Banksy a Betlemme: la Street Art come denuncia sociale

Nel 2001, nel mondo, esistevano 17 barriere artificiali costruite per chiudere i confini, fermare i migranti o nascondere la povertà; oggi ce ne sono 70.
Il muro di separazione israeliano è un sistema di barriere fisiche costruito da Israele al confine con la Cisgiordania a partire dalla primavera del 2002 come una “chiusura di sicurezza”, ma che per i Palestinesi, che lo definiscono come “muro dell’Apartheid” o “muro della vergogna”, rappresenta una vera e propria segregazione razziale.
Si tratta di muro in cemento armato e filo spinato, con tanto di torrette di controllo e porte elettroniche, il cui tracciato è controverso ed è stato ridisegnato più volte negli anni, soprattutto a causa di pressioni internazionali; la barriera, che arriva fino a un’altezza di 13 metri e si estende per quasi 750 km, parte dal nord della città palestinese di Tulkarem e si estende fino a sud di Betlemme, passando anche da Gerusalemme.
La barriera è stata costruita quasi interamente sulle terre palestinesi e ha un impatto molto forte sulla vita delle persone: ogni giorno, infatti, migliaia di Palestinesi che lavorano in Israele sono costretti a fare lunghe file ai checkpoint controllati dall’esercito israeliano.

Il muro, costruito in terra palestinese, dovrebbe seguire la linea di separazione tra Israele e Cisgiordania, chiamata Linea verde, che segna le frontiere precedenti alla guerra dei sei giorni del 1967, con la quale Israele occupò i territori palestinesi, ma in
realtà in alcuni punti se ne discosta anche di 20 km, favorendo la nascita di nuove colonie. Fonte immagine: http://www.infopal.it

Il muro ha suscitato l’attenzione da parte di street artists locali e internazionali che, a partire dalla sua erezione, hanno sposato la causa palestinese dimostrando il loro impegno per denunciare al mondo la situazione attraverso la realizzazione di graffiti sul muro stesso, in particolare dal lato palestinese.
L’organizzazione londinese Pictures on Walls, nel 2007, ha portato in Palestina 14 artisti occidentali per realizzare dei graffiti sulla barriera. Tra gli artisti che hanno messo a disposizione la propria arte a difesa di soprusi e discriminazioni sociali, il più noto è sicuramente Banksy, il misterioso street artist originario di Bristol, che si è distinto per la propria capacità di portare l’attenzione comune, in modo esplicito e talvolta volutamente trasgressivo e provocatorio, a problematiche sociali che meriterebbero maggiore attenzione e consapevolezza.

La colomba corazzata, un simbolo di pace per eccellenza raffigurato con un giubbotto anti-proiettile, è la prima opera di Banksy realizzata sul muro a Betlemme. Fonte immagine: http://www.thetripmag.com

«Fondamentalmente Betlemme è stato un luogo sacro per secoli e secoli e adesso hanno costruito un enorme muro di cemento nel bel mezzo della città. È anche la tela più grande mai esistita e spero che con qualche bomboletta spray lo possiamo trasformare nell’opera d’arte più grande del mondo, ma soprattutto quella che durerà meno.» Banksy, 2007 (citazione tratta dal documentario “L’uomo che rubò Banksy”, di Marco Proserpio, 2018)

The Walled Off Hotel, si trova in 182 Caritas Street, Betlemme, di fronte al muro di separazione.
Fonte immagine: http://www.veraclasse.it

L’impegno di Banksy a Betlemme si è espresso, negli anni, nella realizzazione di numerosi graffiti, divenuti ormai noti in tutto il mondo come icone di pace e di denuncia alle ingiustizie, alle oppressioni e alle violenze che quotidianamente i Palestinesi subiscono, quali, per esempio, “La colomba corazzata”, “Il lanciatore di fiori” e “Gli angeli che cercano di creare un varco nel muro”.
Ma l’intento del misterioso artista di mantenere alta l’attenzione su queste tematiche lo ha spinto oltre all’espressione artistica e si è concretizzato nella realizzazione di un ostello, il The Walled Off Hotel, aperto nel 2017, definito provocatoriamente dallo stesso Banksy “l’albergo con la vista peggiore del mondo”, poiché si affaccia direttamente sul muro. L’hotel, che al suo interno ospita anche una sorta di museo, per la presenza di numerosissime opere dell’artista, quali dipinti, graffiti alle pareti, sculture e installazioni, è gestito da un’associazione locale che organizza anche visite turistiche lungo la barriera per mostrarne le opere più iconiche, immerse nel tessuto urbano della Betlemme palestinese.

Una sala interna del The Walled Off Hotel, Betlemme. Fonte immagine: http://www.veraclasse.it

Una delle opere eseguite da Banksy, non direttamente sulla barriera, ma sul muro di una casa di Betlemme, subì una sorte molto particolare: si tratta del murales di natura controversa che raffigura un soldato che chiede i documenti a un asino, considerato offensivo da parte di molti Palestinesi che lo interpretano come un’allusione alla propria condizione quotidiana, riconoscendosi in quell’asino (e dare dell’asino a qualcuno può essere considerato un grave insulto nel mondo arabo) costretto a presentare i documenti a un soldato israeliano. È possibile, invece, che l’artista si sia ispirato a un quadro di Horace Moore-Jones, che raffigura un disertore dell’esercito britannico, durante la prima guerra mondiale, che si era arruolato nuovamente come barelliere in Australia dove ha salvato molte vite con l’aiuto del suo asino, anch’esso presente nel dipinto; forse il messaggio di Banksy era quello di invitare i soldati israeliani a fare lo stesso e a disertare l’esercito?
L’opera, poco dopo la sua realizzazione, è stata asportata insieme alla porzione di muro dell’abitazione che la ospitava e venduta all’asta su Ebay per 100 mila dollari, su idea di un imprenditore locale, Maikel Canawati, che diede poi il ricavato in beneficenza alla sua chiesa di quartiere, e di un tassista e body builder, Walid detto “la Bestia”, vero esecutore del furto, condotto con un flessibile ad acqua e l’aiuto della comunità locale.

L’asino e il soldato (Banksy) nella sede originale, sul muro dell’abitazione che Canawati acquistò per poter procedere all’operazione. Fonte immagine: http://www.invictapalestina.org

Successivamente l’opera (che pesa 4 tonnellate) venne rivenduta e trasportata in giro per il mondo, passando da Copenaghen a New York, esposta in un centro commerciale a Londra e ancora presentata in un’asta di Julien’s a Los Angeles a cui rimase invenduta e attualmente si trova in deposito in un magazzino di Londra insieme ad altre opere di Street Art. La particolare vicenda è stata raccontata in un documentario di Marco Proserpio con la voce narrante di Iggy Pop, “L’uomo che rubò Banksy”, presentato nel 2018 al Torino Film Festival, ora visibile su Sky Arte.
Il film presenta il punto di vista di Walid e gli permette di spiegare i motivi della sua scelta, ma dà voce anche ad altri artisti, giornalisti, professori universitari, galleristi, avvocati ed esperti, ponendo l’accento sul problema della legislazione che regolamenta (o meglio non regolamenta) la Street Art, sulla questione della vendita di opere all’insaputa dei loro autori e di conseguenza sulla legittimità di questo atto e offre uno spaccato sul cinico mondo del mercato dell’arte contemporanea.

L’asino e il soldato (Banksy) in seguito all’operazione di asporto, oggi conservato il un magazzino di Londra, poiché invenduto.
Fonte immagine: http://www.style.corriere.it

Al di là della legittimità o meno di estrapolare un’espressione artistica, di qualunque genere essa sia, dal proprio contesto originale, l’attività da parte di artisti internazionali nei confronti della situazione palestinese permette se non altro di porsi delle domande sulla condizione attuale di questo territorio e di attirare l’attenzione mediatica.
Questa non è la prima testimonianza dell’incontro tra arte e solidarietà o tra arte e denuncia sociale e non sarà l’ultima, ma di sicuro una delle responsabilità maggiori dell’arte è quella di rappresentare la realtà nella sua miriade di sfaccettature, soprattutto quelle che restano nascoste agli occhi dei suoi contemporanei che più o meno volontariamente non vogliono guardarle.
Ma quei 70 muri, quelli sì che si vedono e non si può fare finta di nulla.

Elena D’Elia

Ringraziamenti: Se sono arrivata a scrivere questo articolo è grazie a Luana Solla, di Mycomfactory, che, con passione e lasciando intendere un grande sentimento di speranza, ha condiviso la sua esperienza in Palestina e mi ha permesso di conoscerne la realtà. Il mio pensiero in questo momento va anche a Marwan Fararjeh, coordinatore di Peace By Piece Tours, che ha accompagnato Luana e altre migliaia di turisti, negli anni, a scoprire la realtà dell’Aida Refugee Camp di Betlemme e che in collaborazione con l’associazione umanitaria Holy Land Trust e il Banksy Hotel organizza le visite guidate. Marwan, come succede ad altri palestinesi quasi ogni giorno, è stato arrestato a settembre dalle forze iraniane per sconosciute ragioni e non si è al corrente dell’attuale situazione. L’unico augurio che posso fargli è che la speranza nella giustizia e nella possibilità di vedere un mondo migliore che caratterizza la sua personalità, non lo abbandoni nemmeno in questo momento.

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