroamericane negli Stati Uniti. Vivendo in un periodo storico nel quale la segregazione, sebbene formalmente abolita, era ancora presente nel sistema legale e sociale statunitense, Kamala Harris ha frequentato le scuole per i neri, ha vissuto in quartieri popolati per i neri, e ha subito le stesse discriminazioni con le quali tutte le giovani donne nere hanno dovuto convivere.

Tutto questo non ha fermato Harris, che ha avuto sin da subito una carriera politica di rilievo. Tornata in California, ha iniziato a lavorare come vice-procuratrice fino a diventare l’assistente del procuratore distrettuale di San Francisco. Il 2003 è un anno di svolta: si candida e vince le elezioni come procuratore distrettuale, la prima persona afroamericana in quel ruolo. Cominciò a farsi un nome nel Partito Democratico e quando nel 2010 si candidò come procuratrice generale in California ricevette parecchi endorsement. Kamala Harris vinse anche quelle elezioni e fu talmente apprezzata da farsi rieleggere anche quattro anni più tardi. La sua carriera era lanciata: nel 2016 si candidò al Senato e vinse con grande scarto anche quelle elezioni.

La carriera di Kamala Harris come procuratrice è definita da posizioni molto progressiste su diversi temi riguardanti la giustizia penale: è sempre stata contraria alla pena di morte – una posizione molto impopolare all’epoca – e ha criticato aspramente la politica dei three strikes, una legge introdotta negli anni novanta che prevedeva l’ergastolo per un individuo che commetteva tre reati non violenti, escludendo di fatto qualunque tipo di riabilitazione o rieducazione, temi invece molto cari alla donna. Per alcune sue scelte politiche, tuttavia, la Harris è stata anche osteggiata dalla parte più a sinistra del partito, venendo chiamata più volte in modo dispregiativo “poliziotta”.

La candidatura di Kamala Harris alle primarie del partito democratico del 2019/20 non è andata bene, nonostante partisse come una delle favorite. Non era ancora il suo momento a quanto pare, ma a guardare la carriera politica e la straordinaria vita della donna ipotizzare un futuro nel quale Kamala Harris possa arrivare ancora più in alto non è un’utopia.

“While I may be the first woman in this office, I will not be the last, because every little girl watching tonight sees that this is a country of possibilities”.

Davide Tuccella

Fonti: Il Post, Da Costa a Costa, New York Times, Washington Post

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