
Una donna accovacciata a terra con un bouquet di fiori ci porge la mano, una mano ferita dalle spine delle rose che abbraccia. Si tratta di «Azione sentimentale», l’opera d’arte ideata e performata da una delle principali, seppur meno conosciute, artiste performative del secolo scorso.
Si tratta di Gina Pane nata nel 1939 in Francia ma cresciuta a Torino, per poi tornare oltralpe per seguire studi di pittura e litografia. Nel corso degli anni Sessanta avvia la sua carriera come insegnante d’arte e pittrice, dedicandosi in particolar modo a quadri geometrici. Circa un decennio dopo entrerà in contatto con la body art, trasformando tale tecnica nel mezzo necessario per esprimere il suo principale leitmotiv artistico: l’esplorazione del corpo nel suo contatto con la natura.
Durante la prima fase della sua carriera come artista performativa, Pane analizza le reazioni del corpo immerso nell’ambiente naturale, nel quale agisce e con cui interagisce. Non solo, in questo modo denuncia eventi miliari e ingiustizie sociali. Nel 1968 realizza «Peche endeuillée»– una querela contro gli esperimenti nucleari e le uccisioni causate dalla guerra e dalle esplosioni atomiche – e «Pierres deplacées», opera in assenza di pubblico in cui interviene nel paesaggio circostante e documenta il tutto attraverso una serie di fotografie.
Successivamente il rapporto con la body art diventa via via più fitto, fino a trasformarsi nel maggior mezzo espressivo a disposizione per diffondere i propri messaggi. Leitmotiv di questa fase artistica, il dolore. Il corpo di Pane diventa il riflesso della società, viene leso, ferito, sottoposto a varie “prove fisiche” come se non si trattasse di materia, ma superasse tale dimensione. Non solo, esso continua a instaurare un dialogo con la natura, ma questa volta è l’artista stessa a immergersi in essa. Utilizza un rasoio per sfigurare il suo volto, esattamente come i canoni estetici imposti dalla società sfigurano l’anima, esigono una bellezza irraggiungibile e, in certi casi, dolorosa per l’anima. Si tratta dell’opera «Il bianco non esiste» in cui, oltre alla battaglia contro la violenza estetica, ogni taglio che l’artista si autoinfligge rappresenta una donna vittima di abusi.
È il 1973 quando Pane si esibisce in «Azione sentimentale», l’opera accennata in precedenza. Una fotografia di una donna impegnata a lesionarsi con le spine delle rose che abbraccia, ma oltre il macabro di un atto tanto doloroso e impressionante si nascondono messaggi altrettanto impattanti. L’artista indossa indumenti bianchi, colore dell’abito delle spose cattoliche e delle vestali, un rimando esplicitamente religioso; si presenta a un pubblico di sole donne e inizia a sporcare il candore delle vesti attraverso il sangue. Conficca nelle braccia una spina alla volta, le rose, inizialmente rosse, sono via via sostituite da rose bianche. Infine, utilizza una lametta per tagliare il palmo della mano. L’azione rappresenta un martirio, un sacrificio che la donna è costretta a subire attraverso l’imposizione dei ruoli sociali di moglie e madre imposti dalla morale cristiana. Il sangue sulle vesti dell’artista sono le macchie di dolore che esse portano con sé, i sacrifici imposti per rispettare le aspettative della società.
Il tema religioso viene recuperato nella terza fase della produzione artistica di Pane, in cui esplora in maniera maggiormente approfondita il rapporto tra sacro e contemporaneità. La performance viene messa da parte e sostituita dai così detti Partitions, ossia dei pannelli fotografici murari in cui il dolore viene utilizzato simbolicamente. Il nome scelto per questa tipologia di installazioni si riferisce proprio alle reliquie dei corpi dei martiri, protagonisti di questa fase poetica. Sono gli anni Ottanta quando, attraverso la citazione di un’opera dell’artista rinascimentale Paolo Uccello, «San Giorgio e il drago», l’artista scompone geometricamente la scultura originale: il soggetto sacro prende il sopravvento sul drago antagonista, in modo da simboleggiare una presa di potere del bene sul male, in modo da evidenziare il sacrificio fisico per salvare l’umanità.
Ma per quale motivo un’artista sente la necessità di utilizzare le ferite come principale mezzo espressivo? Per Gina Pane esse rappresentano un’estensione del corpo, un modo per trasformarlo da materia privata a materia pubblica, attraverso la quale gli altri possono riflettersi e riflettere sulla realtà sociale che li circonda. Una scelta sicuramente discutibile, folle, quanto altrettanto impattante e innovativa per l’arte: per la prima volta un’artista utilizza l’autolesione per esprimere la propria creatività, la body art si spinge oltre i limiti della resistenza umana. La poetica di Gina Pane ci spinge a riflettere ancora una volta sui mezzi espressivi, in questo caso forse eccessivamente pericolosi e perversi. Se altri artisti performativi come Marina Abramovic si sono sottoposti alla violenza altrui su se stessi, o hanno utilizzato statue simboliche per osservare quanto esse potessero essere “ferite” dai passanti, come nel caso di Iago, Gina Pane utilizza se stessa. Rappresenta dolori che spesso siamo noi in prima persona a infliggerci e tollerare, per rispettare aspettative sociali non sempre inclini con la nostra interiorità. Si trasforma in martire che sacrifica il proprio io per salvare l’umanità.
Giulia Calvi
Crediti immagine di copertina: Flash Art
